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L’unione d’idee e
progettualità, forza trainante delle
legittime aspettative che i militari
vorrebbero vedere soddisfatte, quale giusta
affermazione sociale, trova oggi degli
invalicabili limiti nella limitazione di
alcuni diritti costituzionali.
Questa affermazione
nasce dalla convinzione che le esperienze di
aggregazione promosse dalle differenti
realtà associative operanti nel mondo
militare, ed ancor più la stessa
rappresentanza militare, sono, negli anni,
rimaste confinate nell’ambito del loro
piccolo mondo.
Ma allora perché
nell’ambiente militare, nonostante la sua
complessa vastità e capillare diffusione
territoriale, queste forme di
socializzazione sono sempre state limitate
ed ininfluenti sulla vita e sulle decisioni
politiche del nostro paese?
La risposta a questa
domanda può essere ricercata nella visione
antisociale ed involutiva che la Legge di
principio sulla Disciplina Militare (legge
382/78) impone al militare verso quei
fondamentali diritti costituzionali come
l’associazionismo e la politica.
L’articolo 8, comma
primo, della legge 382/78, recita: “I
militari non possono esercitare il diritto
di sciopero, costituire associazioni
professionali a carattere sindacale, aderire
ad altre associazioni sindacali”.
Il dettato normativo,
con l’esclusione del condivisibile divieto
di esercitare il diritto di sciopero al pari
delle Forze di polizia ad ordinamento
civile, appare ormai inadeguato ai tempi ed
alla cultura attuale, all’evoluzione sociale
che necessariamente ha investito anche
questo particolare mondo con le stellette,
inascoltato dalla parte politica che fin
troppo spesso è ostaggio delle visioni
arcaiche di coloro che dal vertice del mondo
militare sono transitati a quello della
politica.
Nonostante la stessa
legge abbia posto un espresso divieto alla
partecipazione alla vita sindacale del paese
da parte dei militari, nella maggior parte
dei casi, ed ancorpiù recentemente,
assistiamo a libere manifestazioni di
“pensiero sindacale”, nonostante che la
gerarchia di vertice usi troppo soventemente
risolvere simili questioni nelle abusate
aule dei tribunali militari.
Eppure il personale
militare, che è una considerevole parte di
questa società, rappresenta delle necessità,
si pone delle domande e quindi merita
attenzioni e risposte concrete a prescindere
se queste rappresentino o meno interessi
diffusi e collettivi.
Cosa accadrebbe se
fossero uniti non solo dalle stellette, ma
anche da un idea di progettualità che li
integri effettivamente con il resto della
società che li ospità? La risposta è fin
troppo semplice ….. rappresenterebbero uno
dei maggiori soggetti politicamente
qualificabili.
Ma la realtà purtroppo
oggi è ben diversa; non voglio continuare a
credere che ciò non potrà mai realizzarsi
giacche la possibilità di migliorare il
proprio “status” ha da sempre rappresentato
la massima aspirazione per una classe
sociale storicamente priva di proprie ed
ampie vedute o di una cultura che le
permettesse di evolversi al pari della
collettività che la circonda, tanto da farla
restare per troppo tempo chiusa all’interno
delle sue caserme, e spero quindi vi sia una
vera e reale presa di coscienza del mondo
militare sui diritti di cui dovrebbe godere
liberamente. E a tale presa di coscienza non
può certamente mancare il supporto della
parte politica il cui primo passo dovrebbe
essere quello di riconoscere anche ai
militari la possibilità di costituire
associazioni sindacali.
Luca Marco COMELLINI –
DEMOCRAZIA CRISTIANA - Dipartimento
Nazionale per i rapporti con le Forze Armate |