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DIRITI & ROVESCI “ Contro la teoria del doppio effetto/verità”
Nei prossimi mesi ci appresteremo ad andare alle elezioni politiche ed in questo tempo che ci aspetta ho pensato di analizzare i programmi degli schieramenti politici per ciò che attiene al nostro mondo. Il fine dell’iniziativa è di attivare una discussione all’interno del sito per fare un “libro/opuscolo” da inviare direttamente alle segreterie delle compagini politiche per verificare le loro posizioni. Chiederemo sulla base delle riflessioni di modificare, trasformare, plasmare il programma alle esigenze concrete del personale in un dialogo diretto cittadino/politico senza l’intermediazione del consulente di partito mediatore ed interprete delle varie esigenze. Ogni dieci giorni avrei l’intenzione di analizzare un programma con l’intento di aprire il dibattito. L’inizio di questa staffetta parte con l’analisi del programma dei DS, l’unico per il momento disponibile. Sono convinto che il lavoro di “pressing” alla politica andrebbe fatto preliminarmente impegnando gli stessi direttamente nel programma e durante l’intera legislatura e non alla fine al momento delle elezioni. Il proposito dovrebbe essere quello di verificare strada facendo l’indirizzo programmatico di cui si sono presi l’impegno. Siamo abituati in occasione di elezioni regionali, provinciali, politiche ad alzare il tiro perché è l’unico momento in cui è possibile una sorta di “ricatto”. Tutti sappiamo che, quando un contratto non si chiude in occasioni di elezioni, poi di acqua sotto i ponti ne passa prima che ciò avvenga. Usciamo da questo logica e proponiamo noi un “contratto con i politici” per cui siamo disposti a dare un voto di fiducia preventivo sulla base di intenti che saranno verificati sin dai primi mesi di legislatura. Di fronte alle mancate promesse il “Diritto di Resistenza” da parte dei cittadini, non solo è legittimo ma diventa un dovere! E’ indubbio che il famoso “contratto con gli italiani” è stato negli ultimi anni della vita politica una novità. Aldilà delle singole questioni di parte, è rimasto nell’immaginario collettivo, era la prima volta che qualcuno firmava simbolicamente un contratto con gli italiani in caso di vittoria elettorale. In questi anni di governo, ognuno ha avuto modo di vedere quanto si è realizzato e quanto resta lì su quel foglio nel salotto di Bruno Vespa. Altro elemento di novità è stato il fatto che, laddove una maggioranza, un governo, si è dimostrata volente, nel giro di poche ore ha approvato leggi, decreti e norme. Senza un inutile panegirico, discussioni interminate, contro ogni accusa di “leggi ad hoc”, “aziendalismo” o altro, nel momento che una maggioranza, un governo è intenzionato a portare avanti un progetto a nulla serve tutto il resto. Si può scatenare l’opposizione, la carta stampata, scioperi, manifestazioni, dibattiti culturali contro una volontà politica convinta non si cambia niente. L’unica soluzione immaginabile è quella di cambiare le forze politiche che hanno determinato quelle “leggi ad hoc”. Tutto si può dire tranne che, per fare così, non ci voglia il coraggio, ai limiti della spudoratezza. Se ciò è stato possibile per leggi fortemente discutibili, per tutto le altre cose dovrebbe essere molto più semplice, è questa è l’altra grande novità di questi ultimi tempi, l’assunzione di responsabilità contro tutto e tutti. E’ proprio il caso di dire “volere è potere”! Non si tratta di imbrigliare, semplificare il dibattito parlamentare, politico, sociale, ma di fissare dei termini entro cui tutto diventa ridondante e dannoso. Aldilà della percentuale realizzata, di cui ogni parte politica ha delle statistiche personali, la scaltrezza di Berlusconi fu di mettere nero su bianco poche cose chiare, senza indicare il rovescio della medaglia. Il “rovescio”, purtroppo, ricade sempre sulle spalle dei cittadini che abbagliati da un oggetto lontano, pseudo-esistente non vedono ciò che lo precede. Il problema del governo Berlusconi non è solo quello della parte di programma non realizzata ma cosa ha determinato di riflesso di quella parte realizzata. La globalizzazione impone che il contesto nazionale si adegui con tempismo alle mutate condizioni internazionali, pena l’inutilità di qualsiasi azione legislativa. Non voglio entrare nello specifico del “contratto con gli italiani” prossimo alla sua chiusura, dove molto si potrebbe dire o è stato detto, mi preme solo evidenziare che in una società dinamica e in movimento come la nostra, l’immobilismo, l’attesa, il rimando