Difesa,  Politica

Audizione C. 5569 e C. 4740 – Testo Audizione CSMD Gen. Biagio Abrate

 

Atto a cui si riferisce:
Audizione
del Capo di stato maggiore della Difesa, generale Biagio Abrate,
nell’ambito dell’esame del disegno di legge C. 5569 Governo, approvato
dal Senato e C. 4740 Reguzzoni, recante «Delega al Governo per la
revisione dello strumento militare nazionale e norme sulla medesima
materia».


PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca, ai sensi dell’articolo 143, comma 2, del Regolamento, l’audizione del Capo di stato maggiore della Difesa, generale Biagio Abrate, nell’ambito dell’esame del disegno di legge C. 5569, approvato dal Senato, recante «Delega al Governo per la revisione dello strumento militare nazionale e norme sulla medesima materia» e dell’abbinata proposta di legge Reguzzoni ed altri C. 4740.

Prima di dare la parola al generale Abrate, ringrazio per la loro partecipazione ai lavori della Commissione anche il generale di divisione Luigi Francesco De Leverano, Capo ufficio generale del Capo di stato maggiore della Difesa, il tenente colonnello Ascanio Silvestri, della Segreteria particolare


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del Capo di stato maggiore della Difesa e il maggiore Federico Iaione, aiutante in campo del Capo di stato maggiore della Difesa.

Vorrei, infine, segnalare che abbiamo testé svolto le audizioni sia dei COCER sia dei sindacati dei dipendenti civili della difesa, registrando una notevole preoccupazione da parte del personale, per cui, soprattutto su questo versante, vorremmo sentire un’opinione in merito al provvedimento.

Do, quindi, la parola al signor generale Biagio Abrate.

BIAGIO ABRATE, Capo di stato maggiore della Difesa. Signor presidente, onorevoli deputati, desidero ringraziare tutti voi, componenti della IV Commissione difesa della Camera, per la sensibilità con cui da sempre affrontate ogni singolo aspetto di interesse delle nostre Forze armate, dimostrando nei fatti una vicinanza e una partecipazione ai problemi della nostra compagine che va ben oltre il
compito o il dovere istituzionale. È un’attenzione sentita, di cui gli uomini e le donne con le stellette vi sono profondamente grati e di cui hanno costantemente bisogno in quanto ciò ci consente di affrontare con la necessaria determinazione le sfide che ci attendono, sapendo di poter
contare sul sostegno morale e materiale del popolo italiano che voi rappresentate.

Le Forze armate sono e saranno sempre più un pilastro della nostra Repubblica. Sono uno strumento di difesa che, dai confini nazionali, ha allargato il suo ambito operativo a ogni parte del mondo, là dove il Governo ne ha disposto l’intervento sulla base delle decisioni del Parlamento. Oggi, con l’affermarsi delle nuove tecnologie anche informatiche, le distanze fisiche hanno perso di significato.
L’ampliamento del concetto stesso di difesa degli interessi nazionali, unito alla sempre maggiore assunzione di responsabilità da parte dei principali consessi internazionali a cui l’Italia aderisce (l’ONU, la NATO e


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l’Unione europea), ha chiamato i nostri uomini – in trent’anni di operazioni militari all’estero, da quel lontano 1982 in Libano – a confrontarsi con realtà complesse, talvolta inimmaginabili, portando la solidarietà e l’umanità del nostro popolo e prevenendo ulteriori sofferenze a popolazioni e soprattutto ad anziani, donne e bambini già
duramente colpiti dall’atrocità di una guerra oppure della fame e della povertà.

La riconoscenza di tante genti, nel momento del rientro dei nostri uomini dalle missioni, è la migliore ricompensa, nonché la chiara dimostrazione della professionalità e – mi sia consentito – del rispetto delle altrui tradizioni, religioni, culture, usi e costumi con cui interveniamo, in ogni parte del mondo. Svolgiamo un ruolo di sostegno e di ausilio, e mai di prevaricazione nei confronti di popoli spesso molto
diversi da noi, ma che hanno uguale dignità.

Con questo stesso spirito di servizio e con questo senso di
responsabilità con cui oggi oltre 6.000 uomini e donne operano in Afghanistan, in Libano, in Kosovo o a garanzia del libero utilizzo dei mari contro la minaccia della pirateria, solo per citare le principali attività in atto, siamo accorsi in aiuto dei connazionali colpiti da calamità naturali, dal Friuli alla Campania, dalla Basilicata all’Aquila, fino ai recenti interventi in Emilia Romagna, Liguria e Toscana.

Nell’operazione «Strade sicure», tuttora in atto in varie parti del nostro Paese, abbiamo coadiuvato e coadiuviamo le forze di polizia nel controllo del territorio, dalla Campania alla Sicilia, dalla Calabria fino alla Sardegna.

Le Forze armate hanno ben chiaro il loro ruolo istituzionale e la necessità di essere sempre pronte ad agire e a reagire senza indugi e con la massima tempestività nell’interesse degli italiani e a salvaguardia del prestigio del nostro Paese perché esse sono un patrimonio a disposizione di tutta la collettività,


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di cui nessuno potrà mai fare a meno, dal momento che lo strumento militare è parte integrante della stessa funzione statuale.

Uno Stato senza Forze armate, nella moderna e ampia accezione del termine, non può esistere e non può coesistere. Gli italiani devono poter contare su di noi, cioè i nostri cittadini devono poter essere certi che in ogni occasione, in Italia e all’estero, gli uomini e le donne in uniforme siano in grado e pronti ad adempiere al proprio
dovere, in linea con i compiti fissati dalla Costituzione e poi
esplicitati dalla legge n. 331 del 2000, ora confluita nel Codice dell’ordinamento militare.

Si tratta di compiti essenziali e irrinunciabili che riguardano la difesa dello Stato; la realizzazione della pace e della sicurezza, in conformità alle regole del diritto internazionale e alle determinazioni delle organizzazioni internazionali delle quali l’Italia fa parte; il concorso alla salvaguardia delle libere istituzioni; e, infine, gli ulteriori compiti specifici di intervento in caso di pubbliche calamità e di straordinaria urgenza.

