ASSOCIAZIONE SOLIDARIETA' DIRITTO E PROGRESSO

                                    RELAZIONE DEL SEGRETARIO GENERALE A.S.D.P.

 

Questo incontro dibattito, organizzato dall’Associazione Solidarietà, Diritto e Progresso e da Il  Nuovo Giornale dei Militari, si svolge in un momento storico molto importante per il nostro Paese e in particolare per i Comparti Difesa e Sicurezza. Settori dello Stato che, in questi ultimi anni, sono sempre più impiegati in operazioni di polizia internazionale, a difesa delle libertà individuali e collettive e della democrazia.

La loro opera, a salvaguardia dei diritti fondamentali dei cittadini di altre nazioni, sta assumendo una rilevanza notevole nello scenario della politica estera italiana. I molteplici impegni che stanno affrontando i Comparti e la trasformazione delle forze Armate in uno strumento totalmente professionale, non hanno, però, per niente contribuito a migliorare la condizione militare.

Anzi, oggi possiamo senz’altro ammettere che, pure di fronte a riconoscimenti nazionali e ad impieghi con altre realtà europee ed internazionali, il personale è pervaso da un profondo malessere. Malessere che ha radici lontane, che spesso sfocia in forme di protesta singole e collettive,espresse in maniera democratica e civile e senza intaccare le varie prestazioni professionali e l’immagine delle Forze Armate.

 L' As.So.Di.Pro. e Il nuovo Giornale dei Militari da anni cercano di evidenziare il malcontento che pervade il personale e, in ragione di questo,operano per richiamare l'attenzione e la responsabilità delle istituzioni. Entrambe, sono da diversi lustri impegnati nel tentativo di difendere le libertà e i diritti fondamentali dei militari, tramite l’informazione, la partecipazione e la consapevolezza che, solamente con strumenti concreti di tutela si potrà difendere e migliorare la condizione militare.

L’Associazione Solidarietà, Diritto e Progresso è stata costituita undici anni fa, da persone accomunate da esperienze ed impegni nei processi di democratizzazione dei Comparti Difesa e Sicurezza; fonda la sua ragione d'essere  sui principi e sui dettati costituzionali.

La sua struttura apartitica è imperniata sul volontariato; opera in difesa dei diritti fondamentali dei propri soci, contribuendo alla crescita morale e al progresso civile  della nostra società. I limiti esistenti in materia d’esercizio dei diritti costituzionali (associativi-sindacali), da parte del personale militare e l’inesistenza di una reale tutela legale, morale, sociale, economica, soggettiva e collettiva, determinarono negli anni settanta la formazione dei movimenti democratici che s’impegnarono profondamente per rompere l’argine del separatismo sociale.

L’adesione massiccia del personale ai movimenti e il dibattito politico che s’instaurò nella società, persuasero le forze politiche e il Parlamento ad intervenire con leggi ordinarie, per rimediare ai tanti vuoti democratici che caratterizzavano le FF.AA come corpo separato e i militari come cittadini di rango inferiore al cospetto dei diritti di tutela.

La mediazione politica si concretizzò con due provvedimenti legislativi attuati in tempi e modi profondamente diversi.

 Per i militari fu emanata la legge 382/78, meglio conosciuta come normativa  di principio sulla disciplina militare; la stessa  nel   sancire che ai militari spettano i diritti che la costituzione della Repubblica riconosce ai cittadini, introdusse nel Comparto Difesa, per finalità di tutela collettiva  l' istituito delle rappresentanze militari.

 Per la Polizia di Stato invece, che allora si chiamava Pubblica Sicurezza, fu varata la legge 121/81 che portò alla  smilitarizzazione del Corpo e al riconoscimento seppur limitato delle  libertà sindacali.

 Entrambi i provvedimenti, però, apparvero subito come il  frutto di forti mediazioni politiche che non risolvevano alla radice i grandi problemi della  democratizzazione e della modernizzazione dei Comparti.