non paga, genera disaffezione, sfiducia e rancore verso la politica. Forse questo può far piacere al politico in quanto si trova più libero e senza bisogno di dare conto a nessuno, ma non al cittadino il quale deve imparare a non lasciare deleghe in bianco ma controllate. Meglio una legge che divide, che è discutibile e deve essere abolita con un referendum o con un altro governo, piuttosto che una ideale, perfetta rimandata al “giorno dopo”. Ciò non significa fare leggi sempre e comunque ma uscire dalla logica dell’attendismo per entrare in quella del dinamismo democratico. Dobbiamo rivedere il concetto che vede nella lungimiranza di una legge tutta la sua positività quasi a significare la capacità del legislatore di cogliere una “essenza” contro tempi e mode. Questo presupposto ha dato spazio a leggi che durano da mezzo secolo a cui si sono aggiunte, nel corso degli anni, modifiche e varianti per evitare di stravolgere tutto. Gli innesti, intagli, modifiche successive alle norme originarie, hanno generato leggi che non hanno più niente di quello spirito primordiale propulsivo e allo stesso tempo non sono una soluzione moderna, complessiva e reale del problema (vedi riordino delle carriere). Solo in questo modo è possibile uscire dalla logica della Frankestein-mania e recuperare la partecipazione alla vita politica attraverso la contrapposizione non ideologica ma programmatica. Ripartendo da zero, facendo delle “leggi quadro” che non buttano al macero il passato ma lo integrano in una visione moderna e dinamica. Una legge che ingloba tutta la materia di cui si occupa, le modifiche non sono una altra legge, un decreto o una norma ma tutto l’insieme, un corpo unico pratico, di facile consultazione. Ad esempio, per tornare a noi, oggi è necessario modificare la legge sulla Rappresentanza oppure rivedere il tutto e passare ad altro? Le modifiche richieste da trent’anni sono ancora valide oppure tutta l’impalcatura è superata? Il rischio dell’inadeguatezza delle mere modifiche, già allora richieste, in un contesto di esercito professionale europeizzato è veramente alto. Oggi vi è solo un modo per superare in concretezza quel simbolico gesto di Berlusconi, quello di aggiungere, con onestà intellettuale, il ROVESCIO DELLA MEDAGLIA e i TEMPI in cui è ipotizzabile realizzare i propri intenti. E’ tacitamente assodato che in qualsiasi campo volgiamo il nostro sguardo (economico, sociale, tecnologico, ecc.) le problematiche vanno analizzate in un quadro di insieme, ben sapendo che al beneficio di una cosa corrisponde una mancanza dall’altra parte. La favola che si abbassano le tasse e si mantengono gli stessi servizi non è sostenibile, alleviare le tasse agli imprenditori significa meno entrate a disposizione per lo stato, aumentarle fa si che le imprese si spostano all’estero, e così via. E’ vero che è compito del politico e dell’uomo più in generale diminuire questa differenza intrinseca tra reale e possibile, ma, fino ad oggi quest’uomo non è stato così bravo. La politica non deve neanche essere quel luogo dove avvengano delle turnazioni di fette d’interesse, oppure dove la maggioranza ha sempre il sopravvento, tanto meno la legge del più forte. Pensare di vendere ai cittadini ricette magiche, soluzioni definitive, “miracoli italiani” è offensivo e privo di pudore. I Diritti sono sempre legati ai rovesci. E’ chiaro che trattandosi di un programma politico, quello ora trattato, porta con sé tutta quella retorica e maldicenza nei confronti dell’altra parte politica necessaria per mettere un po’ di pepe, ma anche questo aspetto dovrebbe essere in qualche modo mitigato. Nelle parole ripetute “n” volte, di “fallimento”, “completo fallimento”, “doppio fallimento”, “non ha saputo affrontare… limitandosi ad una posizione ideologica”, “l’unico intervento si è rapidamente impantanato”, tutte indirizzate all’avversario politico, vi è un surplus al testo che toglie stile ed eleganza, chi è forte dei propri contenuti e non ha bisogno di altro. Il pericolo da cui bisogna guardarsi sin dall’inizio, contro una politica onnivora, è quello della teoria del doppio effetto/verità ovvero quella teoria che da un lato si esprime in una idea, mentre, nei fatti fa l’opposto. Questa teoria è ben espressa nella “Summa Teologica” di S. Tommaso d’Aquino, la chiesa dovendosi esprimere pro o contro la guerra, nell’accezione di giusta o ingiusta, ha ben impresse le parole dell’avvento di Cristo. Nell’ottica cristiana dell’amore e dell’universalismo la guerra è una trasgressione delle norme morali, un male, essa rientra nell’ambito