26 Marzo 2007

Luca Marco COMELLINI – DEMOCRAZIA CRISTIANA - Dipartimento Nazionale per i rapporti con le Forze Armate

 

L’unione d’idee e progettualità, forza trainante delle legittime aspettative che i militari vorrebbero vedere soddisfatte, quale giusta affermazione sociale, trova oggi degli invalicabili limiti nella limitazione di alcuni diritti costituzionali.

Questa affermazione nasce dalla convinzione che le esperienze di aggregazione promosse dalle differenti realtà associative operanti nel mondo militare, ed ancor più la stessa rappresentanza militare, sono, negli anni, rimaste confinate nell’ambito del loro piccolo mondo.

Ma allora perché nell’ambiente militare, nonostante la sua complessa vastità e capillare diffusione territoriale, queste forme di socializzazione sono sempre state limitate ed ininfluenti sulla vita e sulle decisioni politiche del nostro paese?

La risposta a questa domanda può essere ricercata nella visione antisociale ed involutiva che la Legge di principio sulla Disciplina Militare (legge 382/78) impone al militare verso quei fondamentali diritti costituzionali come l’associazionismo e la politica.

L’articolo 8, comma primo, della legge 382/78, recita: “I militari non possono esercitare il diritto di sciopero, costituire associazioni professionali a carattere sindacale, aderire ad altre associazioni sindacali”.

Il dettato normativo, con l’esclusione del condivisibile divieto di esercitare il diritto di sciopero al pari delle Forze di polizia ad ordinamento civile, appare ormai inadeguato ai tempi ed alla cultura attuale, all’evoluzione sociale che necessariamente ha investito anche questo particolare mondo con le stellette, inascoltato dalla parte politica che fin troppo spesso è ostaggio delle visioni arcaiche di coloro che dal vertice del mondo militare sono transitati a quello della politica.

Nonostante la stessa legge abbia posto un espresso divieto alla partecipazione alla vita sindacale del paese da parte dei militari, nella maggior parte dei casi, ed ancorpiù recentemente, assistiamo a libere manifestazioni di “pensiero sindacale”, nonostante che la gerarchia di vertice usi troppo soventemente risolvere simili questioni nelle abusate aule dei tribunali militari.

Eppure il personale militare, che è una considerevole parte di questa società, rappresenta delle necessità, si pone delle domande e quindi merita attenzioni e risposte concrete a prescindere se queste rappresentino o meno interessi diffusi e collettivi.

Cosa accadrebbe se fossero uniti non solo dalle stellette, ma anche da un idea di progettualità che li integri effettivamente con il resto della società che li ospità? La risposta è fin troppo semplice ….. rappresenterebbero uno dei maggiori soggetti politicamente qualificabili.

Ma la realtà purtroppo oggi è ben diversa; non voglio continuare a credere che ciò non potrà mai realizzarsi giacche la possibilità di migliorare il proprio “status” ha da sempre rappresentato la massima aspirazione per una classe sociale storicamente priva di proprie ed ampie vedute o di una cultura che le permettesse di evolversi al pari della collettività che la circonda, tanto da farla restare per troppo tempo chiusa all’interno delle sue caserme, e spero quindi vi sia una vera e reale presa di coscienza del mondo militare sui diritti di cui dovrebbe godere liberamente. E a tale presa di coscienza non può certamente mancare il supporto della parte politica il cui primo passo dovrebbe essere quello di riconoscere anche ai militari la possibilità di costituire associazioni sindacali.

Luca Marco COMELLINI – DEMOCRAZIA CRISTIANA - Dipartimento Nazionale per i rapporti con le Forze Armate