È proprio la consapevolezza della nostra funzione e dei tanti importanti compiti a essa correlati che ci porta a volere a tutti costi proteggere la nostra organizzazione dal rischio, purtroppo concreto, di un progressivo decadimento operativo. Il signor Ministro della difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, lo scorso 6 novembre, dinanzi agli
onorevoli senatori riuniti in occasione del voto finale sul disegno di legge-delega ora in discussione, ha affermato che non possiamo assistere al declino del nostro strumento militare senza reagire. È proprio questo il punto. La riforma serve a noi e al nostro Paese. Forze armate che non siano in grado di operare non servono a nessuno.


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Tuttavia, prima di entrare nel merito del disegno di legge, è
doveroso da parte mia toccare brevemente la situazione
economico-finanziaria in cui le Forze armate da anni si trovano a operare. Questo è un aspetto su cui, lo scorso 13 novembre, il presidente Cirielli si è particolarmente soffermato, alla presenza del signor Ministro della difesa, evidenziando l’entità dei tagli subiti dalla difesa negli ultimi anni che sono stati effettuati – citando il presidente stesso – «forse in misura maggiore rispetto a ogni altro ramo della pubblica amministrazione, a fronte di livelli di sprechi assai
bassi».

In effetti, la progressiva riduzione delle risorse assegnate alla funzione difesa, che in termini percentuali sul prodotto interno lordo sono passate dallo 0,93 per cento del 2007 allo 0,86 del 2012, è tanto più rilevante se posto in relazione a quanto attuato dai nostri principali partner europei, che assegnano alla funzione difesa una percentuale del PIL che si attesta su un valore medio dell’1,6 per cento, a fronte di uno 0,92 dell’Italia, secondo i dati del 2010.

I tagli alla funzione difesa operati nel tempo si sono ripercossi sostanzialmente sul settore esercizio, che sarebbe più agevole e corretto chiamare «operatività», creando un pericoloso e insostenibile sbilanciamento tra settori del personale, dell’investimento e dell’esercizio in relazione alle percentuali di riferimento tendenziali –
che, dunque, non sono statuite per legge – ritenute virtuose in ambito NATO ed europeo, rispettivamente del 50, 25 e 25 per cento.

In particolare, oggi, quasi il 70 per cento del budget è
assorbito dalle spese del personale, mentre rispettivamente il 12 e il 18 per cento sono devoluti all’esercizio e all’investimento, in considerazione, appunto, della riduzione del budget complessivo e della conseguente maggiore incidenza sulla quota del personale.


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Ferme restando le ridotte assegnazioni complessive al dicastero,
l’eccesso della percentuale di risorse assorbite al personale, per cause
certamente non dipendenti dalla volontà dell’amministrazione e
tantomeno del personale stesso, ha prodotto significativi riflessi
negativi sul funzionamento dello stesso strumento militare.

Se è innegabile che il personale si possa considerare il motore, la
mente, il cuore della nostra organizzazione, è altrettanto innegabile
che senza un’adeguata preparazione professionale, senza addestramento,
senza mezzi terrestri e aeronavali tecnologicamente avanzati, senza
sistemi di protezione, di osservazione, di comunicazione, sistemi
satellitari e di intelligence all’avanguardia – le risorse per
l’esercizio incidono proprio su questi aspetti – i nostri uomini e le
nostre donne in divisa rimarrebbero solo dei potenziali straordinari
professionisti, purtroppo non utilmente impiegabili, e sarebbero loro
stessi mortificati.

Si tratta di professionisti le cui capacità vengono costantemente
riconosciute in Italia e all’estero, dall’Afghanistan al Libano. Questo
livello di prestazioni e di prestigio va, quindi, mantenuto, continuando
a formare e ad addestrare i nostri uomini e a dotarli di
equipaggiamenti e mezzi che consentano loro di operare con efficacia,
efficienza, flessibilità e in sicurezza. Dobbiamo fare questo anche per
onorare il sacrificio dei nostri colleghi caduti sul campo. Essi, i
nostri militari in servizio e gli italiani tutti lo meritano.

Del resto, il Ministro della difesa ha più volte ribadito l’essenza
della riforma e la duplice finalità della stessa, cioè, da un lato,
adeguare lo strumento militare all’evoluzione del quadro geopolitico e,
dall’altro, renderlo compatibile con il quadro di finanza pubblica.
L’interoperabilità con i nostri partner internazionali nei moderni scenari e il rispetto del


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vincolo di bilancio, ossia delle risorse che il Paese potrà
prevedibilmente e stabilmente mettere a disposizione della funzione
difesa, sono, pertanto, al tempo stesso, il presupposto e la ragion
d’essere del provvedimento in esame.

Per il primo aspetto, ovvero l’interoperabilità, tutti noi ci
rendiamo conto, anche solo dalle cronache giornalistiche quotidiane,
della crescente complessità dell’impiego della componente militare. È un
impiego variabile, in funzione della minaccia potenziale, oggi
multiforme e mutevole perché non esiste un ipotetico nemico di cui si
conoscono le intenzioni, la dottrina d’impiego e i mezzi; al contrario,
siamo continuamente interessati da nuovi focolai di crisi e minacce
asimmetriche, come vediamo tutti i giorni, che ci costringono a operare
con la massima flessibilità e rapidità.

Sulla base di tali presupposti, nessun Paese può pensare di poter
sopportare un onere finanziario che gli consenta di essere, in assoluto,
autosufficiente nel settore della difesa, tanto più che gli ingenti
investimenti necessari per essere al passo con l’evoluzione tecnologica
sono talmente elevati che nessuno – neanche gli Stati Uniti d’America – è
in grado di sostenerli.

Per il secondo aspetto, ovvero il vincolo di bilancio, essendo
realisticamente improbabile un incremento delle risorse che il Paese
potrà devolvere alla funzione difesa, non ci rimane altra strada che
ridurre la percentuale di spesa per il personale e, quindi, snellire e
razionalizzare lo strumento militare per mantenerlo efficiente ed
efficace. Gestire una struttura sovradimensionata rispetto alle
disponibilità finanziarie non è dunque accettabile. Questo è un problema
che non può essere ignorato, né rinviato alle giovani generazioni.

