SULLA
CONDIZIONE DEL PERSONALE MILITARE
Che lo
stato di salute della condizione del
personale militare fosse precario era
noto a tutti; che chi chiamato a porvi
rimedio nell'insieme dei vari soggetti
istituzionali (Parlamento, Governo,
forze politiche) che concorrono alla
soluzione della durevole questione
continuasse a pensare che il limite
della sopportazione dei militari
rispetto ad ogni evidente indifferenza
fosse ancora lontano dal manifestarsi
nelle forme e con le regole democratiche
del nostro ordinamento è questione che
desta grande amarezza e sicura
incredulità.
E'
questione che ci fa riflettere su ciò
che la condizione militare era nei
remoti anni '70 quando assunse rilevanza
sociale tanto da sfociare in atti
parlamentari con l'approvazione nel 1978
della ormai famosa legge sui principi
della disciplina militare, la n. 382,
che introdusse fra l'altro
nell'ordinamento militare gli Organismi
di Rappresentanza; ci fa riflettere su
ciò che è stato questo lungo periodo in
riferimento alle alimentate speranze e
alle tante promesse mancate; ci fa
ulteriormente riflettere sui tanti
ritardi che hanno portato la salute
della condizione del personale militare
ai limiti di soglia che ci accingiamo a
segnalare e ad esaminare.
Siamo
buoni testimoni di questa storia
avendola vissuta tutta e per intero in
prima linea nella consapevolezza che
meritava di essere scritta
nell'esclusivo interesse di una
categoria dimenticata ed isolata dal
contesto sociale e delle Istituzioni che
con fedeltà, lealtà e spirito di
servizio abbiamo in concorso sempre
servito.
La
condizione militare degli anni '70 è
vicenda ignota ai giovani in uniforme
molti dei quali all'epoca erano pia
aspirazione delle rispettive famiglie
così come ignota sembra essere diventata
per i depositari della sovranità
popolare; per molti di noi quegli anni
sono le radici di una vicenda che ha
caratterizzato l'impegno di tutta la
rispettiva esistenza.
Orientare l'impegno in materia per il
futuro senza un raccordo con le proprie
origini e quindi con il DNA della
categoria che si immerge in questa
storia è operazione che non aiuta a
comprendere le cause di questo disagio
antico; il collegamento viceversa
consente una lettura non approssimativa
dei tanti capitoli di questa storia, né
giustifica le ultime pagine e ne propone
obiettive soluzioni.
Il
militare degli anni '70 nella sua larga
accezione è figura tipica di un
professionista che esercita non per
vocazione ma per semplice stato di
necessità dettato dalla primaria
esigenza di un posto di lavoro; i
reclutamenti venivano infatti alimentati
da domande provenienti da aree del paese
a minore sviluppo occupazionale (quasi
tutto il sud, significativamente il
centro, quasi inesistente il nord).
Figli di
tanta gente comune che faticava a
mettere insieme le aspirazioni di
crescita e il necessario per la propria
famiglia; figli di tante storie di
valige di cartone e di indicibili
sofferenze da emigranti; figli di una
tenacia che ha consentito a questo paese
di risollevarsi dalle miserie belliche e
di ricostruirsi a modello delle migliori
tradizioni democratiche.
Figli
con tante aspirazioni di emancipazione e
con tanta voglia di affrancarsi da
quella povertà che in tanti, troppi casi
avevano assaporato.
Dure
selezioni per l'ingresso nel mondo
militare, precariati lunghi estenuanti
lustri erano il prezzo propedeutico da
pagare prima del raggiungimento del
sogno dello SPE.
Dentro
tanta precarietà sovente utilizzata in
maniera deteriore per asservire il
neofita alla logica di un discutibile
militarismo, stipendi da cenerentola
dello Stato, progressioni di carriera
insopportabili per la lentezza e per i
meccanismi posti a base della sua
realizzazione che causavano timori e
frustrazioni e assenza totale di ogni
decorosa e umana forma di tutela della
propria condizione di impiego.
