DOCUMENTO POLITICO PRESENTATO ALL'ASSEMBLEA NAZIONALE DI RIMINI DEL MESE DI MAGGIO 2000

Contagiarsi per contagiare

Forti della lezione ricevuta con la sentenza 449/99 della Corte Costituzionale relativa alla conferma dei divieti sindacali per il personale militare e in conseguenza della riflessione avviata al Congresso di Rimini dello scorso Maggio scaturita dal documento politico "As.So.Di.Pro. Progetto 2000-Contagiarsi per contagiare"; si presenta oggi per la relativa ratifica del C.D.N. ai sensi dell'art. 23 dello Statuto la elaborazione concettuale delle linee guida esplicitate nel documento citato.


PREMESSA

Il compito che viene affidato a questo lavoro è quello di chiarire al meglio la strategia di rilancio della Associazione nel tentativo di uniformare gli sforzi di ognuno dentro un quadro unitario di principi, valori e obiettivi condivisi.

Il documento assume pertanto valore di riferimento vincolante per ognuno (organi e soci) e guida ad ogni attività associativa; non è superfluo ricordare che il significato autentico da attribuire alla "uniformità degli sforzi" sia ben più ricco della sua semplice espressione sintetica.

Ciò che si vuole affermare è la combinazione di tre elementi:

  1. Riconoscimento collettivo delle decisioni liberamente e democraticamente adottate dagli Organi Statutari;

  2. Valorizzazione della partecipazione verso la costruzione degli obiettivi associativi;

  3. Rispetto del pluralismo ideale, programmatico e delle minoranze in un quadro di esercizio democratico dei poteri e della militanza.

Dallo sviluppo coerente dei sopra richiamati parametri esce la personalità di un soggetto associativo idoneo ad operare non estemporaneamente nella società per il raggiungimento degli obiettivi prefissati. Innestare sulla personalità ASSODI PRO delineata, valori diversi o non compatibili con la sua ragione d'essere, equivale ad una manipolazione genetica destinata a dar vita ad un soggetto sociale quanto meno disturbato nella sua interiorità.



I SOCI ASSODIPRO - LE RAGIONI RAPPRESENTATIVE

1 soci della nostra Associazione, appartenenti alle FF.AA.. e in numero non irrilevante ai corpi di Polizia ad ordinamento militare (CC, GDF, CFS) e a tutti i ruoli militari (Uff.li Superiori e inferiori, Sott.li, Graduati ecc.) sono la testimonianza di una esigenza sentita e diffusa che travalica ogni confine di appartenenza e di carriera per approdare laddove essa si trasforma in domanda di rispetto, di giustizia, di emancipazione e di rappresentanza sociale.

Nel dare visibilità e voce a questa domanda risiedono le ragioni dell'esistere di ASSODIPRO, della sua presenza e del suo agire.

Dalla complessità della domanda emergente nei comparti Difesa e Sicurezza e dalle risposte ad essa fornite da ASSODIPRO scaturiscono i tratti di un carattere identificativo (interforze, intercategoriale) che è in assoluto patrimonio da custodire e proteggere.

ASSODIPRO, in un quadro di rappresentanza aperto ad ogni appartenenza è riuscita a legare domande provenienti da ogni particolarità d’arma, di carriera, di funzioni; dal pluralismo dei bisogni alla concretezza unitaria della rappresentanza di essi. Su questa realtà che nel contesto associativo e sindacale rappresenta il massimo sforzo compiuto da una organizzazione contro ogni polverizzazione bisogna ragionare sempre ma in particolare quando ad ASSODIPRO si presentano necessità di relazionarsi con altri soggetti (partiti, sindacati, associazioni, COCER) che nei comparti Difesa e Sicurezza operano insieme ad essa.



AUTONOMIA POLITICA E RAPPORTI SOCIALI

Esaurita la fase giudiziaria per l'esercizio dei diritti sindacali che non ha visto contrariamente da quanto auspicato dalla Consulta significativi ripensamenti nella politica e nel Governo circa lo strumento di tutela dei militari, ad ASSODI-PRO si imponeva l'interrogativo del che fare in relazione alle sue aspettative di fondo. Concludere una esperienza con una onorevole ritirata e decidere il proprio scioglimento, oppure, in considerazione della domanda di tutela che comunque rimaneva alta nel comparto doveva ripensare al proprio ruolo e scegliere percorsi nuovi per continuare a rappresentare una esigenza di tutela incompiuta e di rappresentanza sindacale?