Dobbiamo dare atto che si tratta, peraltro, di una riflessione già avviata dai precedenti Governi, con lo scopo di


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verificare la sostenibilità finanziaria. Il repentino aggravamento della
crisi finanziaria ha imposto, poi, di riprendere e rivitalizzare con
forza e con coraggio l’iniziativa del provvedimento che revisiona, senza
modificarne il modello professionale, tutta la struttura. È un passo
importante – come ha affermato il Ministro Di Paola lo scorso 6 novembre
in Senato – verso quella visione europea della difesa, inserita in un
forte legame transatlantico e nel contesto di legittimità rappresentato
dalle Nazioni unite, da tutti fortemente auspicata. Proprio per questo
non si può prescindere da una maggiore efficienza, operatività, capacità
militare e tecnologia quale presupposto imprescindibile per una
maggiore integrazione delle Forze armate italiane in un più ampio
scenario europeo.

Ciò nonostante, per aspirare a essere più uniti e coesi all’esterno,
lo dobbiamo essere necessariamente e ancor più all’interno. Nel
riconoscere il grande lavoro fatto dai miei predecessori, dico che
dobbiamo dare ancora maggiore impulso a rendere interforze lo strumento
militare, standardizzando e razionalizzando le singole componenti di
Forza armata, le strutture e i processi e mettendo a fattor comune tutto
ciò che è possibile. Questa è una sfida che le Forze armate hanno già
responsabilmente accettato e che sta impegnando le nostre migliori
energie alla ricerca dell’auspicata sintesi.

Per fare ciò, tutte le Forze armate hanno dovuto invertire il metodo classico di pianificazione strategica, passando da quello capability driven a quello finance driven.
In pratica, dalle risorse finanziarie discendono le capacità operative
esprimibili, con i connessi volumi organici, le strutture e i mezzi e,
di conseguenza, quello che definiamo il «livello di


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ambizione sostenibile». Questo è un metodo opposto a quello classico,
che si può definire iterativo perché ci impone di procedere per
aggiustamenti e per tentativi successivi.

Le capacità complessive, non solo quelle relative alla componente
strettamente operativa, sono state suddivise in tre grandi categorie,
invertendo l’ordine di priorità e procedendo, appunto, per tentativi. La
prima categoria comprende le capacità non strategicamente prioritarie
da dismettere e da annullare; la seconda riguarda le capacità da
mantenere, previo ammodernamento e adeguamento tecnologico; infine, la
terza ha a che fare con le capacità strategicamente prioritarie e
vitali, da mantenere alla luce dei presenti e futuri scenari di impiego
operativo, che sono tali da rendere necessario il mantenimento di un
sistema militare nazionale pienamente interoperabile e interagibile con
quello dei Paesi amici e alleati, proiettabile e sostenibile anche a
distanza e tecnologicamente avanzato.

L’interoperabilità e l’integrazione interforze sono, quindi, le
direttrici verso cui le Forze armate si dovranno e si stanno già
muovendo per trasformare in azioni concrete quanto il Parlamento – mi
auguro – approverà e che sarà dettagliatamente disciplinato nei
discendenti decreti legislativi.

Com’è noto, sul disegno di legge-delega in esame ha influito quanto
previsto dal decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, la cosiddetta spending review,
convertito poi in legge. Nello specifico, questo provvedimento ha
indirizzato verso il risanamento della finanza pubblica i risparmi che
saranno ottenuti dalla riduzione del personale nel triennio 2013-2015
dalle attuali oltre 183.000 alle 170.000 unità complessive. In linea di
continuità con tale manovra, è prevista, in base al disegno di
legge-delega sugli organici, l’ulteriore riduzione fino a 150.000 unità.
La spending review ha, quindi, anticipato parte degli


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effetti del provvedimento in discussione, imponendo, peraltro, una
diversa destinazione delle risorse recuperate nel triennio, nell’ottica
del supremo interesse della collettività.

Oggi, il focus è il disegno di legge-delega per la revisione
dello strumento militare, così come approvato dal Senato lo scorso 6
novembre. È un provvedimento strutturale che delinea il futuro delle
Forze armate sulla base delle risorse finanziarie su cui la difesa potrà
contare in futuro, senza chiedere risorse aggiuntive e gettando le basi
per rendere lo strumento militare maggiormente idoneo ad assolvere le
missioni assegnate, a fronte di un mutato quadro geostrategico.

È una riforma che, per grandi linee, contempla la stabilizzazione
delle risorse destinate alla funzione difesa, riducendo l’incidenza
delle spese del settore personale tendenzialmente verso il 50 per cento e
reindirizzando le risorse così ottenute prioritariamente verso
l’operatività dello strumento militare, cioè verso quella voce che ho
chiamato «esercizio».

Si prevede la revisione in chiave riduttiva entro il 2024,
prorogabile di anno in anno, delle dotazioni organiche del personale
militare e civile, dirigenti inclusi. In particolare, saranno rivisti i
moduli di alimentazione dei vari ruoli del personale militare e saranno
applicati istituti giuridici previsti, oppure da perfezionare, per
portare la consistenza delle Forze armate a regime a 150.000 unità. Il
personale civile dovrà gradualmente attestarsi sulle 20.000 unità,
mediante piani di riduzione coerenti con la revisione strutturale e
organizzativa del dicastero e informati al principio dell’elevazione
qualitativa delle professionalità.

Ancora, si prevede la riorganizzazione complessiva delle strutture
di comando, logistiche, formative e territoriali, in modo da conseguire
una contrazione organizzativa e strutturale non inferiore, in questi
settori, al 30 per cento, con


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specifici interventi sui quali mi soffermerò tra poco. In conseguenza di
ciò, sarà attuata la dismissione degli immobili non più funzionali alle
esigenze delle Forze armate.

Si tratta di una riforma che potrei sintetizzare su tre punti chiave.

Il primo punto è la stabilità programmatica e la flessibilità di
bilancio. In particolare, la stabilità programmatica costituisce un
prerequisito per l’intero processo, quanto mai opportuno e da noi sempre
auspicato, soprattutto in considerazione dell’orizzonte temporale
pluriennale delle nostre pianificazioni, sovente vincolate da accordi
internazionali che vanno necessariamente rispettati, a tutela
dell’immagine e della credibilità del nostro Paese. Questo parametro, in
combinazione con la flessibilità della rimodulazione delle spese,
permetterà di reindirizzare all’interno del dicastero, a partire dal
2016, per effetto del citato provvedimento sulla spending review, i risparmi conseguiti, così da raggiungere prima quel risultato di riequilibrio.

