A
conclusione del Convegno del 24 febbraio
2001, che interrompeva il
venticinquennale silenzio pubblico della
categoria militare, chiedevamo, con
dovizia di argomenti, alla politica e ai
protagonisti che avrebbero
caratterizzato questa legislatura, la
responsabilità di farsi carico di una
sessione specifica di studio, di
approfondimenti e di elaborazioni,
idonea a recuperare a rilevanza primaria
l’insieme delle questioni che formano la
condizione dei nostri militari.
Chiedevamo in sintesi un progetto
politico idoneo, ad affrontare le
aspettative di tutela dei cittadini in
uniforme, rapportandole alla mutata
connotazione dello strumento militare,
che a partire dagli anni 90 è stato
ridefinito negli aspetti strutturali,
funzionali, strategici e umani.
Chiedevamo una nuova attenzione e un
apprezzamento chiaro in relazione alla
specificità della professione militare e
una significativa inversione di tendenza
nei trattamenti economici da sviluppare
al di fuori delle regole contrattuali
del pubblico impiego, con un riferimento
retributivo al lavoro militare europeo.
Chiedevamo atti di Governo, idonei ad
arginare la voragine dei contenziosi
amm.vi e il superamento dei tempi
biblici nella erogazione dei decreti
definitivi di pensione normale e
privilegiata.
Chiedevamo chiarezza e trasparenza
intorno al fenomeno dell’uranio
impoverito e adeguamenti legislativi a
sostegno dei militari esposti ai rischi
dell’amianto.
Chiedevamo attenzione particolare verso
le problematiche insorte in applicazione
della legge 216/92 e più in particolare
verso quel riordino dei ruoli dei sott.li
e volontari, che contrariamente alle
larghe attese dei destinatari,
rappresentò la madre di tutte le beffe.
Chiedevamo, dopo aver mostrato senza
reticenze quanto grande era il fardello
delle doglianze dei militari e quanto
insostenibile ne era diventato il suo
peso, in ragione della tanta
indifferenza delle istituzioni e della
interessata e riduttiva valutazione del
fenomeno da parte della burocrazia
militare.
Chiedevamo rispetto e considerazione,
dopo aver dimostrato quanto ampio e
importante fosse stato il contributo dei
nostri soldati nella operazione di
riforma dello strumento militare e nelle
missioni internazionali di pace.
Nel
segnalare i mali e i ritardi che
mortificavano la condizione militare
fino alla soglia dell’incuranza,
diversamente dal risentimento che era
legittimo esprimere, ASSODIPRO si fece
carico di ricordare il significativo
concorso offerto dalla categoria al
risanamento del sistema previdenziale
pubblico, attraverso il superamento
delle pensioni d’anzianità, le
penalizzazioni disincentivanti, la
riduzione dei servizi figurativi,
l’eliminazione dell’ausiliaria per le
pensioni d’anzianità, la riduzione
graduale della sua rendita e della sua
durata e i blocchi contrattuali dei
primi anni 90; un portentoso contributo,
un sacrificio enorme accettato come
sempre con grande compostezza e sicura
dignità.
Abbiamo
buona memoria della positiva valutazione
politica riservata alle nostre
argomentazioni così come degli impegni
assunti dalle forze politiche
intervenute; abbiamo consapevolezza dei
tanti sinceri apprezzamenti dimostratici
così come delle tante lusinghe
interessate in ragione del clima
elettorale dell’epoca.
Da tanta
simpatia non è nato tuttavia un progetto
di attenzione per la condizione
militare, né l’inversione di tendenza
rispetto alla indifferenza complessiva
che chiedevamo di superare; dalla
constatazione di ciò, come dalla
consapevolezza dell’aggravarsi del
disagio che investe la fascia più bassa
della scala gerarchica dei nostri
militari, le ragioni di questo nuovo
appuntamento.
Un
appuntamento che si inserisce
all’interno di un dibattito politico
nostrano, sensibile ai grandi temi della
pace minata dal conflitto in Iraq; un
dibattito che costringe a forti
preoccupazioni circa la tenuta del
diritto e delle istituzioni
internazionali, che scuote le coscienze
interrogandole sulla opportunità e sulle
motivazioni del conflitto,sui benefici
che arrecherà alle popolazioni liberate
dal tiranno e sulle tante ricostruzioni
da effettuare.
