QUALE  STRUMENTO DI TUTELA PER IL PERSONALE MILITARE ?

- LA REALTA’ HA LA FORMA DELL’ACQUA -

 

Sono trascorsi pochi mesi dall’insediamento del Co.Ce.R. Interforze e mi pare opportuno operare delle considerazioni, insieme ai colleghi che rappresento, su un tema sempre attuale, che suscita aspettative e speranze, interesse e preoccupazione: quale strumento di tutela per il personale militare?

In merito ad una riforma della Rappresentanza Militare ho iniziato il mandato con delle idee; grazie ad una sincera autocritica le ho dovute rivedere e correggere.

Ho avuto la fortuna di essere un delegato del 1° mandato della R.M. Un mandato esaltante, animato e trainato dalla passione e dall’entusiasmo della prima volta. Oggi questo strumento di rappresentanza, pensato negli anni 70 e posto in essere alfine, anche, di arginare e rinchiudere nell’alveo delle Istituzioni le rivendicazioni sociali forti e pressanti dei militari, mostra tutte le crepe e le inadeguatezze di un provvedimento datato, ormai superato nel suo stesso concetto ispiratore.

Negli anni trascorsi ho sempre seguito con trasporto e passione il dibattito in merito ad una sostanziale riforma della normativa sulla R.M., ovvero quale fosse lo strumento più rispondente/efficace affinché la tutela singola e collettiva del personale militare sia piena, puntuale ed immediata

Partendo dalla Costituzione èra facile arguire che lo sbocco naturale fosse l’abrogazione dell’art. 8 della L 382/78, ovvero dare la possibilità al personale militare di potere aderire ad associazioni anche a carattere sindacale.

Negli ultimi anni alcune compagini politiche, più di altre, hanno spinto verso questa soluzione, vale a dire dotare il personale militare, alla stessa stregua del personale di Polizia, di un vero sindacato.

Tanto che quando nella primavera scorsa le elezioni politiche sono state vinte dall’attuale maggioranza di centro-sinistra forte è stata la speranza di noi militari, compreso chi scrive, di avere riconosciuto, finalmente, uno strumento di tutela nuovo e compiuto: uno strumento sganciato dai rigidi regolamenti e che riconosca in maniera chiara che il militare è un cittadino italiano e che analogamente agli altri cittadini italiani deve essere destinatario di tutti i diritti che la Costituzione riconosce, pur con dei limiti vista la particolare peculiarità.

Dopo pochi mesi di Governo e soprattutto dopo talune uscite pubbliche di autorevolissimi esponenti di Governo devo registrare che, probabilmente, assisteremo anche in “questo giro” ad una rivisitazione estetica, ad una rispolverata di qualche concessione e nulla più.

Eppure il programma politico, grazie al quale l’attuale maggioranza di governo ha avuto la delega a governare il nostro paese era chiaro in merito: si poteva andare verso la sindacalizzazione; di fatto lo si nega.

Quanto sopra esposto mi fa fare una ulteriore considerazione: quanto è difficile oggigiorno stare in una posizione politica/pensiero. Quanto è difficile, soprattutto per noi rappresentanti nazionali dei militari, districarsi in questo groviglio di contorcimenti dialettici della politica (partitica) italiana.

Come dice Camilleri: la realtà ha la forma dell’acqua.

Constato, con sofferenza, che viviamo in un mondo (italiano)  provvisorio, in un mondo dove tutto è possibile: una bugia diventa verità, una idea serale scompare la mattina senza che ciò susciti sconcerto; si va avanti con le buone intenzioni e con astratti impegni che l’indomani vengono candidamente disattesi.

A questo contorcimento politico, penso che l’unico rimedio che noi rappresentanti possiamo porre in essere è uno solo: avere un pensiero/voce univoci e possibilmente unanime. Un pensiero che vale “hic et nunc”, una volta sola.

Ho l’ardire di pensare che di fronte ad un giudizio come sopra esposto la politica (partitica) non possa rispondere in modo aleatorio.

Il personale militare esige, perché lo esige il contesto storico in cui viviamo, uno strumento di tutela reale:  il SINDACATO, esterno ed autonomo.

Il personale militare reclama dei rappresentanti che siano liberi; non ingabbiati nei regolamenti che di fatto ne limitano fortemente l’ azione.

Va detto, con coraggio, che attualmente siamo alla portata degli umori degli uomini/vertici militari:

se si tratta con persone caratterizzate da forte elasticità mentale si può anche lavorare bene, altrimenti la nostra azione sarà correlata, sempre, alla rigida normativa esistente (ad esempio artt. 5-6-7-8- della L 382/78).

Viene il sospetto che la nostra azione limitata venga vissuta in maniera positiva anche dalla politica (partitica), la quale a parole ci gratifica di una azione di grosso rilievo, di fatto poi viene disconosciuta nel non varare provvedimenti che riconoscano diritti e principi. Tanto si percepisce come vero quando la R.M. nella sua massima espressione come il Co.Ce.R. Interforze viene audito, sempre, dopo: dopo che un provvedimento è già stato predisposto; dopo avere ascoltato, magari, altri soggetti.

Spesso, noi rappresentanti, abbiamo la percezione che veniamo ascoltati, dalla politica, non per reale convincimento  ma perché lo esige una legge dello stato.

Un’altra  “vexata queastio” è la contrapposizione che ci potrebbe essere tra i vertici militari e rappresentanti di un eventuale sindacato, ovvero che esso potrebbe essere visto come una limitazione dell’azione di comando. NON E’ COSI’.

Con una rappresentanza esterna ed autonoma si avrebbe una compartecipazione nelle scelte e di conseguenza una condivisione di responsabilità.

Mi sembra opportuno rimarcare, in questo particolare momento storico, che “l’uomo soldato” che, prima, operava sempre nella logica “attacca il ciuccio dove vuole il padrone” non esiste più. 

Il cittadino soldato odierno, fortemente emancipato sia culturalmente che socialmente, vuole partecipare in maniera responsabile e forte di un altissimo senso del dovere, alla policy della propria amministrazione anche con una azione critica ma costruttiva.

 

-Francesco LEO

francoleo87@libero.it

Delegato Co.Ce.R. A.M.