Il secondo punto riguarda la riduzione del personale a 150.000 unità
per quello militare e a 20.000 per quello civile. I provvedimenti sul
personale rivestono un valore centrale nell’ambito della riforma e sono
la cosa più complicata, in quanto prioritariamente da essi ci aspettiamo
quel recupero di risorse che ci consentirà di avere uno strumento
militare quantitativamente ridotto, ma qualitativamente migliore.
Ricordo che il provvedimento non prevede risorse aggiuntive, ma solo una
diversa redistribuzione interna. Sono molti gli strumenti allo studio
per raggiungere nel 2024 l’obiettivo di 150.000 militari e 20.000
civili. La riduzione del personale è, comunque, un processo che tutti
consideriamo difficile e su cui bisognerà impegnarsi con determinazione e
sensibilità, nell’interesse del personale e delle stesse Forze armate.


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Si taglierà prevalentemente la componente dirigenziale, con una
riduzione del 30 per cento – come ha stabilito il ministro – a fronte di
un 20 per cento medio, secondo quanto precisato in sede di discussione
in Senato, portando entro sei anni gli ufficiali generali e ammiragli a
310 dieci unità, a fronte delle attuali 463, ed entro dieci anni i
colonnelli e capitani di vascello a 1.566 unità, a fronte delle attuali
2.075. Comunque, tutte le categorie e tutti i ruoli saranno interessati.

Al riguardo, evidenzio che l’obiettivo di riduzione risulta parzialmente anticipato dalla spending review
per effetto della diminuzione a 358 unità per i gradi di generale e
ammiraglio e a 1.763 per i gradi di colonnello o capitano di vascello
entro il dicembre del 2015. Saranno, comunque, attuate modalità
operative la cui efficacia andrà verificata anche alla luce dei
provvedimenti di natura legislativa e regolamentare attualmente in
discussione, come la legge di stabilità, con particolare riferimento al turnover
del personale, e la nuova disciplina per l’accesso alla pensione di
vecchiaia e di anzianità per il personale del comparto difesa e
sicurezza.

Riguardo a ciò, mi preme sottolineare che la specificità della
condizione militare, prevista dall’articolo 19 della legge n. 183 del
2010 e più volte richiamata nelle discussioni parlamentari, è un aspetto
centrale di cui si è tenuto conto e di cui bisognerà continuare a
tenerne conto per non svuotare di contenuti e di significato quanto il
Parlamento ha voluto, con forza e con determinazione, affermare con una
norma di rango primario.

Del resto, l’impatto dei sacrifici economici che in questo momento
stanno sostenendo anche gli appartenenti al comparto difesa e sicurezza,
alla pari delle altre categorie di lavoratori del pubblico impiego, è
significativo. A tal proposto, non posso non ricordare il blocco degli
stipendi, anche in


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presenza di promozioni, nel triennio 2011-2013. Tuttavia, riconosco che
la gravità della situazione economica generale del Paese, così come di
molti Paesi occidentali, è sotto gli occhi di tutti e richiede uno
sforzo corale di tutti gli italiani, quindi anche dei militari. La
difesa sta facendo la sua parte, con realismo, pragmatismo, lungimiranza
e senso di responsabilità.

Tornando alla revisione in senso riduttivo delle dotazioni organiche
complessive del personale militare e civile, voglio evidenziare che la
graduale implementazione della legge con la previsione di un congruo
periodo attuativo, entro il 2024, e la presenza di una clausola che
consente di prorogare annualmente il termine del 31 dicembre 2024, con
decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del
Ministro della difesa, rappresentano una forma di garanzia nei confronti
non solo delle Forze armate, ma soprattutto del personale.

D’altra parte, le Forze armate non potrebbero permettersi una
pericolosa e traumatica soluzione di continuità operativa. Sarebbe grave
non aver la possibilità di far fronte numericamente a impegni
superiori, là dove se ne presentasse la necessità. La filosofia generale
di attuazione del provvedimento tenderà, comunque, a prediligere
l’esodo del personale su base volontaria. Questa priorità è indicata
chiaramente, ricorrendo anche a istituti giuridici e procedure di
mobilità già previsti o da perfezionare per il personale militare e per
il personale civile.

A questo proposito, sono particolarmente lieto della norma
introdotta durante il passaggio parlamentare in Senato, a favore del
personale volontario di truppa congedato senza demerito, che prevede il
riconoscimento dei titoli, dei requisiti minimi professionali e di
formazione per la nomina a guardia giurata e per l’iscrizione
nell’elenco prefettizio di cui all’articolo 1


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del decreto del 6 ottobre 2009 del Ministero dell’interno. Questo è un
importante passo in avanti per il reinserimento nel mondo del lavoro di
coloro che, pur avendo ben servito il Paese, non hanno potuto coronare
il loro sogno in uniforme.

Riguardo al personale civile del dicastero, voglio comunque
sottolineare che si tenderà alla massima salvaguardia delle
professionalità acquisite, anche con mirati percorsi formativi,
esaltandone la funzione essenziale per la difesa a livello sia centrale
sia periferico, anche nell’ottica del processo di razionalizzazione
degli stabilimenti e degli arsenali militari. Ritengo, pertanto, che la
soluzione adottata sia la migliore sintesi possibile per la tutela del
personale e per la garanzia dell’operatività dello strumento militare.

Il terzo punto concerne la revisione strutturale e organizzativa.
Gli effetti non immediati dei provvedimenti sul personale richiedono, da
subito, azioni incisive, sulle quali io stesso e i Capi di stato
maggiore di Forza armata ci stiamo da tempo impegnando, a partire dalla
riduzione non inferiore al 30 per cento delle strutture di comando e
della cosiddetta «sovrastruttura», attuando ogni possibile
concentrazione e razionalizzazione, alla dismissione degli immobili non
più funzionali per le esigenze delle Forze armate.

Questi ultimi provvedimenti dovrebbero produrre, almeno in parte,
non solo risparmi, ma anche guadagni. Alla base della revisione dello
strumento militare vi è la volontà di attuare una riduzione
quantitativa, cercando di perseverare nella massima misura possibile le
capacità operative, cioè principalmente le forze impiegabili e
proiettabili, anch’esse comunque sottoposte a un processo di
rivisitazione e di efficientamento.