Una scommessa, una sfida, un impegno; dovevamo evitare la sindrome del pugile suonato, continuare a credere in noi stessi e nelle nostre possibilità per rilanciare alla politica la responsabilità di un'assurda, ingenerosa e anacronistica privazione sapendo che ciò avrebbe rappresentato un ripartire dal nulla o quasi delle nostre relazioni sociali. Una impresa titanica che per assurdo trova sostegni, convergenze, attenzioni e sensibilità fuori dai confini nazionali, nella nuova carta dei diritti europei, nei ricorsi promossi da organizzazioni sindacali Europee. Ancora una volta si assiste ad indecorose e incomprensibili sceneggiate politiche; a livello Europeo il Governo formalizza la sua disapprovazione al ricorso di Eurofedop circa il non rispetto della carta dei diritti e in particolare a riguardo del non allineamento italiano verso la sindacalizzazione del comparto militare ma nello stesso tempo è in prima linea per l'approvazione della nuova carta dei diritti (la madre della futura Carta Costituzionale Europea) che è gravida di riconoscimenti sindacali ben più ampi di quelli che vorrebbe veder negati in ogni tribunale. A quale governo dobbiamo credere?

Dentro questo scenario da opera Kafkiana bisogna orientare il nostro cammino per non smarrire il senso di una storia e la testimonianza di una esigenza che nessuna astruseria politico-giuridica potrà dimostrare essere infondata. Orientare la nostra azione in una politica di relazioni sapendo ciò che si è, cosa si rappresenta e per quali scopi; contagiarsi per contagiare ha un senso che vola alto sullo slogan solo se sapremo ricollocare la nostra organizzazione dentro un percorso che ne esalta la sua originalità, ne afferma la sua autonomia e ne valorizza le sue caratteristiche pluraliste e trasversali.

I referenti della nostra attività sono, come a tutti dovrebbe essere chiaro, partiti, associazioni, sindacati, RR.MM. e istituzioni Parlamentari e Governative. Scegliere di privilegiare questo o quello schieramento a prescindere dal corredo genetico di ASSODIPRO, dalla sua identità interforze e intercategoriale è una tentazione funzionale a ragioni ideologiche di parte.

Scegliere dietro questa pressione e alle esigenze che essa contiene è quanto di più miope e velleitario possa fare una avveduta classe dirigente; ASSODIPRO non è nata come raccoglitore ideologico ma come espressione di interessi diffusi e obiettivi comuni. È su queste basi che ha saputo imporsi, crescere e radicarsi; snaturare questa verità tanto semplice, ben evidenziata tra l'altro nello statuto, è come mettere una bomba ad orologeria lungo il nostro cammino.

Evitare questi pericoli che sono poi quelli degli apparentamenti innaturali non sta' a significare che non debba esistere un dialogo, confronto, rapporti se ben intesi non portano alla omologazione. Diversamente da scelte di campo di natura ideologica vanno considerate, sostenute, agevolate e ricercate quelle opzioni che nell'ammettere la reciproca autonomia strategica d'azione comportano l'irrobustimento delle azioni di tutela e la convergenza su specifici e comuni obiettivi programmatici.

Non mancano nello scenario associativo e sindacale né all'interno delle RR.MM. punti di riferimento con i quali il dialogo non solo è auspicabile ma inevitabile. Con quanti operano per favorire la ricerca di unità di intenti nei comparti Difesa e Sicurezza nella chiarezza dei ruoli il futuro della nostra azione è sicuramente convergente.

lmmergersi nel lavoro di relazione allo scopo di uniformare gli orizzonti può apparire impresa romantica e velleitaria se si considerano il gran numero di soggetti che operano nei comparti citati, le loro particolarità, le loro gelosie e le antitetiche opzioni messe in campo in relazione allo strumento di tutela. Polizia e Carabinieri più che cugini che occupano gli stessi spazi svolgendo medesimi compiti istituzionali sembrano ricordarci Caino e Abele; storie e senso di appartenenza che schiacciano la ricerca di esigenze in grado di accomunare; prudenza, ragione e buon senso sono sovente assenti dalle loro relazioni.

Non minore è il caos fra sindacati di Polizia e la esaltazione di ogni loro particolarità; guerre di tessere, divisioni, nuove sigle, compartimenti stagni all'interno dei quali prevale il piacere di contarsi, misurarsi, pesarsi piuttosto che la valutazione della sostanza dei risultati.