In particolare per i militari, gli organismi di rappresentanza inseriti nell’ordinamento e preposti esclusivamente per formulare pareri, proposte e richieste, apparvero immediatamente come uno strumento inadatto e del tutto insufficiente per garantire un adeguato livello di tutela.

 L’esperienza, oramai quasi venticinquennale, ha ampiamente dimostrato come i nostri dubbi di allora fossero fondati e che, per tutelare realmente la condizione militare, necessitano strumenti partecipativi maggiormente democratici e più coerenti con i diritti costituzionali.

Perseguire l’obiettivo del libero associazionismo professionale e/o la sindacalizzazione delle Forze Armate, non è in contrasto con la disciplina e la gerarchia militare,  è  invece il normale processo di democratizzazione della struttura e la naturale evoluzione dell’attuale sistema rappresentativo.

 L’unico modo concreto, a nostro avviso, per tutelare la condizione militare. In merito all’ipotesi di sindacalizzazione non si può sottacere che, talune affermazioni, contenute nelle relazioni che accompagnano alcuni progetti di riforma delle rappresentanze depositate in Commissione Difesa, non corrispondono al vero.

 La Corte Costituzionale, infatti, con la sentenza 449/99 non ha escluso necessariamente il sindacato per i militari; nel riconoscere la legittimità dell’art.8 della legge 382/78  ha  asserito tuttavia che spetta al legislatore la potestà di legiferare in materia.

 Ha altresì riaffermato che deve, comunque e sempre, trovare attuazione il principio dell’art.52 della Costituzione e che deve essere parimenti salvaguardata la coesione e l’operatività delle Forze Armate.

 Tale unità ed efficacia, però, non sono per nulla compromessi da organizzazioni sindacali, e la storia ultraventennale della Polizia di Stato ne è una palese dimostrazione. Per non parlare poi dell’efficienza e della coesione del Corpo dei Vigili del Fuoco.

 Dove c’è professionalità, consapevolezza e partecipazione, esiste un legame inscindibile con la sindacalizzazione. Può un esercito professionale, moderno e impiegato a livello internazionale, funzionare con la logica del paternalismo? Crediamo proprio di no!

 E’ ora di affrontare il nuovo senza remore e abbandonare una cultura conservatrice, tipica dei vertici militari, basata sui privilegi e sulla paura di vedere compromessa la propria autorità.

 L’EUROMIL, presente al nostro incontro col suo Presidente Bauke Snoepe che salutiamo, darà la testimonianza delle varie realtà europee. L’EUROMIL è un’Associazione cui l’As.So.Di.Pro. è consociata già da diversi anni;  è composta da 28 associazioni presenti in 19 paesi europei; è un’organizzazione non governativa e rappresenta oltre 500 mila associati.

 Il Presidente Snoepe illustrerà tutta la gamma dei sindacati e delle associazioni professionali presenti nei vari eserciti dei paesi europei, compresi gli ultimi entrati che appartenevano all’area dell’est.

Molti degli eserciti che sono sindacalizzati, o che vedono la  presenza di associazioni professionali, in quanto a coesione e operatività non hanno nulla da imparare dalle Forze Armate italiane.

 Quindi il vero problema è solamente la volontà politica di riformare concretamente lo strumento di tutela dei militari, rendendolo  all'altezza dei tempi per riconoscere ai nostri soldati professionalità, coesione, impegno e dedizione che sono il corrispettivo dell'attenzione che lo Stato loro mostra.

Le varie leggi di riforma emanate negli anni settanta e ottanta, dovevano essere le fondamenta di un processo di evoluzione democratica dei Comparti Difesa e Sicurezza, mentre invece si sono dimostrate delle pietre tombali sotto le quali sono state seppellite le speranze e le ambizioni del personale.

 Aspettative che in questo ultimo decennio sono state definitivamente cancellate da un processo politico involutivo, che ha visto il personale, soprattutto delle categorie meno protette, sempre più penalizzato da interventi legislativi parziali, corporativi e non rispettosi delle varie professionalità presenti nella struttura.