Carichi
di lavoro insopportabili senza alcun
riconoscimento né remunerazioni. Il
semplice ammalarsi come evento naturale
che non ha riguardo per nessuno era
vissuto con il terrore con cui si
assiste al venir meno del proprio
reddito. L'esercizio dei diritti
garantiti dalla Costituzione come il
diritto personale di espressione, di
opinione e alla salute, nonché quelli di
più marcato sapore politico-sociale come
il diritto associativo e sindacale o di
iscrizione ad un partito politico era
pratica ignota o aspirazione
inconfessabile; il marchio con il quale
venivano censurate le più elementari
esigenze di cambiamento era quello
infamante di …….. sovversivo.
Eppure
dalla notte dei tempi emerse l'alba
della speranza. Per un insieme di
circostanze, di convergenze, di prese di
coscienza e maturata consapevolezza i
militari segnalarono al paese lo stato
di una condizione
allarmante.
Uscirono
dal mugugno sterile e dall'isolamento
sociale grazie al portentoso contagio
che i giovani sanno imprimere alle loro
relazioni sociali e alle loro
manifestazioni umane.
Fu il
movimento degli anni '70 che seppe
mettere in relazione giovani di leva,
militari di professione e poliziotti in
un percorso che chiedeva essenzialmente
libertà, democrazia alle istituzioni e
rispetto per la condizione militare.
Fu anche
il tempo delle spietate repressioni; le
armi di un attempato militarismo
colpirono schiere di generosi uomini che
chiedevano semplicemente attenzione:
licenziamenti, procedimenti penali,
sospensioni dall'impiego, trasferimenti,
sanzioni disciplinari, abbassamenti di
qualifica e ogni sorta di intimidazione
furono il prezzo pagato, il contributo
offerto dalla popolazione militare
all'apertura di una stagione di
riflessione sociale e politica sulla
dimenticata questione della condizione
militare.
Fu anche
il tempo in cui la politica si misurò
apertamente con questa questione e seppe
ricondurre la ratio dentro un dibattito
politico e parlamentare che depotenziò
bellicosità e sete di rivincite.
Il parto
della 382/78 non fu operazione semplice;
si trattava di introdurre sostanziali
riforme all'interno di un mondo permeato
da un sentire culturale che rifiutava
per assurdo di far propri gli elementari
tratti della democrazia. Si trattava di
una operazione legislativa delicatissima
che doveva contemperare in maniera
armonica il riconosciuto esercizio dei
diritti di una categoria e le resistenze
al nuovo sempre palesate dai vertici
militari. Si trattava di ridefinire il
modo di vivere e di essere degli uomini
e delle istituzioni nel tentativo di
superare la separatezza del comparto
militare per recuperarlo al suo giusto
ruolo di istituzione che si conforma
allo spirito democratico della
repubblica.
Dopo
lunga e travagliata gestazione nacque
l'insieme di norme racchiuse nella
382/78 ritenute all'epoca utili ad
avvalorare la condizione militare;
tratti positivi e ombre vennero
combinati con arte nella logica di un
compromesso che il tempo si è incaricato
di dimostrare essere il frutto di
contraddizioni insanabili.
Il
militare conquistava la potestà
dell'esercizio individuale di alcuni
diritti fondamentali come quello di
espressione e di opinione con mezzi vari
che in realtà nessuna precedente norma
aveva mai abrogato; venivano sanciti
divieti di schedature a fini politici,
sanatorie disciplinari per i periodi
caldi e nuovi procedimenti per comminar
sanzioni; si introdusse il concetto di
pari dignità nei rapporti fra militari e
si definì l'ambito di applicabilità del
RDM. E vennero le RR MM con i divieti di
costituire associazioni a carattere
sindacale e quello di adesione a
sindacati già costituiti.
Il
dibattito politico su questi ultimi
aspetti fu quello che pose in evidenza
la lungimiranza di pochi, la resistenza
di tanti e la timidezza di tanti
progressisti che vollero chiudere il
dibattito senza sciogliere i nodi veri
che lo alimentavano. Si accontentarono
di cose importanti che tutti
condividevano fermandosi sulla soglia
della riforma vera.
Della
preveggenza dell'On.le Falco Accame che
sempre abbiamo ricordato, vale la pena
ricordare un suo famoso mònito "queste
saranno le RR.MM delle mele e delle
pere". Aveva capito tutto e aveva
previsto con lucidità quali limiti
congeniti erano insiti nei costituendi
organismi di RR MM.