Un
dibattito che registra la partenza dei
nostri soldati per l’Iraq e il suo lento
declino verso i libri di storia.
Spenti i
riflettori sulla guerra, lo specifico
militare sarà ricondotto all’ordinaria
gestione delle cose comuni e da queste
torneranno a parlare i problemi degli
uomini militari accantonati dagli
eventi, dalle tante priorità della
politica e da una miopia provinciale che
non vede quanto grandi siano le distanze
che ci separano dai modelli militari
delle più evolute democrazie occidentali
e quanti ritardi in ragione di ciò si
sono accumulati, aggravando
ulteriormente la malattia della
condizione militare.
Da oltre
un ventennio il Parlamento Europeo
attraverso risoluzioni e raccomandazioni
(l’ultima delle quali, la 1572 dello
scorso settembre) continua ad esortare
gli stati membri affinché le
legislazioni nazionali riconoscano ai
militari di professione, in tempo di
pace, la facoltà di esercizio dei
diritti associativi e sindacali, a
tutela dei loro interessi
professionali.
Lo
sforzo compiuto dalla politica
comunitaria, nel trattare la questione
militare, tende ad una visione unitaria
delle strategie di intervento e alla
costituzione di una forza di sicurezza
sopranazionale, nonché alla unificazione
dei diritti umani e delle libertà
fondamentali dei militari, la cui
garanzia di esercizio è ritenuta di
vitale importanza per le costituende
FF.AA. europee.
A tale
assunto si arriva perché il dibattito
politico europeo ha reso visibili le
differenze dei diritti e delle libertà
di cui godono i soldati dei diversi
stati membri e le diverse sensibilità e
preoccupazioni esistenti in relazione ad
esse; da ciò l’esigenza del loro
superamento per garantire uguaglianza,
sicurezza e stabilità agli uomini, alle
popolazioni e alle istituzioni.
Un
disegno serio che conferisce dignità
primaria al cittadino in uniforme,
rendendolo protagonista attivo dei
cambiamenti che investono lo scibile
militare, le società e le istituzioni da
costruire e da proteggere.
Della
questione di aggiornare le legislazioni
nazionali, per farle corrispondere a più
evoluti livelli di tutela della
condizione lavorativa, si occupò inoltre
il diritto internazionale dell’OIL con
la convenzione 151 del 1978, relativa
alla protezione del diritto di
organizzazione e alle procedure per la
determinazione delle condizioni
d’impiego nella funzione pubblica.
La
Conferenza Generale dell’OIL, nel
richiamare la Convenzione sulle libertà
e la protezione del diritto sindacale
del 1948, la Convenzione sul diritto di
organizzazione e di contrattazione
collettiva del 1949 e successive sue
disposizioni, nel prendere atto della
considerevole espansione delle attività
della funzione pubblica (avvenuta in
molti paesi membri), constatava che gli
atti richiamati non contemplavano la
tutela e la disciplina di diverse
categorie di dipendenti pubblici; da ciò
la Convenzione 151 rispondente alla
necessità di costruire SANE RELAZIONI DI
LAVORO tra le autorità pubbliche e le
organizzazioni dei pubblici dipendenti.
Sensibilità e preoccupazioni che servono
ugualmente a rimarcare, come meglio
vedremo più avanti, lo scarto esistente
fra quanti si occupano con lungimiranza
dei diritti degli uomini e quanti
credono che questi debbano recedere nei
confronti della stabilità di un ordine
che tutto deve regolare in funzione
della sua immodificabilità.
Lo
specifico militare relativamente alla
sfera di applicazione della nuova
normativa internazionale dell’OIL è
trattato al 3° comma dell’art. 1 che
recita: "la legislazione nazionale
determinerà la misura in cui le garanzie
previste nella presente Convenzione si
applicheranno alle FF.AA. e alle Forze
di Polizia".
Alle
legislazioni nazionali veniva quindi
rimessa la potestà di disciplinare la
misura di applicabilità del diritto di
organizzazione in ambito militare,
attraverso una estensione più o meno
ampia delle garanzie della nuova
Convenzione che, ratificata secondo le
procedure previste dal nostro sistema
legislativo, è divenuta normativa di
Stato mediante la legge 862 del 1984.
