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DIFESA E SICUREZZA NELLA
POLITICA NAZIONALE E COMUNITARIA.
IL MODELLO
DI TUTELA PROFESSIONALE DEI MILITARI
ITALIANI ”.
All’interno del dibattito politico che
accompagnava gli eventi di guerra
iracheni e la imminente partenza dei
nostri soldati per quello scenario con
scopi umanitari e di sostegno alle
popolazioni liberate dal tiranno,
ASSODIPRO svolse nel maggio dello scorso
anno, presso la sede romana del
Parlamento Europeo, un importante
convegno avente per oggetto di
discussione l’esame della condizione di
tutela dei militari italiani in
comparazione con gli omologhi europei.
Una
occasione di confronto che non poteva
non essere influenzata dagli echi di
quei drammatici avvenimenti, dalle
riflessioni che al momento era possibile
fare in conseguenza delle conoscenze dei
dati di fatto e delle informazioni
circolanti nonché dalle preoccupazioni
di quanti ritenevano che una guerra,
ancorché lontana dai nostri confini
nazionali e dai propri immediati
interessi, è sempre una sconfitta per
l’umanità intera.
Nella
circostanza, esprimemmo forti
preoccupazioni circa la tenuta del
Diritto e delle Istituzioni
Internazionali, che sentivamo minacciate
da ragioni interventistiche non
condivise da tante popolazioni e da
molti governi; esprimemmo forti
preoccupazioni per quanto sentivamo
agitarsi nelle nostre coscienze,
tormentate dal dubbio sulla opportunità
e sulle motivazioni del conflitto e
dagli interrogativi relativi ai benefici
che esso avrebbe arrecato al popolo
iracheno e alle tante ricostruzioni da
effettuare.
Quelle
nostre preoccupazioni, come i fatti si
sono incaricati di dimostrare, erano
tutte fondate, serie e per assurdo
ancora di drammatica attualità.
Leggevamo nella determinazione dei
fautori e degli attori dell’intervento
armato in Iraq la miopia,
l’insensibilità e l’indifferenza che è
propria di chi reagisce in preda al
furore perché colpito ignobilmente nella
carne, nei suoi beni più cari e nella
propria grandezza ritenuta intoccabile;
leggevamo in quella sciagurata reazione
di guerra l’astiosità di una risposta
d’ordine che è data a ristoro del dramma
subìto, leggevamo in essa la noncuranza
per gli effetti perversi che avrebbe
complessivamente innescato e il venir
meno del dovere all’ascolto delle tante
nobili, semplici o autorevoli voci che
nel mondo si erano levate contro la
ineluttabilità dell’evento bellico.
Leggevamo nello strabismo
interventistico in Iraq e nelle ragioni
che lo alimentavano il venir meno delle
priorità da assecondare in tema di
sicurezza globale dopo i tragici fatti
dell’11 settembre 2001 e il depauperarsi
della credibilità delle istituzioni
planetarie.
Il
terrorismo fondamentalista, i suoi
deliranti profeti e i tanti pozzi da cui
attinge per alimentare l’odio religioso
e le schiere dei tanti disposti
all’assurdo sacrificio della vita,
lungi dall’essere debellati come
fenomeni sociali o degenerazioni
ideologiche e umane, trovano vitalità e
nutrimento nei venti di guerra , nelle
connessioni di quest’ ultima con la
recrudescenza del conflitto in Israele e
con i tanti focolai ancora accesi nel
mondo.
Ritenere
che l’umanità, dopo aver risolto e
pacificato ogni conflitto con le armi
della democrazia di credibili
istituzioni, del negoziato, della
diplomazia, della tolleranza, del
rispetto delle diversità religiose ed
etniche, dell’autodeterminazione dei
popoli, possa riprendere il suo cammino
di progresso, non è l’utopia di un
mascherato antiamericanismo a
prescindere che non ci appartiene; NO! è
la consapevolezza che i conflitti per
essere prevenuti, debellati, risolti e
pacificati NELLA SOSTANZA debbono
tornare ad essere oggetto di
attenzione, di intervento e di governo
delle istituzioni globali; è a queste
che pensavamo quando dichiaravamo le
nostre preoccupazioni per le tante
ricostruzioni da effettuare.