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Mi soffermerò su quest’ultimo aspetto in quanto è doveroso
illustrare le linee guida su cui, in concreto, le Forze armate si stanno
muovendo per salvaguardare prioritariamente la componente operativa
dello strumento militare. Ho già fatto cenno ai due aspetti centrali:
l’interoperabilità con i partner internazionali e l’integrazione
interforze. Tuttavia, ritengo opportuno un maggior livello di dettaglio a
beneficio degli onorevoli presenti.

L’interoperabilità può essere considerata la conseguenza sul piano
tecnico di quanto fissato sul piano politico, in termini di assolvimento
di compiti istituzionali delle Forze armate. L’obiettivo che si intende
conseguire attraverso questo disegno di legge-delega è la piena
integrabilità delle Forze armate nazionali con il sistema di difesa di
sicurezza della NATO e dell’Unione europea. Da qui la necessità di poter
operare efficacemente in una dimensione interforze a livello
internazionale e di integrarsi in complessi di forze multinazionali per
la condotta di operazioni. Tale necessità richiede adeguate risorse per
poter disporre di uno strumento militare expeditionary, proiettabile e dotato di una notevole flessibilità di impiego, capace di operare efficacemente come una joint force.

In merito, mi preme evidenziare come al summit NATO di
Chicago, il Presidente del Consiglio dei Ministri, senatore Monti, ha
affermato che tale capacità di integrazione è prodromica a una maggiore
necessaria assunzione di responsabilità dell’Europa nella politica di
sicurezza e difesa, anche nell’ambito dell’Alleanza atlantica. «More Europe for a more and better NATO» è la frase chiave che il Presidente del Consiglio dei ministri ha pronunciato nel suo intervento.

La riduzione quantitativa alla base del processo di revisione dello
strumento militare richiede l’individuazione di un bacino di capacità
strategicamente prioritarie, tali da soddisfare i


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requisiti imprescindibili di proiettabilità, elevato livello
tecnologico, flessibilità, interoperabilità e integrazione interforze.

L’integrazione interforze – o meglio la razionalizzazione interforze
– è un requisito essenziale per mantenere un adeguato livello di
efficienza operativa, rimodulando le capacità esistenti nelle varie
Forze armate secondo criteri di lead service e di integrazione,
volti a eliminare duplicazioni e ridondanze, con una soluzione
equilibrata tra le diverse Forze armate. Tale attività, peraltro già in
corso, viene condotta ad ampio spettro dalla logistica di sostegno al
settore infrastrutturale, scolastico-addestrativo e territoriale.

Vorrei portare qualche esempio in questo senso, citando la
realizzazione di un unico policlinico militare imperniato sul Celio,
«interforzizzando» non solo il paziente, ma anche il personale
sanitario; la creazione di una lead school su base Esercito per
la formazione e la specializzazione di tutto il personale sanitario
delle Forze armate; la ridefinizione strutturale e funzionale dei
dipartimenti militari di medicina legale, prevedendone una progressiva
riduzione numerica sul territorio nazionale, passando da 13 a 7, previa
rimodulazione della loro giurisdizione; l’accentramento della
manutenzione dell’armamento leggero a favore di tutte le Forze armate, a
guida Esercito; infine, la concentrazione in pochi poli (3 a fronte
degli attuali 8) dell’attività di selezione, soprattutto dei volontari
in ferma prefissata annuale destinati a tutte le Forze armate.

Un altro criterio è la riduzione della cosiddetta «sovrastruttura»,
con particolare riferimento agli Stati maggiori e ai comandi. La
revisione e la razionalizzazione di queste strutture passano
dall’ottimizzazione dei flussi relazionali tra


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articolazioni omologhe di ciascuna Forza armata a una diversa
ripartizione delle funzioni tra l’area tecnico-operativa e quella
tecnico-amministrativa.

In pratica, tale snellimento darà luogo anche a una semplificazione
delle strutture di comando e controllo, grazie alla contrazione e
all’eliminazione di alcuni livelli intermedi di comando che conseguirà,
in ultima analisi e come effetto immediato, un più efficace e diretto
flusso comunicativo tra il sottoscritto, responsabile dell’impiego dello
strumento militare, e i Capi di stato maggiore di Forze armate,
responsabili dell’approntamento delle singole componenti, in
particolare, tra il Comando operativo di vertice interforze, di cui mi
avvalgo, e i Comandi operativi di componente.

La salvaguardia delle capacità operative dello strumento militare
impone, comunque, non solo la riduzione, ma anche la ricollocazione del
personale. Questo è un aspetto importante. Il progetto di revisione
delle strutture e delle infrastrutture richiede, infatti, una necessaria
ottimizzazione dell’impiego e della movimentazione del personale che
dovrà essere ridislocato transitando dalle infrastrutture ritenute non
più essenziali a quelle che rimarranno in vita.

In quest’ottica, rientra anche l’obiettivo della concentrazione
delle attività in poche basi, privilegiando quelle a maggiore
ricettività, in migliori condizioni, più vicine ai poligoni e alle aree
addestrative, nonché alle strutture portuali, aeroportuali e
ferroviarie. Si dovrà altresì ridurre al minimo l’attuale dispersione
sul territorio, tenendo pur sempre in conto una certa distribuzione
della presenza militare a livello nazionale, incluso il centro-sud e le
isole maggiori; ciò soprattutto nella considerazione che l’intervento in
caso di pubbliche calamità è uno dei compiti che ci sono assegnati
dalla legge.


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Trasferire il personale ha, tuttavia, dei costi. A tal proposito, è
auspicabile un perfezionamento del testo del disegno di legge di
stabilità attualmente in discussione in modo da consentire alla Difesa
una maggiore flessibilità nella movimentazione del personale, a seguito
della citata riorganizzazione strutturale. Richiamando il concetto di
«limitrofo». riportato in quel testo, faccio presente che possono essere
limitrofe due città a distanza di 150 chilometri, ma possono non essere
limitrofe due città a distanza di 10 chilometri. Questo è un aspetto
che si può agevolmente correggere perché di facile comprensione.

In più, occorre sottolineare che la velocità con la quale si otterrà
la progressiva riduzione quantitativa del personale, con un obiettivo
al 2024, è inferiore a quella che si intende conseguire nei primi sei
anni nella riduzione dei vari assetti organizzativi delle Forze armate.
Pertanto, tale aspetto richiederà ulteriori e specifici approfondimenti
in fase di implementazione per evitare eventuali eccessivi
sovraffollamenti in alcune infrastrutture.