Date le
premesse, riferite ai ritardi che la
nostra legislazione mostrava nel
trattare i diritti di tutela dei
militari, il buon senso, una decente
ragionevolezza e una modesta azione
riformatrice avrebbero dovuto optare per
un grado di accoglimento e di disciplina
della Convenzione diversi dallo zero.
QUESTO
INVECE E’ STATO.
A nulla
sono servite le richieste dell’OIL che
tendevano a rimuovere evidenti squilibri
nelle relazioni di lavoro; per lo
specifico militare a nulla è servito che
la Convenzione contenesse particolari
protezioni del diritto di
organizzazione, che erano e sono in
netta antitesi con lo status quo delle
RR.MM. che si voleva e si vuole
perpetuare.
Eppure,
nonostante la tanta protervia subita,
quegli atti continuano ancora a parlare
indicandoci un percorso che illuminano
con la chiarezza delle proprie
previsioni.
La
Convenzione 151 all’art.5 prevede che le
organizzazioni dei dipendenti pubblici
dovranno godere di una completa
indipendenza nei confronti delle
autorità pubbliche e di una adeguata
protezione contro ogni atto d’ingerenza
da parte delle autorità pubbliche nella
loro formazione, nel loro funzionamento
e nella loro gestione.
Considera atti d’ingerenza, le misure
tendenti a promuovere la creazione di
organizzazioni di pubblici dipendenti
sotto una autorità pubblica o a
sostenere delle organizzazioni di
pubblici dipendenti con mezzi finanziari
o altri, con l’obiettivo di porre tali
organizzazioni sotto il controllo di una
autorità pubblica.
Non
occorre fare grandi sforzi di
immaginazione per accostare l’ingerenza
definita dal diritto internazionale alle
nostre RR.MM.
Ciò che
il diritto internazionale vieta di fare,
per il nostro contesto diventa
condizione irremovibile.
Dalla
stoltezza che mutila le RR.MM. nei
caratteri propri di un decente strumento
di tutela, quali quelli dell’autonomia
organizzativa, gestionale, funzionale e
finanziaria e dalla loro collocazione
all’interno all’ordinamento che ne
imbriglia ogni espressività, le cause
prime ma non esclusive che determinano
gli effetti perversi della loro
efficacia e il disagio che i militari
continuano inutilmente a segnalare.
Che il
disagio dei militari nasca dal modello
di tutela messo in campo, dai suoi
limiti genetici segnalati, dalla
carenza di autonomi supporti di studio e
legali e dalla impossibilità di
ricorrere ad esterni servizi di
consulenza, non è solo l’opinione di chi
ne aveva preavvertito l’insorgenza,
capendone in tempo lo scarso profilo di
incisività e le difficoltà operative che
avrebbe incontrato;è anche e
soprattutto il frutto di una lettura
non approssimativa dei fatti e dei
risultati, che in combinazione si
incaricano di dimostrarci tutta la
passività del bilancio che questo
modello di tutela può presentare nel suo
ventennale esercizio.
Un
bilancio in passivo, che non è
determinato dagli uomini che nelle RR.MM.
hanno creduto e che in esse hanno
riversato impegno, energie e passioni;
un bilancio in passivo semplicemente
perché l'esigenza di tutela vera è stata
sacrificata in nome di un bene da
custodire, l'ordine
gerarchico-disciplinare, da tutti
riconosciuto, da nessuno minacciato e
dalla legislazione protetto.
Dicevamo
dei fatti e dei risultati che rendono
negativo il bilancio delle RR.MM.
I
decreti delegati di cui alla legge
216/92 che dovevano armonizzare le
procedure di concertazione e il riordino
delle carriere, delle attribuzioni e dei
trattamenti economici per conseguire una
disciplina omogenea fra gli appartenenti
alle FF.AA. e alle FF.PP. ad ordinamento
civile e militare, diversamente dalle
aspettative sono risultati essere la
fonte di una querelle che non
intende rientrare.
Alla
concertazione sono stati ammessi, in
un'ibrida collocazione, gli Stati
Maggiori che per assurdo arrivano a
firmare in sostituzione dei COCER i
documenti concertati; l'omogeneizzazione
delle carriere e aspetti correlati,
punto di approdo di una ventennale
rincorsa, come tristemente noto è ancora
lungi dall'essere raggiunta.
