Si è svolto recentemente a Praga, il vertice della Nato, dove
i Paesi Membri sono passati da 19 a 26. Sono entrati, infatti, a far
parte dell'alleanza sette nuovi paesi dell'Europa centrale ed orientale.
Precisamente: Bulgaria, Romania,Slovenia, Slovacchia, Estonia, Lituania
e Lettonia. La nuova composizione della Nato, su proposta degli Stati
Uniti, si è posta subito due nuovi obiettivi, uno attiene la
lotta al terrorismo e l'altro concerne la formazione di una forza di
intervento rapido. Per l'Italia erano presenti il Presidente del Consiglio
dei Ministri On. Silvio Berlusconi, il neo Ministro degli Esteri, On
Franco Frattini ed il Ministro della Difesa On. Antonio Martino. È
stato un vertice particolarmente interessante, sia perché ha
ampliato i confini geografici allargando la coalizione a paesi dell'Est
che, fino a poco tempo fa, erano totalmente comunisti e facenti parte
del patto di Varsavia, sia perché l'On. Berlusconi nel suo intervento
ha fatto una dichiarazione-promessa molto impegnativa per il nostro
Paese e, soprattutto, per le forze armate. Il Presidente del Consiglio
ha, di fatto sostanzialmente affermato che il nostro impegno con la
Nato non è solo pienamente confermato, bensì si rafforzerà
con la fornitura di un contingente di 10.000 militari altamente specializzati,
che comporranno una forza d'intervento rapido sempre a disposizione
dell'alleanza. C'è sembrata una classica promessa, a cui ci sta
abituando il governo Berlusconi, non sufficientemente supportata da
atti concreti, sia in relazione alle reali possibilità di usufruire
di uomini e mezzi, sia in funzione dei costi effettivi e dei relativi
finanziamenti. Il Ministro degli Esteri nel suo intervento ha altresì
affermato che l'Italia manterrà, lo stesso, tutti i precedenti
impegni e non abbandonerà i territori presidiati da diversi anni.
Tali impegni presi dal Governo Italiano hanno generato in noi forti
perplessità ed alcune riflessioni. Una prima considerazione
riguarda la politica estera, attuata dal Governo. II nuovo vincolo assunto
da Berlusconi con la Nato, che costituirà sicuramente un notevole
sforzo organizzativo per le forze armate, è un ulteriore carico
d'impegni per i militari? oppure ha altre finalità? Siamo ancora
collocati nella Comunità Europea per costruire un esercito autonomo?
Si tratta di un assommarsi di promesse che poi difficilmente verranno
mantenute, ovvero siamo di fronte alla rinuncia di una politica militare
europea? Sono interrogativi "dovuti", poiché non ci
risulta che il nostro Paese abbia la capacità dì mantenere
entrambe le strutture e, contemporaneamente, assicurare la salvaguardia
delle libere istituzioni ed il bene della collettività nazionale
in caso dì pubbliche calamità. Non va sottaciuto, inoltre,
che le forze armate sono carenti di personale volontario e devono affrontare
enormi difficoltà per soddisfare tutti gli impegni internazionali.
La comunità nazionale, inoltre, sta già pagando un prezzo
molto alto dovuto a tali impegni. E' assodato che, oltre ai molteplici
finanziamenti dovuti per le varie missioni estere che incidono notevolmente
sulla bilancia dei pagamenti, ci sono pure dei costi sociali non indifferenti
che la comunità nazionale deve comunque sostenere. Nell'ultima
ondata di maltempo, dove molti paesi sono stati inondati dai fiumi che
hanno straripato, in diverse province non si sono visti per niente i
soldati dare una mano ai cittadini. Anzi, soprattutto al nord, abbiamo
visto solamente, oltre alla protezione Civile, molte guardie padane.
Siamo forse all'inizio della devolution? Una seconda riflessione riguarda
appunto l'uso interno delle forze armate, la loro collocazione sul territorio
nazionale e le motivazioni del personale. Con le numerose missioni internazionali,
a cui le forze armate fanno fronte con grosso affanno, sta diventando
quasi impossibile un uso interno finalizzato al bene della collettività
nazionale in casi di pubbliche calamità , così come recita
l'art. 1 della legge dei principi 382/78. Per concludere riteniamo che
il personale, nonostante partecipi con professionalità e determinazione
alle varie missioni estere, abbia, lo stesso, delle carenze motivazionali
dovute essenzialmente alla sua condizione sociale, economica e di carriera,
soprattutto se rapportata con i colleghi delle altre nazioni che concorrono
alle operazioni di pace Internazionale. Infine auspichiamo che siano
rispettate tutte le promesse fatte al personale in questi ultimi anni,
specialmente per quanto attiene il miglioramento della condizione militare,
adeguandone le professionalità, lo stato sociale e la sfera dei
diritti, con gli stessi requisisti dei colleghi europei. Siamo, infatti,
dell'avviso che sia alquanto improbabile che si possano democratizzare
altre comunità nazionali, se contestualmente la democrazia non
è completamente applicata e ben radicata nel nostro Paese.