delle scelte, delle azioni di cui gli esseri umani sono capaci e rispetto a cui sono investiti di responsabilità. Tuttavia, in alcune circostanze la guerra può rivelarsi un male minore e, in quanto tale, risultare giustificata ed essere definita giusta. Dopo aver analizzato le condizioni sufficienti a giustificare la guerra si è riservata il diritto di dire come e quando queste circostanze si verificassero, solo l’autorità “super partes” poteva decidere, ovviamente, era la chiesa l’unica interprete della parola divina. E’ in quel tuttavia che si esprime una sorta di contraddizione giustificata. Ho dilatato questo ragionamento perché di questa teoria, di origine millenaria, purtroppo ne abbiamo esperienza all’interno dei partiti. Proprio a proposito dei DS, nel mandato precedente a Berlusconi, a fronte di sponsorizzazioni precedenti, palesi verso l’associazionismo, il sindacato, la riforma della rappresentanza i DS nel loro mandato governativo si dimostrarono nei fatti completamente di indirizzo opposto. Eppure queste modifiche sarebbero state a costo zero, per quale motivo non sono andate in porto? Questo vizio del “doppio effetto” sembra tuttora trasparire in diversi punti del programma. Un esempio, figlia della medesima teoria lo ritroviamo nel paragrafo “Alcune proposte concrete”, punto 2., si parla di “integrare, per il poliziotto di quartiere le iniziative di ps, cc e vvuu”; ma scusate DS non erano contro una militarizzazione del territorio, come mai adesso si pensa ad integrare, ampliare addirittura con i vigili urbani? E’ sintomatico l’utilizzo della parola “concrete” quasi fosse la prova della necessità di dare sostanza a qualcosa che in sé ne manca ciò si può riscontrare in diversi punti del documento. Ancora sulla via della teoria del “doppio effetto” si riscontra quando si cita “..merita una riflessione critica il massiccio ricorso che è stato fatto di rapporti di lavoro determinato, ferme breve, prefissate di varia durata… occorrerà ridurre al minimo la precarietà..”. Ma, scusate la legge del 2001, n.215 sull’esercito professionale non fu varata con il governo d’Amato? Ammesso e non concesso che oggi ci si renda conto della svista di allora, qui non si tratta di ridurre al minimo il precariato nelle forze armate, anzi dovrebbe essere proprio il contrario, la selezione dovrebbe essere continua per garantire il meglio del meglio. L’attività lavorativa del militare deve essere rivista nell’ottica di un alta professionalità anche se circoscritta. Oltre alle provate capacità professionali, il militare deve avere doti fisiche, psicologiche nonché etiche superiori a qualsivoglia altro lavoro. Se evitare il precariato può valere in qualsiasi altro ente pubblico nell’apparato militare questo non può avere luogo. Non è possibile pensare che pur di non mandare a casa le persone gli si trova un cantuccio dove poter continuare a fare qualcosa. Questo poteva accadere prima/oggi ma non domani, non può esistere che va all’estero, magari nel teatro di guerra, quel personaggio con la causa di servizio! Questa logica del passato, con l’esercito professionale, deve essere superata. Come contro alla eccessiva selezione, il periodo massimo di vita militare non deve superare i venti anni. Ciò non significa non trovare la soluzione per colui che viene congedato, anzi proprio per il servizio prestato alla nazione, in caso di congedo deve essere garantito il posto di lavoro (e naturalmente il trattamento economico) in un ente pubblico piuttosto che nelle attuali percentuali irrisorie riservate. Se vogliamo riconsiderare la figura del militare, evocando una forte peculiarità, questa non può avvenire se non attraverso l’assunzione dei doveri garantiti da altrettanti diritti. Doveri e diritti, diritti e rovesci devono stare in equilibrio. Nel leggere l’intero manifesto una cosa mi è balzata subito in testa, il PROBLEMA DELLA RIFORMA DEI CODICI MILITARI che fine ha fatto? Non è un dilemma, si tratta di una svista oppure non conviene prendere impegni in questa via? Altrimenti, visto e considerato che i DS in tanti convegni si sono spesi contro l’attuale riforma è un dato così assodato che non necessità di alcuna menzione? Il pericolo di una militarizzazione della giustizia è sentito tanto dagli addetti ai lavori quanto alla società civile. Tutti si sono opposti a questa riforma, militari, avvocati, magistrati, giornalisti e in questo programma non si fa un accenno? Idem come sopra per quanto riguarda l’attivazione dei fondi pensione, sembra non essere un problema, è una questione che non interessa a nessuno, come