Con l’avvento della delegificazione, e con i militari sprovvisti di organismi veramente rappresentativi e in grado di analizzare e proporre risoluzioni in tempi e modi debiti, si è intervenuti in maniera autoritaria e al di fuori di un programma di riforme atto a migliorare la condizione militare.

E’ mancata tutta una fase di studio, di analisi, di dibattito, di confronto e di proposta, finalizzato alla creazione di un futuro esercito professionale maggiormente efficiente, democratico, moderno ed europeo.

La delega concessa al Governo, ha completamente esautorato il Parlamento dal dibattito politico sul futuro delle Forze Armate.

 Basti citare ad esempio il problema della riforma delle pensioni, dove Governo e parti sociali hanno attuato delle riforme molto penalizzanti per il personale militare, senza che lo stesso abbia potuto minimamente partecipare e, tanto meno, esprimere il proprio parere previsto per legge.

 Un ulteriore aspetto attiene gli innumerevoli problemi legati al volontariato, che a fatica richiama l’attenzione dei giovani e non riesce a soddisfare le esigenze delle Forze Armate.

La questione del volontariato è un’ulteriore fonte di disagio, principalmente dovuto al fatto che non consente sviluppi di carriera, trattamenti economici competitivi e adeguate protezioni giuridiche. Richiede sicuramente interventi appropriati e non può certo essere risolta pensando di introdurre nella struttura gli extracomunitari.

 Di fatto, le varie leggi-delega attuate per il comparto difesa, in assenza di sindacati e/o associazioni professionali in grado di difendere efficacemente la condizione militare, hanno contribuito all’aggravamento dei problemi e alla crescita del malcontento tra il personale.

Per tutto ciò, quindi, siamo di fronte a precise responsabilità politiche che hanno lasciato il settore in balia solo della volontà e dei programmi elaborati dai vertici militari.

Tornando al malessere del personale, non si può non riconoscere che, lo stesso,si è accentuato in questi ultimi anni proprio in virtù di interventi legislativi poco attenti alle aspettative del personale e finalizzato ad accontentare solamente la categoria dirigenziale.

I responsabili istituzionali conoscono molto bene la realtà del malcontento presente nella struttura, sia tra il personale in servizio che tra quello in quiescenza, sia esso in ausiliaria che in riserva.

Per quanto riguarda il personale in servizio le questioni sono sempre le stesse da anni e oramai arcinote a tutti. La più importante, tuttavia, e dalla quale a nostro avviso discendono tute le altre problematiche, è senza dubbio la mancanza di organismi in grado di tutelare compiutamente la condizione militare.

Fa sinceramente sorridere la proposta, proveniente dall’interno e dagli stessi rappresentanti, di una “rappresentanza forte” anziché sindacale, ritenendo che così si possano salvaguardare gli interessi delle categorie meno protette.

A parte l’anacronismo dell’aggettivo forte che non significa nulla, le rappresentanze istituite con la legge 382/78 sono solo il frutto di compromessi politici, che dovevano riportare l’operato dei movimenti democratici degli anni settanta nell’alveo istituzionale e incanalare le richieste e le proposte verso i responsabili gerarchici della struttura.

Sono trascorsi cinque lustri da allora, giusto una generazione, i tempi e la politica sono profondamente cambiati, le Forze Armate hanno attuato mutamenti radicali, sia come strumento che come impiego, sono affidabili e democratiche, non sono più un corpo separato e pericoloso per la società.

E’ ora, pertanto, di abbandonare indifferenza e titubanza e di intervenire a livello legislativo con riforme vere, al fine di introdurre nella struttura ordinamenti democratici in grado di salvaguardare gli interessi singoli e collettivi del personale militare.

Se il personale fosse stato dotato dei mezzi idonei a difendere la propria condizione, sicuramente negli ultimi anni non avremmo avuto una legislazione schizofrenica, corporativa e punitiva nei confronti delle categorie più deboli.

Non è casuale che un problema che ha generato molto malessere, e che contrappone le varie categorie, sia quello attinente il trattamento economico. In modo particolare la cosiddetta forbice retributiva che si è dilatata in maniera abnorme, ossia è venuto meno quell’equilibrio economico fra i gradi e le categorie, fondamentale per la tenuta disciplinare e la coesione tra il personale.