E'
chiaro a tutti che l'intromissione degli
Stati Maggiori nella concertazione
rappresenti una evidente anomalia e che
essa non derivi dal caso; è la posizione
di massima rendita, è l'interposizione
fra le parti in un ruolo che si
trasfigura a seconda degli interessi da
intercettare.
Parte
della delegazione ministeriale
trattante a volte; parte delle RR.MM.
nella trattativa e nella elaborazione
delle richieste da concertare, altre.
Uno,
nessuno e centomila, una logica
asfissiante che limita in basso
autonomia, espressività, capacità
negoziale e quindi i risultati.
Da quale
parte del tavolo negoziale debbano stare
gli Stati Maggiori e per quale funzione
da svolgere dovrebbe essere chiaro, se
si riflette sul fatto che il confronto
deve avvenire fra il datore di lavoro e
gli eletti rappresentanti dei lavoratori
in uniforme.
Agli
Stati Maggiori in ragione di ciò non
può essere affidato altro compito che
quello di supporto tecnico e di
consulente del datore di lavoro, ovvero
del Ministero della Difesa; diversamente
si arriva all'inquinamento della
trattativa con i risultati che abbiamo
poc'anzi citato.
Nel
merito del riordino delle carriere e
aspetti correlati dei non direttivi, che
è questione che si trascina da ormai 11
anni, è utile osservare che nello stesso
arco di tempo per i direttivi delle
FF.AA., attraverso progetti e
scorciatoie legislative (che non hanno
nemmeno meritato l'acquisizione del
previsto parere delle RR.MM.), si è
provveduto risolutivamente con almeno 4
interventi che hanno portato la
categoria alla completa omogeneizzazione
con gli omologhi delle FF.PP.
Una
categoria è quindi ancora in attesa di
veder liberato il prigioniero del
riordino delle carriere come aspetto
fondamentale della omogeneizzazione;
l'altra di questa ne gode già i
frutti.
E' da
questa constatazione, che è il risultato
di un'attenzione e di una sensibilità a
senso unico, che trae origine il
malessere che pervade larga parte della
comunità militare; è da questo che i più
ricavano la conferma di essere figli
illegittimi di un rapporto che non
intende aprirsi in una famiglia
allargata.
Non è
quindi l'acredine per quanto elargito ai
direttivi delle FF.AA. (obiettivo
comunque da raggiungere nella logica del
bilanciamento perequativo tra funzioni e
riconoscimenti degli appartenenti ai
comparti Sicurezza e Difesa) che
alimenta e nutre il malcontento dei
cosiddetti quadri o gregari; NO! è
dal toccar con mano la discriminazione e
la regia, che regolano con evidente
arroganza e con sicura superficialità i
meccanismi e la tempistica degli
interessi concreti dei nostri militari,
che salgono forti l'indignazione, la
denuncia e la protesta.
E che
dire degli interventi ripetuti nella
ridefinizione dell'albero gerarchico dei
gradi che investe solo in non direttivi
attraverso una modificata denominazione
della posizione apicale?
E'
difficile leggere in questa
manipolazione l'intento di far
scomparire il pari grado in servizio
(per quanti sono in ausiliaria) che è il
riferimento sul quale si commisura la
relativa indennità legata alla
retribuzione fondamentale del grado?
E'
difficile leggere che sulle progressioni
di carriera dei non direttivi arruolati
ai sensi e per gli effetti della legge
212/83 e stravolte in termini
penalizzanti dai successivi riordini, si
stanno addensando ritardi che andranno a
modificare sostanzialmente retribuzioni
di servizio e future pensioni?
E in che
chiave bisogna interpretare i
provvedimenti di favore che recuperano,
ai fini del collocamento in ausiliaria e
quindi di pensione, i soli direttivi
costretti alla posizione di riserva per
effetto dei blocchi degli anni 96/97?
E' tanto
cervellotico ritenere che per fini di
equità al meccanismo dei 4 anni dal
limite di età, posto a base
giustificativa del provvedimento,
potessero essere associate le posizioni
dei non direttivi che si trovavano nelle
medesime condizioni?
Per
questi ed in particolare per coloro che
all'epoca potevano far valere la massima
anzianità contributiva e oltre quale
norma di recupero è stata studiata?
NESSUNA.
Abbandonati a se stessi e alla loro
incolpevole diversità.