dire, per la vecchiaia c’è sempre tempo. Altra incertezza, che non trova casa nel programma dei DS, è quella relativa alla cartolarizzazione degli alloggi della difesa, si procederà alla vendita oppure questo percorso sarà interrotto? E’ possibile pensare ad una indennità di alloggio in mancanza di strutture alloggiative? Niente anche sul fronte del “sindacato ai militari”! In tutto il documento si fa riferimento all’Europa, alla necessità di collaborare, coordinare, integrare le normative europee con quelle nazionali e per quanto riguarda il sindacato eclissi totale. Come mai questa possibilità esistente negli altri paesi europei per l’Italia non vale più? Vi è un accenno al “diritto di informazione e di associazione.. che non può essere artificiosamente limitato..”, ma questo è tutta altra cosa! E’ vero che questo diritto attualmente subdolamente, artificiosamente sembrerebbe limitato, ma di fatto già ci sono tante associazioni che operano in questa via, quindi cosa aggiungerebbero DS? La differenza tra una associazione ed un sindacato è notevole, sono due cose nettamente separate, nella prima non vi è possibilità di contrattazione o di essere intesa come parte sociale. Per quanto riguarda le istituzioni che devono prendere nascere si rileva cumulativamente che le intenzioni dei DS sono: “creazione di una apposita Commissione Parlamentare Permanente Affari Interni” – - “istituzione una sede di consultazione sulla sicurezza dei cittadini” – “istituzione di una sezione antimafia potenziata” - “bisogno di più addetti e modernizzazione per gli uffici giudiziari e pagamento degli straordinari” – “misure a favore dei commercianti che ricorrono a strumenti di protezione” – “sostegno alle vittime dei reati” - “formazione della legalità nella scuole” – “riparametrazione degli stipendi” - “completo riordino delle carriere” – “sostegno alla dirigenza e incremento degli organici” – “rafforzare le aree di eccellenza tecnologica nell’ambito di comunicazioni, sensoristica, velivoli senza pilota, sistemi e servizi satellitari” – “dislocare nelle regioni del Sud un consistente numero di reparti operativi affiancati da altrettante strutture logistiche amministrative” – riqualificazione del personale civile e finanziamento dei contratti integrativi”- “nuovo comitato parlamentare di controllo intelligence”. Tutto questo “popo di roba” con quali soldi si dovrebbe fare? Da quale pozzo senza fondo è possibile attingere per realizzare uffici, finanziamenti e tutto il resto? Purtroppo nel documento non viene data alcuna indicazione. L’unico cenno in cui immaginare di procacciarsi le risorse è quel passaggio in cui si dice che le risorse finanziarie gradualmente devono passare dall’attuale 0,96% all’ 1,5% del Pil. Ma basterà questa percentuale di aumento per coprire tutti i propositi? Ammettiamo che fossero sufficienti queste risorse, da quale comparto li andiamo a pescare, chi ci rimette, la sanità, la scuola, la cultura? E’ questo il ROVESCIO DELLA MEDAGLIA che mi aspetto nella concretezza dei programmi, non ho bisogno di promesse a catena di cui il gioco tutto italiano, dopo le elezioni, dello scarica barile sarà in grado di cancellare tutto. Non mi si racconti la storiella del recupero dell’evasione fiscale perché sembra che da lì si può prendere di tutto e di più per tutti! Soprattutto, per dare veramente concretezza al programma in che tempi ci dobbiamo aspettare cosa, uno, due, cinque anni? Senza queste precise indicazioni tutto odora di vaporoso e poco palpabile, qualcosa di buttato lì, meglio di niente. Un capitolo a parte sono le riforme Riforme a costo zero. Pazienza le riforme che incidono sul bilancio dello Stato, per le quali indicare il rovescio della medaglia è assumersi una responsabilità rischiosa, ma almeno per quelle a costo zero per quale motivo non indicare i tempi entro cui avverrà la modifica legislativa? Se una compagine politica oggi non è in grado di dare neanche in questa via una precisa indicazione, pretendere di governare è veramente contraddittorio. Nello specifico mi riferisco al diritto di associazione, questa modifica si potrebbe fare il giorno dopo il proprio insediamento, lo faranno, indicheranno in che tempi? Tralascio la parte relativa alla riforma dell’intelligence, mi sembra “fumo allo stato puro” e ci capisco poco. Solo una cosa mi stona, accorpare le tre distinte autorità politiche (Presidente del Consiglio - Cesis, Ministro Interno - Sisde, Ministro della Difesa - Sismi) che detengono attualmente il controllo dell’intelligence, unificandolo sotto quella del Presidente