Ora, mi vorrei soffermare brevemente su un tema particolarmente
delicato, quello dei programmi di armamento, su cui il Senato è,
peraltro, intervenuto, modificando il provvedimento in discussione e
rafforzando il ruolo del Parlamento nell’iter di approvazione dei
programmi di ammodernamento dei sistemi d’arma, con ciò recependo le
conclusioni dell’indagine conoscitiva condotta da questa Commissione nel
2010 sulla cosiddetta legge Giacchè (n. 436 del 1988), ora confluita
nel Codice dell’ordinamento militare.

Al di là delle maggiori sinergie tra Governo e Parlamento, che non
potranno che giovare a un ancor più incisivo, consapevole e responsabile
controllo sugli investimenti, voglio ribadire che la Difesa sta
continuando la sua opera di revisione


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in chiave interforze di tutti i programmi in atto perché, a fronte di
una riduzione quantitativa dello strumento militare, è del tutto
evidente che i programmi di acquisizione finalizzati all’ammodernamento e
al rinnovamento delle Forze armate hanno dovuto e dovranno ancora,
negli anni a venire, essere analizzati criticamente, ricercando
soluzioni concrete in grado di conciliare l’esigenza operativa con la
fattibilità tecnica.

In tale ottica, abbiamo già rivisto e stiamo rivedendo tutti i
programmi di acquisizione, sia quelli avviati o in fase di
finalizzazione, sia quelli da avviare. A tal proposito, ricordo che ho
chiesto ai Capi di Forza armata di inviarmi, entro il 30 novembre, nuove
proposte di rimodulazione che avevano costituito la base della mia
proposta del disegno di legge delega al signor Ministro della difesa, in
ragione degli ulteriori tagli sopravvenuti dalla primavera di
quest’anno in poi.

La riduzione del numero dei velivoli JSF (Joint Strike Fighter)
in acquisizione è l’esempio maggiormente conosciuto, ma non certamente
l’unico in quanto stiamo operando a 360 gradi, analizzandolo e valutando
l’attualità delle scelte fatte in tutti i settori (terrestre, navale,
aereo e spaziale). Si tratta, comunque, di una situazione complessiva
che potrà essere definita solo a valle dell’approvazione del disegno di
legge di stabilità.

Mi avvio a concludere, sottolineando che le Forze armate italiane
hanno sempre saputo assecondare nel tempo la politica di rigore del
nostro Paese, con un enorme sforzo per continuare ad assicurare, con la
necessaria efficacia, il contributo dell’Italia alle iniziative per il
perseguimento della sicurezza, della stabilità e della pace nel mondo,
individuate dal Governo e approvate dal Parlamento.

Le Forze armate hanno saputo, quindi, proseguire nel processo di trasformazione avviato sin dagli anni Novanta,


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concentrandosi sulle capacità operative essenziali e riuscendo a fare di
più con molto meno. Tutto quello che i miei predecessori hanno fatto
andava, dunque, nella giusta direzione. Si tratta ora soltanto di
migliorare ciò che è stato fatto sullo strumento militare, riducendone
ulteriormente le dimensioni e mantenendolo tecnologicamente al passo con
i tempi. Questo rinnovamento è urgente. Si deve fare bene e lo faremo
bene. Siatene certi. Peraltro, il processo in atto non è solo un must,
ma una necessità ineludibile, nonché un gesto di affetto e di rispetto
nei confronti di tutti coloro che hanno servito, servono e serviranno lo
Stato in uniforme.

Signor presidente, onorevoli deputati, la frase che ho appena
pronunciato l’ho volutamente inserita in tutti gli interventi che ho
fatto nel tempo presso le accademie e gli istituti di formazione delle
Forze armate – dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica e dell’Arma
dei carabinieri – perché le nostre giovani leve sappiano che,
allorquando lasceranno i banchi di scuola per essere avviati all’impiego
operativo, potranno beneficiare di una struttura più ridotta nelle
dimensioni, ma più funzionale e più efficace.

Abbiamo un patrimonio di uomini e mezzi a disposizione della difesa
del Paese e di tutti i consessi internazionali ai quali l’Italia
aderisce (l’ONU, la NATO e l’Unione europea). La strada è tracciata;
starà solo a noi saperla guardare con fiducia e seguire senza perdere
mai la rotta. Questo è il più bel viatico che noi anziani possiamo e
dobbiamo lasciare ai più giovani, a coloro che, ricevendo il testimone
da chi li ha preceduti, saranno gli eredi delle tradizioni, degli ideali
e degli immortali valori delle Forze armate. Avere delle Forze armate
efficienti ed efficaci deve essere orgoglio per tutti. Lo dobbiamo agli
italiani.


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Ho concluso, signor presidente. Sono a disposizione per le vostre eventuali domande.

PRESIDENTE. Grazie, signor generale. Do ora la parola ai colleghi
che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

ROSA MARIA VILLECCO CALIPARI. Grazie, signor generale, per aver
illustrato il disegno di legge delega in maniera più che esaustiva.
Nonostante abbiamo pochissimo tempo, vorrei porle alcune domande, anche
in relazione a quanto riferito poca fa dai COCER in questa Commissione.

Vi sono alcune difficoltà. Come lei stesso e il Ministro avete
sottolineato, un grande problema è quello dell’armonizzazione tra il
regolamento previdenziale e il disegno di legge di revisione dello
strumento militare. I due provvedimenti non consentono di intraprendere
un percorso univoco, anzi sono profondamente in contraddizione perché
l’uno allunga i tempi, mentre l’altro cerca di far «esodare» il
personale militare. Il regolamento dovrebbe, invece, essere un punto di
premessa per quanto attiene la stessa revisione dello strumento
militare.

Immagino che sia consapevole di questa incoerenza, non risolta
neppure nel Consiglio dei ministri. Il regolamento è stato stilato ed è
al Consiglio di Stato. Il Parlamento non ne ha preso ancora visione.
Abbiamo avuto un’audizione con il Ministro Fornero, che ha fatto capire
chiaramente che su quei parametri è rigidissima, nonostante gli stessi
COCER avessero richiesto un abbassamento previsto dell’età pensionabile.
Si tratta di un problema serio che impatta – letteralmente – con il
disegno di legge di revisione dello strumento militare.