Autonomia gestionale, funzionale e
organizzativa che sono i caratteri
propri di ogni decente organismo di
tutela erano e sono i tratti che mancano
alle RR MM così volute; angusti spazi di
manovre e ridotte materie di competenza
completavano il depotenziamento di ogni
funzione di tutela. Introdurle poi
all'interno dell'ordinamento e quindi
sottoporle all'influsso gerarchico
completò l'annullamento di ogni seria
ipotesi di funzionamento di questo
strumento su cui in tanti riponevano
fiducia.
Che i
militari abbiano poi speso ogni energia
dentro le RR MM per consentirne il
funzionamento a scopo di tutela è cosa
nota; generosità, dedizione, passione
degli anni '80 non riuscirono a
modificare il decorso di un evento
annunciato e la fine di ogni illusione.
Gli anni '90 che sono poi la storia
recente imposero la necessità di
riformare l'istituto dotandolo di un
ruolo negoziale e di spazi di manovra
che ne potessero consentire una qualche
efficacia. Tutto inutile; ogni speranza
si infrange contro il muro di
trasversali indifferenze e di malcelati
interessi burocratici.
A fronte
di tanta sordità e verificata ogni
impercorribile via di riforma nel senso
auspicato, nel 1993 nasce ASSODIPRO con
il precipuo intento di perseguire ogni
utile via legale per il raggiungimento
dell'obiettivo sindacale e per sopperire
al vuoto di tutela individuale e
collettiva che non poteva essere colmato
dall'evanescenza dei poteri e delle
funzioni proprie delle RR. MM.
I soci
di ASSODIPRO appartenenti alle tre FFAA,
all'arma dei CC e al CFS, in servizio e
in congedo e a tutti i ruoli militari (Uff.li
Superiori e inferiori, Sott.li, Graduati
) sono la testimonianza di una esigenza
sentita e diffusa che travalica ogni
confine di appartenenza e di carriera
per approdare laddove essa si trasforma
in domanda di rispetto, di giustizia, di
emancipazione.
Nel dare
visibilità e voce a questa domanda
risiedono le ragioni della nostra
presenza e del nostro agire. In coerenza
con tali assunti venne intrapresa la via
giudiziaria per il superamento dei
divieti associativi e sindacali di cui
all'art. 8 della 382/78 che con alterne
fortune si è concluso mestamente con il
noto parere della Corte Costituzionale
del dicembre 1999 che inopinatamente
ribadì i divieti che la precedente
ordinanza del Consiglio di Stato
riteneva ingiustificati e superabili.
Il
contenzioso in materia è oggi a livelli
di giustizia europea affidato
all'EUROFEDOP che è organizzazione
sindacale di pubblici dipendenti e all'
EUROMIL, la nostra organizzazione
sindacale europea che attraverso il
sindacato dei militari tedeschi sta
agendo in rappresentanza di ASSODIPRO.
E si
aprì il cratere della mala
amministrazione dentro il quale
entrarono valanghe di ricorsi
amministrativi; smagliature di una
legislazione che fanno dello Stato il
datore di lavoro più citato nei vari
Tribunali amministrativi. Segnali di un
malessere che si agita sotto la crosta
di un'apparente apatia che solo
debolmente sono stati recepiti dalle
istituzioni.
Si
comprese subito che al centro delle
tante disattenzioni amministrative c'era
l'irrisolto nodo delle carriere; il
riordino dei livelli retributivi che
doveva omogeneizzare i trattamenti
economici degli appartenenti alle FF.
AA. con gli omologhi delle Forze
dell'ordine. Dodicimila ricorsi circa
sono la prima testimonianza e il segnale
dello scontento che montava.
Nel
frattempo la 216/92 delegava il Governo
ad emanare entro il 31/12 dello stesso
anno decreti legislativi di disciplina
omogenea fra personale appartenente alle
FF.AA. e alle Forze dell'ordine per il
riordino delle carriere, delle
attribuzioni e dei trattamenti economici
e per le procedure di concertazione.