Non
occorreva una lungimiranza profetica
per comprendere che la ridicolizzata
autorevolezza dell’ONU avrebbe
rappresentato per reazione a catena un
pericolo per la stabilità e la coesione
di altre istituzioni e di tanti popoli.
Quando
si esce a spintoni dalla condivisione
delle regole e delle decisioni
istituzionali mondiali, la politica
globale entra in sofferenza e con essa
tutte le espressioni che in concorso le
determinano.
Ovunque
volgiamo lo sguardo troviamo tensioni
istituzionali e sociali; Governi che
cercano prove a dimostrazione di una
minaccia che non esisteva e che
scaricano sui propri servizi di
intelligence la responsabilità della
guerra; Governi che tremano in balia
dello sdegno sociale che sale a
testimonianza di una sfiducia crescente,
Governi umiliati dal voto che è
disistima e condanna verso ogni
strumentale menzogna elettorale.
Consolidate alleanze fra Stati e antiche
amicizie di popoli che entrano in crisi
in ragione di contrapposte valutazioni
sulle motivazioni del conflitto in Iraq;
il moderatismo arabo che tace ma che nel
silenzio è distacco, condanna e
impotenza.
In
questo scenario e fra tante macerie,
tuttavia va facendosi largo la
consapevolezza di un ripensamento
riguardante il recupero della centralità
dell’ONU come fatto di garanzia e di
governo della transizione verso la
restituzione al popolo iracheno della
propria sovranità, così come di tutte le
operazioni di ricostruzione.
Che è in
questa direzione che bisogna andare è un
auspicio, una necessità e una grande
ragionevole convenienza per il mondo
intero.
Entriamo
così nel merito del dibattito odierno.
Abbiamo
già visto, purtroppo, che le minacce
riguardanti la sicurezza degli Stati e
la stabilità dei percorsi di progresso
sociale della comunità internazionale,
hanno oggi una natura ben diversa da
quella che le democrazie occidentali
hanno conosciuto e combattuto nel
passato. Non esistono più eserciti
avversari che incutono timore, né
alleanze militari ostili ai sistemi
democratici; esiste un nemico nuovo,
oscuro, penetrante ovunque con
dimostrate capacità di organizzazione,
determinato a colpire con spietata
crudeltà e con modalità di intervento
ritenute inimmaginabili.
Un
nemico, il terrorismo, che verso
l’occidente democratico si nutre dell’
odio di virulenti fanatismi religiosi,
di tensioni etniche e rigurgitanti
nazionalismi, di rendite di posizione
tribali e connivenze criminali di ogni
genere.
Un
nemico, il terrorismo, che opera su
un’area del pianeta tanto vasta da
indurre tutti a forti timori; nessuno
oggi può ritenersi al sicuro dalla sua
minaccia così come nessuno può ritenersi
estraneo dall’obbligo del concorso per
contrastarlo.
Ed è da
questa consapevolezza che la politica
deve ripartire per tornare a fare il
proprio lavoro; un lavoro che richiede
la massima coesione fra gli Stati, il
recupero di una mediata dimensione delle
responsabilità soggettive e una
strategia di intervento globale che
sappia farsi carico di tutti gli aspetti
che determinano le tante situazioni di
crisi.
Rimettere il corso degli eventi nel suo
naturale alveo di sviluppo sta a
significare in primo luogo il ripristino
della pari dignità nei rapporti fra
Stati, che non è, come è ovvio che sia,
una opzione volatile ma un valore da
condividere e da proteggere sempre, a
prescindere dalle esigenze e dalle
convenienze di circostanza.
Significa tornare ad una concezione
comune delle responsabilità mondiali e
delle decisioni evitando raggiri,
prepotenze, veti e il non rispetto
delle ragioni altrui; è al comune
sentire le sorti del mondo che debbono
essere affidate le proprie
disponibilità, i propri impegni e tutti
gli sforzi politici che è necessario
fare per determinare nei fatti quella
unità di intenti senza la quale ogni
ragionevole e utile decisione diventa
impossibile.
E’
quindi il tempo dei ripensamenti; è il
tempo dei passi indietro rispetto al
protagonismo belligerante e della
ricerca di condivise solidarietà; è il
tempo di ritrovarsi come protagonisti
che alla pari concorrono alla
costruzione di certezze e stabilità nel
mondo, di vie di sviluppo per i tanti
popoli in sofferenza e di istituzioni
efficaci e credibili, alle quali
affidare il compito di governare il
futuro della comunità umana.