Non meno critica è la situazione interna ai COCER; divisione fra FF.AA. e fra categorie impediscono la ricerca di ogni elemento unificante e la costruzione di una comune strategia operativa a tutto vantaggio della ingovernabilità dell'azione di tutela. Dentro il quadro sopra delineato si agitano inoltre personalismi, pruriti e ambizioni elettorali dei soliti Masaniello di circostanza, che lontani dal rappresentare un contributo di proposte e di rasserenamento nelle relazioni operano per accreditarsi e per offrirsi in funzione di un eventuale collegio elettorale.

Atteggiamenti, storie e personaggi che non hanno nulla in comune con la sostanza vera dei problemi degli uomini militari. Trovare il senso di marcia dentro tanto sbandamento è impresa ardua non priva di evidenti difficoltà; il labirinto della nostra azione è sicuramente più intricato di quanto comunemente si possa pensare; eppure vie di uscita rispetto a tanto disastro possono e debbono essere ricercate. Diversamente da ciò anche noi saremmo un impedimento alla costruzione di quelle condizioni di agibilità politica senza le quali la tutela è affidata al caos delle mille sigle.

Il compito che dobbiamo darci non è quello di richiedere un visibile posto a tavola in più ma quello di inventare un tavolo intorno al quale far convergere diversi e distinti soggetti che hanno in comune obiettivi, interessi e scelte aggreganti; distinti quindi ma non distanti.

È incoraggiante constatare che le esigenze sopra espresse sono riconosciute come tali anche da alcune importanti realtà sindacali confederali e dal maggior sindacato di polizia (SIULP). Per ripartire è già tanto. Come confezionare un'intesa operativa che renda agibile i nostri propositi è questione che impegnerà i lavori di questo C.D.N. e il C.E. nei prossimi incontri.

Ciò da cui non sarà possibile prescindere è tutto in relazione alla nostra scelta strategica di autonomia e di organizzazione.



LA SPECIFICITA' MILITARE

Dopo anni di follie equiparative che hanno mortificato il lavoro militare rendendolo simile ad ogni attività manuale e ripetitiva torna a riproporsi con forza il giusto riconoscimento sociale della professione militare. Anche su questo aspetto che in verità dovrebbe trovare d'accordo ogni operatore dei comparti Difesa e sicurezza si registrano dissonanza di valutazioni e quindi di richieste economiche in virtù della propria appartenenza. Ciò che manca è una valutazione di fondo che sostanzi gli aspetti che concorrono a definire la prestazione professionale del militare.

Il lavoro militare è espressione di una molteplicità di professioni e di un carico di servizi aggiuntivi che nella prassi finiscono per concorrere ai fini retributivi e di carriera tutti nella stessa maniera.

Se il militare è diverso da ogni altro lavoratore per le condizioni intrinseche nel suo rapporto di impiego per lo Stato è anche vero che dentro il mondo in cui esso opera esistono particolarità professionali che non sono adeguatamente riconosciute. Abbaiare alla luna reclamando la propria specificità senza poi essere conseguenti dentro il proprio mare di specificità è un assurdo in termini di coerenza. Si tratta allora di mettere ordine all'interno delle caratteristiche proprie di ogni prestazione professionale allo scopo di individuarne i rischi per l'incolumità, la gravosità, lo spessore intellettuale richiesto, i percorsi formativi, gli aggiornamenti istruzionali ecc. ecc.

L'insieme dei parametri sopra elencati uniti allo specifico dei compiti e dei doveri prettamente militari pone in evidenza la figura di un professionista che non ha riscontri nel mondo del lavoro; da ciò la esigenza di un doveroso riconoscimento sociale.

Dal bilanciamento degli aspetti che caratterizzano ogni singola posizione organica il giusto riconoscimento ad ognuno; i meriti, i rischi, le professionalità maggiormente impegnative, quelle che comportano maggiori sacrifici e più studi per essere concretizzate in lavoro, debbono trovare considerazioni e riconoscimenti. Diversamente si è all'appiattimento barbaro. Appiattire ogni condizione professionale o di carriera dentro la logica retributiva del grado rivestito che è elemento che unifica tutto, senza valutare ogni diversità, è quanto di più insultante si possa ammettere rispetto al lavoro svolto da ognuno. Le prestazioni professionali del personale militare così come quelle del personale appartenente alle Forze dell'ordine non sono tutti uguali; tutte concorrono ad un fine ma con diversificati impegni ed oneri. Distribuire calzini non è come consentire ad un aereo di volare o ad una nave di attraversare gli oceani; dirigere un ente operativo o una stazione di polizia non è uguale al lavoro burocratico di un qualsiasi ufficio; erogare una pratica d'ufficio standard e ripetitiva in idonee condizioni igienico-ambientali non è come la claustrofobica prestazione di un sommergibilista né come quella di un addetto al controllo del traffico aereo. Potremmo continuare all'infinito senza timore di essere smentiti.

