Le Forze armate e….la politica estera.

a cura del Segr. Gen Alberto Tuzzi



Si è svolto recentemente a Praga, il vertice della Nato, dove i Paesi Membri sono passati da 19 a 26. Sono entrati, infatti, a far parte dell'alleanza sette nuovi paesi dell'Europa centrale ed orientale.
Precisamente: Bulgaria, Romania,Slovenia, Slovacchia, Estonia, Lituania e Lettonia. La nuova composizione della Nato, su proposta degli Stati Uniti, si è posta subito due nuovi obiettivi, uno attiene la lotta al terrorismo e l'altro concerne la formazione di una forza di intervento rapido. Per l'Italia erano presenti il Presidente del Consiglio dei Ministri On. Silvio Berlusconi, il neo Ministro degli Esteri, On Franco Frattini ed il Ministro della Difesa On. Antonio Martino. È stato un vertice particolarmente interessante, sia perché ha ampliato i confini geografici allargando la coalizione a paesi dell'Est che, fino a poco tempo fa, erano totalmente comunisti e facenti parte del patto di Varsavia, sia perché l'On. Berlusconi nel suo intervento ha fatto una dichiarazione-promessa molto impegnativa per il nostro Paese e, soprattutto, per le forze armate. Il Presidente del Consiglio ha, di fatto sostanzialmente affermato che il nostro impegno con la Nato non è solo pienamente confermato, bensì si rafforzerà con la fornitura di un contingente di 10.000 militari altamente specializzati, che comporranno una forza d'intervento rapido sempre a disposizione dell'alleanza. C'è sembrata una classica promessa, a cui ci sta abituando il governo Berlusconi, non sufficientemente supportata da atti concreti, sia in relazione alle reali possibilità di usufruire di uomini e mezzi, sia in funzione dei costi effettivi e dei relativi finanziamenti. Il Ministro degli Esteri nel suo intervento ha altresì affermato che l'Italia manterrà, lo stesso, tutti i precedenti impegni e non abbandonerà i territori presidiati da diversi anni. Tali impegni presi dal Governo Italiano hanno generato in noi forti perplessità ed alcune riflessioni. Una prima considerazione riguarda la politica estera, attuata dal Governo. II nuovo vincolo assunto da Berlusconi con la Nato, che costituirà sicuramente un notevole sforzo organizzativo per le forze armate, è un ulteriore carico d'impegni per i militari? oppure ha altre finalità? Siamo ancora collocati nella Comunità Europea per costruire un esercito autonomo? Si tratta di un assommarsi di promesse che poi difficilmente verranno mantenute, ovvero siamo di fronte alla rinuncia di una politica militare europea? Sono interrogativi "dovuti", poiché non ci risulta che il nostro Paese abbia la capacità dì mantenere entrambe le strutture e, contemporaneamente, assicurare la salvaguardia delle libere istituzioni ed il bene della collettività nazionale in caso dì pubbliche calamità. Non va sottaciuto, inoltre, che le forze armate sono carenti di personale volontario e devono affrontare enormi difficoltà per soddisfare tutti gli impegni internazionali. La comunità nazionale, inoltre, sta già pagando un prezzo molto alto dovuto a tali impegni. E' assodato che, oltre ai molteplici finanziamenti dovuti per le varie missioni estere che incidono notevolmente sulla bilancia dei pagamenti, ci sono pure dei costi sociali non indifferenti che la comunità nazionale deve comunque sostenere. Nell'ultima ondata di maltempo, dove molti paesi sono stati inondati dai fiumi che hanno straripato, in diverse province non si sono visti per niente i soldati dare una mano ai cittadini. Anzi, soprattutto al nord, abbiamo visto solamente, oltre alla protezione Civile, molte guardie padane. Siamo forse all'inizio della devolution? Una seconda riflessione riguarda appunto l'uso interno delle forze armate, la loro collocazione sul territorio nazionale e le motivazioni del personale. Con le numerose missioni internazionali, a cui le forze armate fanno fronte con grosso affanno, sta diventando quasi impossibile un uso interno finalizzato al bene della collettività nazionale in casi di pubbliche calamità , così come recita l'art. 1 della legge dei principi 382/78. Per concludere riteniamo che il personale, nonostante partecipi con professionalità e determinazione alle varie missioni estere, abbia, lo stesso, delle carenze motivazionali dovute essenzialmente alla sua condizione sociale, economica e di carriera, soprattutto se rapportata con i colleghi delle altre nazioni che concorrono alle operazioni di pace Internazionale. Infine auspichiamo che siano rispettate tutte le promesse fatte al personale in questi ultimi anni, specialmente per quanto attiene il miglioramento della condizione militare, adeguandone le professionalità, lo stato sociale e la sfera dei diritti, con gli stessi requisisti dei colleghi europei. Siamo, infatti, dell'avviso che sia alquanto improbabile che si possano democratizzare altre comunità nazionali, se contestualmente la democrazia non è completamente applicata e ben radicata nel nostro Paese.