Il tempo
dei ripensamenti e del ritrovarsi, che
non è quello delle umiliazioni da
infliggere, deve essere quello della
saggezza, che torna ad operare per
costruire quanto serve all’uomo
globalizzato per vivere in pace.
C’è
bisogno di un ripensamento sostanziale
circa il ruolo centrale che
l’Organizzazione delle Nazioni Unite
deve assumere nel nuovo contesto
globale. Non è tanto sul versante della
dotazione strutturale di un suo proprio
esercito che bisogna intervenire, quanto
su quello del recupero della sua
indiscutibile autorità universale.
Autorità
che è politica e morale e che proprio in
ragione di ciò è, o dovrebbe essere,
affidamento, speranza, rispetto.
E’ alla
riconferma della centralità
istituzionale dell’ONU che bisogna
guardare se riflettiamo sul fatto che
essa è il solo luogo di incontro di
tutte le Nazioni del mondo, dei loro
portati, delle loro esigenze e delle
loro speranze; è a questa centralità che
debbono essere riconferiti esclusivi
poteri negoziali politici, funzioni
militari di intervento e credibilità
istituzionale nelle situazioni di crisi,
allo scopo di esaltarne l’autorevolezza,
l’influenza e il suo carattere di equità
universale.
Intorno
alla centralità dell’ONU c’è bisogno di
altri soggetti che possano concorrere a
raddrizzare le sorti del mondo; c’è
bisogno della nostra Europa, delle sue
istituzioni, e fra l’altro delle sue
politiche di Difesa e Sicurezza che
stentano ad affermarsi.
Mai come
in questo momento storico era stato
avvertito il bisogno di una Europa Unita
che agisse nelle relazioni del mondo
spendendo la propria influenza a scopo
di pace o in supplenza di tante
impotenze.
Eppure a
ben guardare le cose di oggi è
nell’interesse delle Nazioni Europee
accelerare il passo verso la loro
costituzionalizzata unità; è nel loro
interesse attrezzarsi unitariamente per
contrastare le nuove minacce
terroristiche e le sfide indotte dalle
degenerazioni della globalizzazione se
si considera il fatto che oggi esse sono
teatro di stragi, attentati, attenzioni
criminali e parte importante nella
produzione della ricchezza mondiale.
C’è
bisogno d’Europa, della sua cultura
passata per secolari belligeranze e per
il buio della ragione dei regimi dei
gulag e dei campi di sterminio; c’è
bisogno d’Europa, dei suoi valori di
civiltà che si immergono nella
democrazia e nella sovranità dei popoli;
c’è bisogno d’Europa, della sua unità e
di una sua visibile e condivisa linea
politica.
Non
siamo tuttavia all’anno zero; c’è una
vocazione antica, ispirata dall’idea di
una grande Europa, unita nelle Nazioni
e nei popoli dalle tante radici comuni,
che fra infinite difficoltà continua ad
operare.
Sono
caduti muri fisici e mentali, inimicizie
antiche e tante incomunicabilità; vecchi
sistemi entrano in rapporto accogliendo
a denominatori comuni i valori della
democrazia, dei diritti umani e del
progresso economico fondato sulle regole
del mercato libero e solidale. L’Europa
è oggi un cantiere aperto, che nella sua
edificazione include con spirito di
amicizia, rispetto e tolleranza vecchi
nemici, sudditi satelliti liberatisi e
tante diversità, elevandoli a
protagonisti del nuovo ordine mondiale.
E’ da
questo cantiere, che si ricollega
all’ansia e ai bisogni dei popoli
continentali, che dobbiamo pretendere
per quanto attiene al tema in
trattazione l’emanazione di una
sollecita legislazione Costituzionale
europea, una accelerazione nella
definizione delle politiche di Difesa e
Sicurezza e dei nuovi assetti funzionali
e strutturali degli strumenti militari e
di polizia che da queste debbono essere
delineati.
E’ a
questi lavori che guardiamo con sentito
interesse; è da questi lavori che
possono e debbono venire risposte in
relazione alla emancipazione dei
militari e degli appartenenti alle forze
di polizia in tema di sviluppo della
loro condizione di tutela professionale.