Lei ha anche parlato di integrazione interforze. Concordo pienamente
con lei sul fatto che, quando si discute di efficientamento, si parla,
in sostanza, di riduzione delle spese.


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Là dove si riorganizza e si razionalizza, prima di fare scelte dolorose
che possano toccare la vita di coloro che – come ha più volte richiamato
nella sua relazione – combattono, tengono alta la bandiera e
addirittura alcune volte, purtroppo, perdono la vita nel nome della
nostra Italia, un punto di riduzione della spesa è rappresentato
dall’integrazione interforze.

Allora, le chiedo se nel disegno di legge sia possibile verificare
la fattibilità di un centro interforze di reclutamento unico. Al
momento, infatti, questo non è previsto e si mantengono tre centri di
reclutamento, cosa che comporta un problema di spese a carico dei
giovani che, con grande spirito di amore per il loro Paese, cercano di
entrare nelle Forze armate. Mi fermo qui, per non parlare dei tagli
successivi dei numeri dei posti messi a concorso.

Infine, concludendo, credo che si sia fatto un grande passo in
avanti riguardo alla revisione dello strumento militare con le modifiche
introdotte dal Senato. Di questo ringrazio i colleghi della Commissione
difesa del Senato che, con molta lungimiranza, hanno posto
all’attenzione il tema degli investimenti sui programmi d’arma. Questo
argomento era stato, peraltro, oggetto dell’indagine conoscitiva di
questa Commissione della Camera e del documento conclusivo che avevamo
votato all’unanimità. Quell’esito è stato ora inserito all’interno della
revisione dello strumento.

Tuttavia, vi è ancora un punto che mi lascia perplessa. Rivolgo a
lei la domanda, essendo il Capo di stato maggiore. Lei ha detto –
giustamente – che un punto di rilevanza del disegno di legge è la
stabilità di bilancio. Questo lo capisco. Lo 0,86 è una percentuale
molto bassa. Lei, ovviamente, sa che stiamo facendo riferimento al
bilancio della Difesa, al netto


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degli della parte di investimenti relativa al Ministero dello sviluppo
economico, altrimenti la percentuale è leggermente più elevata.

A ogni modo, quando nel 2007 la Commissione difesa andò a vedere il centro Eurofighter,
ricordo bene che coloro che stavano lì ci dissero che sentivano la
vergogna di essere italiani perché, per tre anni, non si erano pagate le
rate, mentre gli altri Paesi lo avevano fatto. Non vogliamo trovarci in
questa situazione e, quindi, capisco perché lei ci parli di stabilità.

Tuttavia, quando parla di flessibilità della rimodulazione della
spesa, vorrei capire bene quali sono i criteri della delega perché il
Parlamento deve avere ben chiaro che lo spostamento di risorse da una
parte all’altra diventa esclusiva responsabilità di colui che avrà la
guida del Dicastero della difesa. Non parlo solo per ora, ma anche per
il futuro. Siccome una legge non si cambia in sei mesi, lei capisce bene
che questo è un punto di grande rilievo.

AUGUSTO DI STANISLAO. Mi dispiace che non vi sia mai abbastanza
tempo per approfondire, specialmente dopo le utili audizioni di oggi che
sono state oltremodo esaustive. Credo che alcuni aspetti della proposta
di riforma debbano essere nuovamente puntualizzati. Personalmente, più
ascolto e più sono convinto – pur rispettando il punto di vista del
generale Abrate – che questa è sempre di più una proposta immanente che
lavora sul «qui e ora», utilizzando a pretesto la crisi economica e
facendone un alibi per tagliare il personale.

Infatti, ci troviamo con una delega in bianco e con una riforma
ampia e vaga su sistemi d’arma e sull’utilizzo degli immobili, ma
puntuale, diretta, precisa e persino crudele sul personale. Si scaricano
i costi della riforma sul personale, cosa che mal si concilia – me lo
chiarisca meglio il signor generale – con il parlare del personale in
termini di motore, di cuore


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e di mente, quando, come dice il Ministro, siamo in una fase di declino
delle Forze armate. Ecco, penso che in questo modo si uccidano le Forze
armate perché, se c’è il declino e ci dovrebbe essere una riconversione,
questa non può non passare attraverso il patrimonio umano e
professionale.

Dopodiché, signor generale, quando si parla di adeguare lo strumento
nell’ottica del quadro di finanza pubblica, mi chiedo se, qualora non
fosse venuta meno la situazione economico-finanziaria italiana, avreste
messo il dito nella piaga per esprimere la necessità di riconvertire.
Personalmente, sono d’accordo che bisogna riformare lo strumento
militare – ci mancherebbe altro – ma non come lo sta facendo il
Ministro, che è completamente fuori strada. Per questo affermo che si
tratta di una riforma immanente che non può essere fatta a conclusione
di una legislatura, con un Governo agonizzante, e che lascia la
possibilità di emanare i decreti delegati, utilizzando il silenzio
assenso quando si va in campagna elettorale.

Mi chiedo quale prospettiva si possa dare alle nuove generazioni che
vorrebbero accedere al comparto delle Forze armate. Bruciando tutti gli
«esodati», che sono persone con una storia e con delle famiglie dietro,
com’è possibile dare la possibilità ai nuovi che vorrebbero entrare di
poter essere utili? Credo che le Forze armate vadano messe in campo
utilizzando il personale. Non è pensabile – lo dico a chi ne sa molto
più di me, che mi fermo alla parte politica – di usare i videogame
per fare attività militare; dovremmo utilizzare le intelligenze, la
professionalità e le competenze, come sempre abbiamo fatto. Viceversa,
invece di tutelarle e valorizzarle, in questo modo viene messo in campo
uno strumento che blocca completamente questo tipo di opportunità, per
cui, al posto di fare in modo che il nostro modello di difesa diventi un


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esempio in sede europea, torniamo indietro e diventiamo residuali rispetto ad altre nazioni che non stanno facendo tutto ciò.

Allora, vi chiedo come vedete questo dato, non dal punto di vista
dei dirigenti, ma da quello della truppa e con la parte civile, cioè di
coloro che sono a contatto quotidiano con i problemi. Sarebbe
interessante poter sviluppare questi concetti. La sua relazione è stata
oltremodo esaustiva. Mi ha illuminato su diversi aspetti, ma mi dispiace
che non abbiamo la possibilità di poter approfondire ulteriormente.
Vuol dire che me ne farò una ragione; approfondirò personalmente alcune
situazioni e porterò avanti questa mia battaglia all’interno dalla
Commissione per impedire che si possa approvare questo strumento prima
della chiusura legislatura.