Da un lato alle categorie meno protette erano riconosciuti solamente gli aumenti previsti dai contratti e legati all’inflazione programmata, mentre dall’altro alla categoria dirigenziale, oltre alla parte contrattuale erano concessi anche aumenti sostanziosi automatici legati all’anzianità e al di fuori della concertazione.

Un ulteriore aspetto, che ha influito negativamente sul morale del personale, principalmente sottufficiali, è senz’altro il riordino delle carriere attuato con il D.Lgs.196/95, il quale ha penalizzato il personale militare rispetto ai loro colleghi delle forze di polizia. In tale intervento, così come nelle precedenti leggi 212/83 e 599/54, che sostanzialmente sono leggi quadro sullo stato giuridico dei sottufficiali, non sono state previste e specificate le funzioni dei vari gradi della categoria. Permettendo così, troppo speso purtroppo, un impiego dei sottufficiali in mansioni che nulla hanno a che vedere con le professionalità previste per la categoria.

Inoltre è stato accentuato il riconoscimento della meritocrazia, annullando completamente il valore dell’anzianità e, soprattutto, senza modificare i meccanismi dell’avanzamento regolati dall’ormai obsoleta normativa delle note caratteristiche, risalenti al lontano 1965.

Lo stesso decreto è riuscito perfino a punire il personale in quiescenza il quale, non solo è stato completamente escluso dalla riforma, bensì è stato addirittura retrocesso rispetto al grado rivestito e, in alcuni casi, anche penalizzato economicamente.

Tutto l’universo dei pensionati dei Comparti, era già profondamente amareggiato a causa dei ritardi biblici riguardanti la definizione dei trattamenti pensionistici, le lungaggini circa il riconoscimento delle pensioni privilegiate e la liquidazione degli equi indennizzi.

Pertanto i danni apportati dal decreto 196/95 hanno ulteriormente esacerbato gli animi. Tant’è che alla imponente manifestazione del 24 febbraio 2001, organizzata dall’As.So.Di.Pro., moltissimi erano i pensionati a fianco dei loro colleghi in servizio, tutti accomunati dal desiderio di dimostrare la propria insoddisfazione nei confronti di chi, sovente, dimentica che il mondo militare, sia in servizio che in quiescenza, è composto di persone che si sentono e pretendono di essere considerate cittadini e non sudditi.

Recentemente ci sono state manifestazioni spontanee di protesta nelle caserme, effettuate da sottufficiali e volontari, per contestare l’approvazione da parte del governo, dei nuovi parametri stipendiali, che dovranno sostituire gli attuali livelli funzionali previsti dalla legge 312/80. Si tratta di un ulteriore provvedimento che penalizza le categorie più deboli e premia, ancora una volta, chi è già super tutelato.

Questa, come le altre problematiche citate costituiranno sicuramente materia di analisi e confronto.

 L’As.So.Di.Pro. e Il Nuovo Giornale dei Militari hanno organizzato quest’incontro-dibattito, non certo per piangersi addosso né, tanto meno, per contestare questo o quel governo, o elemosinare interventi parziali e/o corporativi.

Le finalità sono molto più nobili e riconducibili allo spirito e alla morale della correttezza, della trasparenza, del dibattito e della partecipazione. Sono anni che l’Associazione Solidarietà, Diritto e Progresso e Il Nuovo Giornale dei Militari perseguono tali obiettivi, nel tentativo di richiamare l’attenzione e l’intervento degli organi istituzionali.

Lo scopo principale del convegno è proprio quello di permettere ai diretti interessati, alle forze sociali e ai responsabili politici, di confrontarsi sulle tematiche che riteniamo essere veramente delicate e importanti, non solo per la disciplina e la coesione del personale ma, soprattutto, per la sicurezza e lo sviluppo democratico e sociale delle Forze Armate e del nostro Paese. 

 

                                                                                                            ALBERTO TUZZI

                                                                                           SEGRETARIO GENERALE A.S.D.P.