Nella pratica a parità di grado lavori sostanzialmente diversi vengono retribuiti tutti nella stessa misura con l'aggravante di sviluppi di carriera negativi o ritardati per coloro che soffrono di scarsa visibilità o perché lontani dai centri di potere. Provate a visionare le prodigiose accelerazioni nei quadri di avanzamento del personale impiegato nei ministeri, negli alti comandi e paragonatele a quelle a lumaca dei tanti addetti che prestano servizio in enti operativi o periferici.

Solo avendo chiari tutti gli aspetti che concorrono alla definizione del lavoro militare riusciremo a formulare una richiesta di riconoscimento equo per ognuno; equità non è omogeneità né mortificazione del lavoro, equo è dare ad ognuno per quello che merita in relazione a quanto spende per offrire il proprio lavoro allo Stato.



LE REGOLE DELL'APPARTENENZA

ASSODIPRO è entrata nel suo ottavo anno di vita; un percorso e una esperienza non sempre lineari né privi di amarezze e delusioni.

A momenti di oceaniche adesioni e facili entusiasmi si sono avvicendati smottamenti negli iscritti, abbandoni rancorosi non sempre giustificati da obiettive ragioni e divisioni che solo il tempo si incaricherà di dimostrare quanto necessarie e inevitabili fossero.

È tuttavia un fatto che diverse migliaia di militari continuano a sostenere e credere in questa Associazione e che nuove istanze territoriali siano in procinto di iniziare la propria attività. Come esistevano buone ragioni a giustificazione della iniziale crescita del passato oggi né esistono a spiegazione del significativo dimagrimento negli iscritti. Nulla avviene per caso; solo comprendendo ciò che avviene intorno e dentro alla nostra organizzazione può metterci nelle condizioni di superare le difficoltà che non ha senso non evidenziare.

Si è cresciuti sotto l'incalzare dei ricorsi collettivi avvertiti come leva di giustizia; siamo impoveriti in virtù di tanta malagiustizia, dei suoi tempi biblici per pervenire ad un giudicato definitivo, che sfiniscono ogni paziente attesa.

Siamo anche impoveriti per inesperienza, per superficialità nella gestione dei ricorsi e per non essere stati capaci di vincolare l'adesione dei ricorrenti ai tempi dei giudizi.

Siamo più poveri grazie anche alla povertà morale di tanti operatori di giustizia; zelanti nel raccoglier mandati e profitti, come smemorati nel corrispondere ad esigenze di puntualità e trasparenza nel loro operato. Siamo sicuramente più poveri grazie anche alla meschina utilizzazione dell'appartenenza: si oblitera la corsa e si scende alla prima fermata utile; del destino, dello strumento associativo o del mezzo impiegato per il raggiungimento dei propri personali interessi si occupi chi vuole; l'importante è la egoistica partecipazione alla corsa.

Siamo più poveri perché in tanti, troppi casi, le ragioni dell'unità, l'etica dei appartenenza, il rispetto delle regole associative e i doveri morali e finanziari che da esse promanano sono naufragate sotto i colpi della più evidente irresponsabilità.

Una organizzazione come la nostra, che giova ricordare è fondata sul volontariato e sulla esclusiva contribuzione dei soci, può aspirare al raggiungimento dei suoi scopi statutari solo in presenza di una volontà collettiva che si esprime attraverso il rispetto di regole liberamente accettate. Diversamente tutto crolla nell'anarchia, nel caos, nella rancorosa diversificazione, nelle ragioni di parte che non tengono conto delle elementari necessità della convivenza né del bene superiore da difendere che è e resta la dignità dell’ Associazione.

A questi aspetti degenerativi della vita sociale della nostra organizzazione il CE. intende nella maniera più ferma e convinta porre uno stop.

Relativamente alla appartenenza ad altre Associazioni e al fatto di ricoprire in esse incarichi direttivi và ricordato che già il precedente C.D.N. si era espresso in senso chiaramente negativo.

Che rispetto a quello scritto e alle regole comportamentali che esso introduceva nella nostra vita associativa oggi si debbano registrare dissonanze è un fatto; ciò che non si può tacere è la verità: quelle regole sono state calpestate per evidenti ragioni di visibilità e ambizioni personali da parte di personaggi arrivati al capolinea della propria notorietà associativa, mentre concordavano l'incompatibilità con altre e competitive Associazioni, cercavano notai e adepti per rogitare e costruire nuove e concorrenziali formazioni associative. Sincerità, lealtà, coerenza, o evidente meschinità?