I
decreti attuativi arrivarono solo nel
1995 e portarono le amare sorprese che
oggi si vorrebbero mitigare.
Si
scoprì che l'aggettivo "omogeneo" per il
Governo dell'epoca non significava
affatto "uguale, uniforme o identico nei
suoi elementi costitutivi"! Erano
ammesse e consentite varianti che come è
noto non vennero comprese dai
destinatari. E giù ricorsi.
Gli anni
'90 sono anche quelli che hanno imposto
al Paese una netta sterzata rispetto al
sistema previdenziale; ai militari sono
stati estesi gli istituti propri della
previdenza privata e imposto il
superamento graduale delle pensioni di
anzianità, le penalizzazioni
disincentivanti per chi è comunque
voluto uscire prima del raggiungimento
dei limiti di età e la riduzione dei
servizi figurativi, l'eliminazione
dell'ausiliaria per le pensioni di
anzianità e la riduzione graduale della
sua rendita. Un bel contributo al
risanamento del sistema.
Anni di
sbandamenti, di preoccupazioni, di
incertezze e di grandi esodi. Dentro
tanta incertezza, ancora ricorsi.
Anni
magri che portarono alla luce lo
squilibrio delle indennità di fine
rapporto dei militari rispetto alla
stragrande maggioranza dei lavoratori
dipendenti sia pubblici che privati.
Parte consistente della loro
retribuzione, l'indennità operativa per
i militari delle FF AA e quella
pensionabile per gli appartenenti alle
Forze dell'ordine non entravano nel
meccanismo di calcolo della liquidazione
pur avendo carattere di pensionabilità.
Ancora ricorsi che fino al 1995 venivano
puntualmente vinti.
L'inversione di rotta parte nel '96
grazie ad un intervento della Corte
Costituzionale che richiama il Consiglio
di Stato ad uniformarsi rigorosamente al
dettato del DPR 1032/73 art. 38 che
elenca le voci stipendiali utili al
calcolo della buonuscita.
Fra
queste, l'indennità operativa e quella
pensionabile non sono comprese. E come
potevano se sono state istituite
successivamente alla emanazione del
Decreto in questione?
Per
superare il problema bisogna modificare
il Decreto nel senso di integrare l'art.
38 prevedendo in esso espressamente le
menzionate indennità.
Un
onesto parlamentare con propria
iniziativa ha avanzato nel 1997 idonea
proposta di legge che giace nella
indifferenza e nella dimenticanza in
Parlamento; per stimolare il legislatore
ad agire in tal senso ASSODIPRO e il
NGDM hanno organizzato con le regole
previste dal nostro ordinamento una
petizione popolare il cui testo e
relativa raccolta di firme (15.000) sono
stati inviati e messi a disposizione del
Parlamento.
La
petizione nel giugno scorso è stata
assegnata alla IV^ Commissione Difesa
della Camera.
Una
riflessione sulla sperequazione creata
dall'inversione di orientamento nei
giudicati del Consiglio di Stato fra
coloro che hanno beneficiato del
favorevole corso dei procedimenti e chi
a tale strada oggi non può più
ricorrere aiuterebbe a comprendere che
chi ha lasciato il servizio prima degli
anni '90 con una retribuzione
proporzionata al 60% circa rispetto a
chi ha lasciato il servizio di recente
ha beneficiato complessivamente di una
indennità di fine rapporto maggiore di
questi ultimi; tutto ciò non meriterebbe
interventi correttivi?
Una
tranquilla riflessione sullo stato
globale del contenzioso dei militari è
operazione che consentirebbe di
comprendere che il percorso di ogni
concertazione senza avere messo a posto
i conti del passato è sempre destinato
ad essere accidentato.Rimuovere le cause
che lo alimentano è il presupposto da
cui deve muovere una seria azione di
governo dei problemi dei militari.
Gli anni
'90 sono stati nell'insieme quelli di
significative riforme strutturali e
funzionali delle FF.AA. e delle Forze
dell'ordine. Esercito professionale,
superamento graduale della leva
obbligatoria, ingresso delle donne in
carriera, nuovo modello di difesa,
missioni umanitarie sono i tratti
prevalenti dei mutamenti intervenuti.