Pur fra
ritardi, pregiudizi, diffidenze e
interessi nazionalistici che ne hanno
limitato le aspettative e lasciato
irrisolti alcuni nodi, il Nuovo Trattato
Costituzionale per la futura Europa è
arrivato in prossimità della sua
approvazione; se sarà fonte idonea ad
alimentare e governare un nuovo e più
ampio contratto sociale, ovvero se sarà
all’altezza di assolvere alle funzioni
del riconoscimento dei diritti dei
cittadini, della organizzazione dei
rapporti fra governanti e governati e a
quelle relative alle attribuzioni dei
diversi poteri nelle loro interazioni
reciproche, è al momento un sentito
auspicio.
Ciò che
al momento possiamo ragionevolmente
ritenere è che il Nuovo Trattato
rappresenta un passo avanti rispetto
alle regole d’insieme che legavano nel
passato istituzioni e cittadini
comunitari; un passo avanti che va
sicuramente nella direzione giusta.
Fra le
novità di rilievo che il nuovo trattato
contiene si segnala al titolo secondo la
Carta dei Diritti Fondamentali già
approvata a Nizza il 7 dicembre 2000.
Incorporata integralmente nel Nuovo
Trattato Costituzionale assume
visibilità e forza di legge, esplicita
la distinzione fra disposizioni recanti
diritti e quelle recanti princìpi;
chiarisce che i princìpi differiscono
dai diritti soggettivi per il fatto che
la loro attuazione in sede legislativa
ed amministrativa è devoluta alla
giurisprudenza della Corte di Giustizia
e alla esperienza maturata nei sistemi
costituzionali degli Stati membri. I
princìpi possono essere disciplinati, i
diritti debbono invece essere
riconosciuti.
Per
quanto ci riguarda riteniamo che le
aspirazioni di tutela dei militari a cui
guardiamo rientrano appieno nelle
previsioni di cui all’art. 12 primo
comma della Carta che riconosce ad ogni
individuo comunitario il diritto alla
libertà di riunione pacifica e alla
libertà di associazione a tutti i
livelli, segnatamente in campo politico,
sindacale e civico; il che implica il
diritto di ogni individuo di fondare
sindacati insieme con altri e di
aderirvi per la difesa dei propri
interessi.
Che le
politiche Europee di Difesa e Sicurezza,
nella loro interazione e nel loro
sviluppo siano oggi una necessità da
condividere e che da esse debbano
discendere come è ovvio che sia nuovi
strumenti militari e di polizia idonei
ad affrontare nello scenario globale le
tante emergenze, è persino superfluo
ribadirlo. Che esse possano subire
assestamenti in fase di pianificazione e
di attuazione a causa dei repentini
mutamenti del quadro all’interno del
quale sono destinate a produrre effetti
è nei fatti, nelle necessità contingenti
e purtroppo nella non totale
condivisibilità del progetto da parte di
tutti gli Stati comunitari.
Stenta a
decollare a fianco della unità
politico-economica e sociale europea
quella di integrazione strategica delle
componenti militari nazionali, che allo
stato intervengono nelle situazioni di
crisi solo per obiettivi contingenti,
guardando nel contempo con distacco agli
assetti definitivi delle costituende
forze di intervento europee.
In
ragione di ciò si discute se il progetto
di integrazione militare dei paesi
comunitari debba andare avanti
attraverso l’iniziale coinvolgimento dei
preveggenti della prima ora, o se invece
esso debba frenare il proprio corso in
attesa del superamento di tante
indecisioni nazionali.
Relativamente alla portata dei nuovi
assetti militari europei, alle ricadute
che essi avranno sulla condizione
d’impiego e sulle diversità di tutela
dei nostri soldati e alle implicazioni
che il nuovo Trattato Costituzionale
europeo avrà nella ridefinizione dei
diritti comunitari, registriamo ancora
una volta nella nostra politica
nazionale il distacco più completo.
E’ del
tutto evidente che, fatte salve alcune
opzioni partitiche e modeste attenzioni
di riforma dello strumento di
rappresentanza dei militari, nel
legislatore nazionale tarda ad
affermarsi una visione di relazione e di
integrazione con le scelte europee; cosa
dobbiamo dire infatti rispetto alle
tante risoluzioni e raccomandazioni
delle istituzioni europee lasciate
cadere che richiamavano le nostre
istituzioni, il nostro legislatore ad un
impegno affinché in tempo di pace
fossero riconosciuti ai nostri militari
i fondamentali diritti associativi e
sindacali a tutela della loro condizione
professionale?