Per parte nostra dobbiamo invece ricordare che le appartenenze plurime rappresentano una degenerazione circa la unitarietà degli intenti e una distorsione riguardo il modo di intendere la vita associativa che si fonda su regole democratiche che valorizzano il contributo di ognuno dentro un quadro di riferimenti condivisi e non i particolarismi conflittuali. Pensare che una appartenenza plurima non contenga i germi della divisione è un non voler riconoscere che da tali atteggiamenti per ASSODIPRO possono derivare pericoli e conseguenti indebolimenti.

Chi sostiene il contrario non ha argomenti se non quelli della mistificazione.

Quale compatibilità può esistere fra l'appartenenza a due Associazioni che operano per le stesse finalità e in chiaro regime di concorrenza?

Il rispetto della riservatezza degli atti e delle decisioni adottate da una Associazione debbono essere affidati alla fiducia e alla discrezionalità da riporre e da richiedere all'iscritto che rappresentano elementi di una qualche volatilità o piuttosto debbono essere messi al riparo attraverso la costruzione di una rete di protezione normativa e disciplinare che ne salvaguardi in origine la sostanza?

Come giustificare il fatto che nostri iscritti nel favorire la nascita di altre Associazioni che operano in regime di concorrenza con ASSODIPRO si ostinano a non ammettere o a minimizzare la portata di quella operazione che in realtà e nella sostanza è una evidente scissione?

La storia ci insegna che in conseguenza di una divisione portata alle conseguenze estreme con la costruzione di nuovi e competitivi soggetti gli uomini assumono la responsabilità della scelta in coerenza con le proprie idee. O con l'uno o con l'altro.

Chi ha dato vita con ingenuità ad altre Associazioni può beneficiare del ripensamento sciogliendo l'appartenenza conflittuale; chi si ostina a ritenere che da quelle decisioni non debbano scaturire ulteriori e definitive scelte non ha compreso che il tempo delle ambiguità, del tirare a campare fingendo che non sia successo nulla è ormai scaduto. Alla nostra responsabilità è richiesto di intervenire. O con ASSODIPRO o fuori da essa. Da tali decisioni o da interventi autoritativi idonei a recidere ogni violazione circa la certezza dell'appartenenza il recupero della chiarezza e della credibilità della nostra organizzazione.

In riferimento alla situazione finanziaria dell'Associazione emergono discutibilissimi atteggiamenti di non rispetto delle regole circa il riparto delle entrate derivanti dalle quote sociali.

Essere Sezione o Unità Coordinata di ASSODIPRO senza assumere l'onere per il corretto funzionamento degli Organi Istituzionali è atteggiamento non solo scorretto sotto il profilo Statutario ma anche e soprattutto moralmente censurabile per le ripercussioni a catena che può innestare all'interno del corpo associativo.

ASSODIPRO in mancanza di entrate previste ha dovuto comunque onorare i propri impegni; Organi Nazionali, Giornale, Commercialista, Avvocati e Consulenti, rappresentano un costo di esercizio rispetto al quale non tutti hanno fatto la propria parte nei termini consolidati e ribaditi.

Uguali nella formazione delle uscite, diversi in quella delle entrate; è una situazione paradossale che va con decisione chiarita e fermata. Con serenità ma anche con determinazione il C.E. si adopererà affinché le situazioni pregresse degli inadempimenti vengano ripianate a tutto vantaggio della correttezza amm.va e della imparzialità nella gestione economica della Associazione.

In presenza di reiterati rifiuti a rientrare nella corretta ripartizione delle entrate (2/3 - 1/3) si entrerebbe dentro un percorso di recupero che potrebbe sfociare in appropriate azioni legali. Scongiurare tutto ciò è solo questione di responsabilità. Modi e tempi per ripristinare ogni correttezza contabile potranno trovare ragionevoli ascolti; ciò che invece non sarà ulteriormente consentito è l'arbitrio, il prevaricare, il pensare di estraniarsi dai propri doveri e dagli obblighi che in concorso determinano il funzionamento della nostra Associazione. Come appare chiaro non si tratta di esigenze che sottendono ai piaceri romani di qualcuno di noi, NO!

È solo questione vitale per la salute e per il futuro di ASSODIPRO.

assodipro@assodipro.org