Relativamente ai movimenti imposti dal
nuovo modello di difesa e dalle missioni
di pace il contributo offerto dal
personale militare è stato elevatissimo,
di grande dignità e di sicura qualità.
Oggi c'è
larga consapevolezza sociale circa il
prestigio che deriva alla nazione
dall'impegno dei suoi militari
all'estero così come note sono le
ricadute economiche e morali che il
personale ha subito per assecondare la
ridefinizione strutturale e funzionale
dell'organizzazione militare. La
chiusura di Enti e caserme ha causato
notevoli movimenti di personale e
relative famiglie la cui nuova
sistemazione è stata sicuramente
difficoltosa e sofferta, in tanti,
troppi casi impossibile per i vincoli
non semplicemente recidibili costruiti
intorno agli originali insediamenti
lavorativi: casa, mutui, scuole dei
figli, lavoro del coniuge ecc. ecc.
Cose
note, prevedibili e oggi conosciute nei
risvolti più crudi alle quali si cerca
di porre rimedio tardivamente,
praticamente ad emergenza superata, con
soluzioni che appaiono nel complesso
deboli.
A fianco
di tanti nervi scoperti si aggiungono le
eterne lungaggini nella erogazione dei
decreti definitivi di pensione
palleggiati fra gli Enti preposti alla
loro definizione, e la paralisi del
Comitato per le Pensioni Privilegiate
Ordinarie che in conseguenza di un
riordino interno rende insostenibile il
tempo di attesa per il riconoscimento di
un evidente diritto.
A fronte
di così tante incongruenze, alla
maggiore professionalità richiesta al
personale per corrispondere alle mutate
esigenze istituzionali e alla chiara
specificità dimostrata era lecito
aspettarsi segnali evidenti circa
l'inversione di rotta da effettuare in
relazione all'attenzione da dedicare
alla questione militare. Così non è
stato.
A
margine di una lunga storia che come
si è visto è carica di un fardello di
doglianze sovente dimenticate,
marginalizzare, ignorate o addirittura
criminalizzate come quando i militari
hanno l'ardire di chiedere giustizia
attraverso i tribunali, esplodono le
questioni uranio impoverito e amianto.
Fenomeni
come quelli derivanti dalla esposizione
alle particelle di uranio impoverito che
hanno destato allarme sociale e viva
preoccupazione nei militari sono fatti
che vanno ricondotti a verità attraverso
l'assunzione di procedimenti che ne
chiariscano cause, rimedi, protezioni e
indennizzi.
Il
contributo ASSODIPRO relativamente a
questo dramma è stato come sempre di
segnalazione, di solidarietà, di stimolo
per ricercare la verità; da questa linea
di responsabilità non ci faremo
schiodare né da provocazioni né da
intimidazioni.
Relativamente alla esposizione alle
fibre di amianto le cui conseguenze
patologiche sono ormai note per la
scienza medica stiamo registrando un
montante malessere, una evidente e
giusta preoccupazione e tanto sconcerto
che per dimensioni e gravità segnalano
l'esigenza indifferibile di porre il
problema all'attenzione della politica e
delle istituzioni.
Appare
inverosimile il trattamento riservato al
personale militare esposto o contagiato
da fibre di amianto; così come appare di
discutibile efficacia il ritenere che
questo personale allo stato goda di
strumenti di protezione in materia più
appropriati rispetto ai lavoratori
assicurati INAIL - ci riferiamo alle
cause di servizio, all'equo indennizzo e
alle PPO.
A noi il
problema è apparso più vasto, più
delicato e non riconducibile
esclusivamente ad indennizzi o aspetti
previdenziali. A quelli non vorremmo mai
arrivare.
Quello
che preme è la tutela della salute ed il
rispetto di essa, la protezione
preventiva, personale e ambientale, le
misura di bonifica degli ambienti e dei
mezzi, l'inertizzazione o la
sostituzione dei coibentanti, le
informazioni utili e norme di
comportamento che eliminino ogni
rischio.
Da
questi presupposti deve muovere
l'intervento in materia; un intervento
che sappia farsi carico inoltre di
equilibrare i giusti riconoscimenti per
tutti i militari esposti
professionalmente al rischio amianto.