Cosa
possiamo ancora dire rispetto alle
inascoltate preoccupazioni europee che
segnalavano l’esigenza di unificare le
tante diverse condizioni di tutela
diventate visibili in virtù dei comuni
impegni dei militari europei?
Il
respiro europeo comprende che le
diversità in materia minano alla radice
la motivazione, il sentire comune, la
coesione e quindi la stabilità
funzionale delle nuove e integrate unità
militari europee.
Pensare
che i militari italiani non sappiano
misurare le diversità dei trattamenti
loro riservati in materia di tutela è la
miopia di chi non vede che queste
rappresentano un pericolo da prevenire
alla sorgente, prima che esplichino i
propri effetti di frustrazione e di
depotenziamento della motivazione.
Pensare
che a parità di impegni e di doveri nel
futuro assetto di Difesa Europea e nelle
missioni internazionali, ai nostri
militari possano ancora essere
corrisposti diversi trattamenti
economici e diseguali condizioni di
tutela significa non aver capito che è
sulla rimozione di queste diversità che
passa la valorizzazione della condizione
professionale dei nostri soldati e la
competitività dell’offerta del lavoro
militare.
Ritenere
che a soddisfacimento delle esigenze
professionali, morali, materiali e di
ampie libertà di tutela dei nostri
militari possa essere sufficiente una
dichiarazione di gratitudine per quello
che fanno, un grazie ragazzi di
circostanza, significa non aver capito
che la riconoscenza fine a se stessa non
rimuove le cause del cronico disagio di
questi particolari lavoratori.
Sostenere goffamente che essi nelle
missioni esterne sono ben pagati, senza
per altro relazionarsi alla specificità
della prestazione e alle retribuzioni
che vengono da altri corrisposte per
uguali o analoghi impegni nei teatri di
crisi, significa enfatizzare
strumentalmente un dato, ritenendolo
esaustivo di una giusta compensazione e
di una sicura attenzione che, alla prova
del peso specifico e della comparazione,
risulterebbe modesto a dir poco e
comunque ininfluente a colmare i bisogni
dei nostri soldati.
Che le
preoccupazioni palesemente espresse
dalle istituzioni europee, a cui fanno
riferimento le nostre riflessioni e le
nostre esortazioni, non siano oggetto di
ponderata valutazione e di recepimento
da parte del nostro legislatore è cosa
nota, ed è quanto si ripropone
attraverso gli intendimenti che stanno
emergendo in tema di riforma delle RR.MM.
presso la Commissione Difesa della
Camera.
Con una
liturgia tanto monotona quanto priva del
coraggio di relazionarsi agli scenari
europei e alle raccomandazioni delle
istituzioni comunitarie, la predetta
Commissione sta per licenziare il
disegno di legge che intende riformare
il modello di tutela dei nostri
militari.
Un
disegno che non concede nulla al vento
nuovo dell’Europa, che non contempla
aperture ai diritti associativi e
sindacali, che non rimuove la
collocazione delle RR.MM. all’interno
dell’ordinamento, che non concede ad
esse un reale ruolo negoziale
para-sindacale, che non porta in
dotazione alle medesime i caratteri di
una decorosa autonomia gestionale e
funzionale, né supporti di studio e
legali che ne potrebbero determinare
indipendenza, qualità ed efficacia.
Nonostante il lifting, nella sostanza lo
strumento di tutela dei militari resta
confinato dentro i limiti congeniti
della sua legge istitutiva che ne sancì
la più completa virtualità.
Si è
arrivati a ribadire tanta
approssimazione per esplicita volontà
del Governo che attraverso i suoi
sottosegretari alla Difesa con una
operazione di netta chiusura rispetto
alle scarse e comunque ininfluenti
novità partorite dalla Commissione
Difesa, ha riposizionato gli orizzonti
di tutela dei militari dentro
l’invalicabilità delle attuali
rappresentanze di categoria e degli
scarsi poteri ad esse conferite.