del Consiglio non è un pericolo? La separazione dei poteri non è un principio di garanzia e democrazia? Viene fatta questa proposta perché l’attuale “..tripartizione, inoltre, non giova ne all’efficacia dell’azione dell’intelligence, né tanto meno alla sua indispensabile riservatezza”. Se non ho capito male, si sta dicendo che per questi poteri così forti una persona è meglio di tre perché c’è più efficacia e riservatezza!? Per quale motivo una persona dovrebbe garantire più riservatezza di tre? E se una persona è riservata e megalomane allo stesso tempo, chi ci garantisce? Contro questa unificazione estremizzata di poteri si vuole ampliare il potere parlamentare, si vuole fare un quadro di regole certe entro cui l’intelligence può agire e ultimo, definire le competenze delle Agenzie. Ottimo questo bilanciamento che si può semplicemente aggiungere alla posizione attuale senza accorpare tutto sotto il Presidente del Consiglio. Se non sbaglio non era il programma del Cdl tanto criticato dall’opposizione? La bufala più grossa di tutto il programma è quella relativa alla Riforma della Rappresentanza. Ancora oggi si parla di riformare, in qualche modo, uno strumento nato male e vissuto peggio! Come si fa a concepire un organo rappresentativo, interno all’amministrazione che viva di vita propria? Non si tratta di dare “un effettivo potere contrattuale” alla Rappresentanza, ma convincersi se la sua concezione, nell’ottica di un esercito professionale europeizzato, è ancora valida. Oggi, chi non è garantito in questo gioco delle parti, non è il rappresentate nei confronti degli Stati maggiori ma l’elettore nei confronti di tutti. All’interno di qualunque rappresentanza modificata, di fronte al mal operare dei rappresentanti, nessun elettore militare può fare niente. Non può andare in un'altra sigla o chiedere le dimissioni, può solo aspettare i lunghi quattro anni e non votare più le stesse persone. Questa è democrazia? Come si bilancia il rapporto elettore/rappresentante? Altro elemento importante, laddove il rappresentante è interno, è il meccanismo della selezione che non può essere solo quello del voto ma si deve aggiungere quello del “TITOLO”. In effetti anche quelli che non votano hanno diritto di essere rappresentati, non si tratta di un non-voto per disinteresse ma perché quelle persone che si candidano potrebbero non essere considerate all’altezza o non voler dare una delega in bianco per quattro anni. Nel momento che il sistema rappresentativo è chiuso, interno all’amministrazione, tanto chi vota quanto chi non vota ha lo stesso diritto di essere rappresentato, quindi, il titolo per il “votante” sarà il voto, mentre per colui che non accetta quella logica si potrebbe ipotizzare il “militare più anziano”, “più decorato”, “con più titoli culturali”, “più elevato in grado” e chi più ne ha più ne metta. Altra soluzione che tiene conto di coloro che non credono in alcuna forma di rappresentanza interna modificata è quella che conteggia la percentuale di personale non votante al fine di diminuire il numero di rappresentanti totali e stornare, dal fondo per le spese della rappresentanza, i soldi a favore di enti benefici, mutualistici per i militari. La cosa più assurda, a proposito del “Rovescio della Medaglia”, per quale motivo la società civile dovrebbe farsi carico di pagare (50 miliardi del vecchio conio) un organo di tutela per delle rivendicazioni tutte interne al mondo militare? E’ vero che i Sindacati godono di sovvenzioni da parte dello stato, ma, ogni aderente paga di tasca propria quell’organismo. Perché mai sarebbe giustificato questo privilegio per il militare? Dopo aver minuziosamente sezionato l’intero programma relativo alla difesa e sicurezza dei DS, concludo con le note positive quali la confisca dei beni di origine criminale per uso sociale, ripensare all’utilizzazione delle forze di polizia negli stadi demandando a polizie private l’incombenza. Queste riforme non solo sarebbero a costo zero ma porterebbero delle entrate o riduzione delle spese sostenute. E’ altresì positivo l’aumento complessivo relativo alle risorse totali destinate alla difesa e sicurezza. Qualsiasi programma è meglio di nessun programma, quindi si ringrazia DS. Nei prossimi giorni passeremo al setaccio le proposte degli altri partiti, con la speranza che queste mie e le vostre osservazioni saranno colte dai partiti nell’ottica rovesciata non del “contratto con gli italiani” ma del “contratto con i politici”! Addì, 6 Novembre 2005 Kronos il Lupo della Sila
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