E' su
queste premesse che si innestano con
preoccupante coerenza negativa le
recenti vicende riferite al contratto,
al riordino dei ruoli, alle annunciate
modifiche dell'orario di lavoro e alla
riforma delle RR.MM.
Ad un
disagio antico e profondo ammesso dalle
massime autorità militari e di governo
si offrono i segnali di una riconoscenza
e di una attenzione sostanzialmente
debole e conservativa.
Offerte
economiche riferite al contratto lontane
dal creare i presupposti per l'avvio di
un percorso di equiparazione retributiva
con gli omologhi militari europei e
addirittura elusive, escludenti e
peggiorative per quanto concerne il
riordino dei ruoli, l'orario di servizio
e la riforma delle RR.MM.
Il
procedimento di concertazione relativo
al rinnovo degli adeguamenti retributivi
per il biennio 2000/2001 non è stato
sottoscritto dalle RR.MM. dei comparti
Difesa e Sicurezza che con motivazioni
varie hanno rifiutato di apporre la
propria firma alla ipotesi presentata
dal governo.
Una
decisione seria che trova il sostegno e
l'approvazione della base; per tanti
osservatori e per i tanti protagonisti
che hanno concorso a determinare questo
evento il fatto sembra non contare
nulla.
Avevano
segnalato da mesi l'esigenza
inderogabile di atti tangibili nella
direzione della specificità e la
soluzione di quel riordino dei ruoli che
troppe ali aveva tarpato nel passato.
Il non
aver compreso che le due questioni erano
strettamente correlate, così come aver
consentito che su di esse si innestasse
la ventilata revisione dell'orario di
servizio è l'aver costruito un
equilibrio che al compromesso dà un
sapore amaro.
Al
momento e nelle condizioni in cui
l'insoddisfazione può essere
manifestata eccola tracimare; il no al
contratto è la valvola di scarico di un
disagio incompreso che parte da
lontano. Pensare che un interlocutorio
contratto relativamente alle prospettive
di fondo della peculiarità militare e
alle modeste risorse economiche offerte
potesse far digerire l'ennesima beffa
dei nuovi riordini e dimenticare le
minacce che incombevano sull'orario di
lavoro è la scelleratezza di chi non
vede l'insieme e la correlazione dei
problemi militari sul tappeto.
Una
oculata strategia di attenzione ancorché
concretizzabile sui separati tavoli
della concertazione e dell'azione
legislativa avrebbe premesso al tutto
indirizzi precisi, senso di marcia e
obiettivi finali; avrebbe stabilito con
certezza il punto di arrivo della
trattativa che non doveva essere diverso
dall'esito che dà rilevanza ad un
percorso che sposta la condizione dei
militari in avanti. Questo non è stato.
Le
riflessioni che possiamo fare su ciò che
doveva essere e che purtroppo non è
stato riportano il tutto dentro la non
efficacia dell'istituto rappresentativo,
alla dispersione della sua operatività e
alla volatilità dei suoi proponimenti
nonostante il lavoro e l'impegno dei
tanti uomini che in esso operano.
Portano
a richiedere alla stagione politica che
si aprirà dopo le elezioni e ai
protagonisti che la caratterizzeranno la
responsabilità di farsi carico di una
sessione specifica di studio, di
approfondimenti e di elaborazioni idonea
a recuperare a rilevanza primaria
l'insieme delle questioni che formano
la condizione dei nostri militari.
I tempi
degli indugi, del tirare a campare e
della indifferenza appaiono
abbondantemente superati.
Per
parte nostra continueremo ad offrire a
questa causa la determinazione che
deriva a chi sa di interpretare giuste
esigenze di cambiamento; continueremo ad
operare senza i fragori ed i rumori di
una scomposta visibilità, senza
muscolarità da ostentare né
collateralità da offrire; nel contempo e
come sempre allo Stato, alle sue
Istituzioni e alla democrazia
continueremo ad offrire dedizione,
valori e passione che sono il patrimonio
di questa nostra grande categoria.
AS.SO.DI.PRO.
Il Segretario Generale
Aggiunto
Emilio
Ammiraglia
24/2/2001