E che
dire dei provvedimenti che hanno
modificato l'impianto normativo delle
indennità operative e dell'orario di
servizio o che hanno introdotto l'alta
valenza operativa?
Cosa si
legge dentro tanto rimescolamento se non
la volontà di spingere in alto indennità
e retribuzioni delle posizioni
gerarchiche apicali e di mitigare spazi
conquistati e progressioni retributive
dei soliti non direttivi?
Ed è
difficile capire, date le premesse, che
la tendenza a verticalizzare ogni
istituto retributivo la farà ancora da
padrone nei prossimi contratti e nel
nuovo inquadramento nei parametri?
E come
saranno pagate queste tendenze dagli
ultimi arrivati, dai nostri volontari
che rappresentano nel mondo il grande
cuore italico a sostegno della pace?
Aspettavano risposte certe in relazione
ai trattamenti economici, alle
progressioni di carriera, alle
condizioni d'impiego, allo stato
giuridico, agli alloggi e alle tante
incertezze per il loro futuro.
Restano
invece, nonostante la più illusoria
propaganda, ai margini di una attenzione
che anche in questo caso non ascolta la
saggezza Europea, che chiede di rendere
competitiva la professione dei nostri
volontari rispetto al mercato del
lavoro.
Restano
ai margini di una famiglia che fatica a
lubrificare i meccanismi
dell'accoglienza verso questa
straordinaria risorsa; nel mortificare
le loro speranze, la loro dignità e i
loro bisogni essa per assurdo arriva a
compromettere la propria coesione e la
sua stabilità.
Non è un
caso infatti che oggi da qualche parte
si parli di rimuovere la sospensione
della leva obbligatoria. Per quale
ragione e in virtù di quali
preoccupazioni si potrebbe arrivare a
tanto dovrebbe essere chiaro a tutti, se
si comprende che le difficoltà nel
reclutamento dei volontari sono la
conseguenza di una condizione non
adeguatamente apprezzata.
Rispetto
a tutto ciò come deve essere considerato
il ruolo svolto dalle RR.MM.?
ININFLUENTE.
Nulla
hanno potuto; a nulla è servita la loro
opinione contraria rispetto a tanti
scellerati provvedimenti; nulla ha
modificato il rifiuto a firmare
unitariamente gli ultimi rinnovi
contrattuali.
Peso
specifico di un diverso strumento di
tutela, lungimiranza, buon senso, equità
e ragionevolezza avrebbero dovuto
condurre ad esiti diversi.
A
contrastare la dimostrata necessità di
riavviare il cammino delle riforme,
verso nuovi orizzonti di tutela,
ritroviamo oggi i pregiudizi del
passato, i fedeli custodi
dell'ortodossia settantottina, gli
ingegneri del catastrofismo
ordinamentale, i sostenitori della
inesistenza delle condizioni politiche,
gli addetti alla stampa di veline
segnalanti compromettenti associazioni
non autorizzate, dalle quali è doveroso
stare alla larga; il vuoto incartato di
una scomposta propaganda che tutto
promette di risolvere e i soliti
opportunisti di stagione che la vendono
per miserabili ambizioni personali,
confidando nella beata superficialità
dei sudditi ignoranti.
Nonostante tanto ostracismo continueremo
con pazienza ad offrire alla necessità
di riaprire un dibattito politico sulla
condizione militare i segni di una
idealità che nessuna costrizione potrà
confinare nella memoria di un'epoca
passata, e la certezza che essa è al
servizio di una causa giusta e nobile
che merita di essere vissuta e
sostenuta.
Lo
faremo da quella posizione di legalità,
acquisita e protetta dalla legge che
nessuna cervellotica insinuazione potrà
confinare nelle caverne della
emarginazione; lo faremo in compagnia
della solidarietà internazionale dei
500.000 colleghi europei che insieme a
noi formano EUROMIL, la nostra famiglia
allargata che riunisce il mondo
associativo militare della maggioranza
dei paesi comunitari oggi qui
rappresentata dal suo massimo esponente.
Lo
faremo infine per le istituzioni e per
la democrazia, nella consapevolezza che
ad esse necessiti sempre il contributo
partecipativo della nostra categoria.
AS.SO.DI.PRO.
Il Segretario Gen. Agg.to
Emilio Ammiraglia