Che i
militari avessero chiesto altro e di più
rispetto a quanto per assurdo gli si
intende riconoscere è cosa nota; che
essi, i carabinieri in particolare, in
relazione agli esiti cui è pervenuta la
Commissione Difesa abbiano manifestato
netta insoddisfazione ed espresso
l’intenzione di assecondare alternative
ipotesi di tutela, è questione che
dovrebbe far riflettere quanti si
ostinano a non comprendere che la
ricomposizione di una soddisfacente
armonizzazione dei ruoli, delle funzioni
e dei poteri di rappresentanza fra gli
organismi dei comparti Difesa e
Sicurezza non può passare per le vie
della conservazione degli attuali
assetti, che come è noto creano forti
sperequazioni e risentite rimostranze.
E’ per
altri percorsi che le distanze interne
ed internazionali in materia di tutela
dei militari si accorciano; è per altri
percorsi che i bisogni di tutela possono
trovare soddisfazione e la condizione
militare utile valorizzazione; è sulla
strada di riconosciute libertà
associative e sindacali, disciplinate
nel loro esercizio allo scopo di
salvaguardare le esigenze degli
ordinamenti, che la politica deve
riportare la sua attività.
E’ alla
politica che noi rimettiamo come è ovvio
che sia, l’esigenza di nuovi
approfondimenti in materia; è la
politica che oggi deve tornare a
riflettere domandandosi in primo luogo
se nelle condizioni attuali i limiti dei
diritti di tutela dei militari abbiano
ancora un senso e se essi rappresentino
ancora il sacrificio da imporre a
garanzia della coesione e della
neutralità dell’ordinamento militare.
Sappiamo
bene che è intorno a queste
indimostrabili preoccupazioni che la
politica arresta i suoi orizzonti di
riforma; così come sappiamo bene da
quale vangelo discende questa
indimostrabile verità, e quali sono i
profeti che la narrano.
La
sentenza 449/99 della Corte
Costituzionale che giustifica le
limitazioni di esercizio dei diritti
associativi e sindacali dei militari
attraverso le motivazioni dette in
precedenza oggi, se rapportata ai fatti
- questi sì dimostrabili - appare come
una fonte di stabilizzazione legislativa
del tutto inadeguata e superata.
Chi
riteneva che l’esercizio dei diritti di
tutela avesse potuto rappresentare un
pericolo per la coesione e l’operatività
delle FF.AA. provi a misurare queste
preoccupazioni con quello che stanno
offrendo i nostri soldati a garanzia
della pace e della democrazia in tante
parti del mondo; provi a riflettere sui
prezzi che sono disposti a pagare per
assecondare gli impegni della Nazione e
i bisogni di tante popolazioni.
A fronte
di quanto dimostrato si può oggi
ritenere che fuori dai confini nazionali
i militari siano avveduti operatori che
concorrono alla edificazione della
democrazia, alla salvaguardia delle
istituzioni, al ripristino dei diritti
di tante popolazioni e che gli stessi in
Patria , qualora dovessero godere dei
diritti di tutela a proprio vantaggio,
potrebbero diventare un pericolo per le
Istituzioni che servono?
Avveduti, capaci e sensibili per i
diritti di altri e di altre nazioni,
inquietanti e da tenere al freno se
fossero liberi di godere dei beni che ad
altri hanno garantito e protetto.
E’ un
assurdo che non convince nessuno; un
assurdo supportato dal pregiudizio, dal
catastrofismo e da tanta malcelata
ostilità verso i valori veri della
democrazia rappresentativa.
Per
quanto ci riguarda, per quanto possiamo
offrire alla politica per orientarla
verso nuovi scenari di attenzione della
condizione militare, per la convinzione
di rappresentare una esigenza vera,
sentita e ampiamente condivisa dalla
comunità militare, per la certezza che
gli orizzonti di tutela a cui guardiamo
rappresentino un bene per le
istituzioni, per la democrazia e per la
categoria; per tutto ciò oggi, domani e
ancora dopo, in perfetta coerenza con la
nostra storia, in compagnia delle tante
convergenze politiche e sindacali
incontrate continueremo a tenere vivo
nel paese il dibattito sulla questione
trattata; continueremo fino a quando
l’albero delle tante ostilità, dei tanti
ritardi e delle infinite indecisioni non
libererà i frutti delle vere libertà di
tutela che anche ai militari debbono
appartenere.
Grazie.
AS.SO.DI.PRO.
Il Presidente
Emilio Ammiraglia