Infatti, ritengo che debba essere il prossimo Governo e il prossimo
Parlamento, completamente legittimato e non i tecnici, a poter mettere
mano alla riforma dello strumento militare. In questo momento, bisogna
fermarsi alla fase propositiva, senza andare oltre. Non possono adottare
il provvedimento questo Ministro, questo Governo e questo Parlamento.
Signor presidente, occorre fare dei passi di avvicinamento e di
approfondimento in Commissione fino all’ultimo perché non è pensabile
che sulla testa, sul cuore, sulla storia e sulla prospettiva di vita non
solo personale, ma anche professionale, del comparto si giochi una
partita che spesso è utilizzata per fini non nobili.

FRANCO GIDONI. Farò una sola domanda secca. Vorrei sapere perché la
scelta del modello sia stata calibrata sulle 150.000 unità. Faccio un
piccolo preambolo, per poi attendere la sua risposta, anche dal punto di
vista tecnico.

Ricordo che in Inghilterra è stata fatta la scelta di dotarsi di una National security strategy e a seguito di questo il


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Governo britannico ha reso pubblica la Strategic defense and security review, attraverso la quale anche loro attueranno una riduzione di 17.000 uomini delle loro forze.

In Francia è stato pubblicato un Libro bianco nel 2008, da cui è poi discesa una scelta politica, con la loi de programmation militaire,
che è ben più dura della nostra perché, tra il 2014 e il 2015, le Forze
armate francesi verranno ridotte di 54.000 unità, sebbene con una
scelta diversa perché il 65 per cento di tali unità appartiene
all’amministrazione militare di sostegno e, quindi, i tagli preservano
la parte operativa e penalizzano quella di supporto amministrativo,
anche se la Francia tiene in piedi 40.000 riservisti, più 20.000 per le
gendarmerie.

Anche la Germania ha varato un Libro bianco nel 2006 e poi affidato
un incarico di approfondimento a una Commissione dell’Ufficio federale,
guidata da un colonnello (si badi bene, della riserva, quindi non una
parte direttamente in causa), che ha deciso l’abolizione della leva
obbligatoria a partire dal 2011, tagliando ben più di quello che aveva
stabilito la Commissione. Infatti. Le Forze armate tedesche scendono da
250.000 a 185.000 unità, ma fanno la scelta di tenere 10.000 uomini
proiettabili e riducono i civili di 25.000 unità, scendendo da 75.000 a
50.000.

A monte di tutte queste decisioni degli altri Paesi, vi sono dunque
delle scelte politiche, con approfondimenti, come i libri bianchi, con
una condivisione parlamentare e, alla fine, con degli strumenti. Da qui,
la mia domanda del perché 150.000 unità. Da noi il Parlamento non ha
mai avuto modo di discutere un libro bianco che definisse le linee
strategiche. Per esempio, quelle francesi prevedono conoscenza e
anticipazione, deterrenza, protezione e prevenzione, cioè cinque punti,
con gli uomini che ne conseguono.


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Non vorrei che il ragionamento fosse che, essendo il bilancio della
difesa lo 0,8 percento del PIL, queste sono le unità di personale che
riusciamo a mantenere. Le scelte di questo Paese non possono essere
fatte in questo modo. Se lo strumento militare deve sostenere le
ambizioni di un Paese e le linee strategiche, occorre fare delle scelte
conseguenti. Ricordo che gli inglesi parlano di «sicurezza nazionale»,
mettendo in primo piano questo aspetto, senza fare una discussione di
risorse; difatti, Cameron non taglia il bilancio della difesa del
preventivato 10 o 20 per cento, ma si limita, con un sospiro di
sollievo, all’8 per cento.

Siccome ci siamo lamentati che Tremonti e il Ministero dell’economia
e delle finanze dettavano le linee di qualsiasi Ministero, non vorrei
che stessimo scendendo allo stesso punto. Nella proposta di legge
presentata dal nostro gruppo avevamo fatto un ragionamento sulla base
del fatto che, nel massimo del nostro impiego all’estero, abbiamo
inviato complessivamente 11.000 uomini, per cui, tenendo conto del turnover,
avevamo ipotizzato 30.000 operativi. Dopodiché, abbiamo osato pensare
che un esercito ridotto, in prospettiva, a 100.000 potrebbe essere
sufficiente per queste ambizioni. Oggi che siamo scesi a 4.500-4.700
unità impiegate nelle missioni internazionali, ci chiediamo se i 150.000
sono funzionali ai 4.700 o se sono in stretto rapporto con quanto
decidiamo di spendere del PIL.

PIER FAUSTO RECCHIA. L’intervento del collega Gidoni è quasi una
provocazione. Giustamente, sostiene che dovevamo arrivare a un’eventuale
modifica o riforma del modello a seguito di un ragionamento
complessivo, che teneva in conto il livello di ambizione, gli obiettivi e
quant’altro, esattamente


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come hanno fatto gli altri Paesi, per poi definire il numero dei
militari che serviva per poter raggiungere quel dato livello di
ambizione e ottenere quegli stessi obiettivi.

Ora devo ricordare che all’inizio di questa legislatura il Governo
Berlusconi, quindi il Ministro La Russa, mise in piedi una commissione
di cui non ricordo più il nome perché ne abbiamo iniziato a parlare in
un’audizione che non è mai stata conclusa e dopo non se ne è più saputo
nulla. Poi, il gruppo del Partito democratico presentò una proposta di
legge, di cui sono primo firmatario, per poter istituire una Commissione
bicamerale proprio per aprire un ragionamento a livello parlamentare
sugli obiettivi e i fini che dovevano perseguire le nostre Forze armate,
di cui tuttavia non è mai iniziato l’esame.

Adesso chiediamo al Governo di operare quando non c’è più tempo. È
chiaro che, avendo perso una legislatura senza aprire questa
discussione, ci ritroviamo nelle condizioni in cui il Governo,
mantenendo il livello di ambizione attuale e i medesimi obiettivi, date
queste risorse, si chiede quale strumento possiamo costruire affinché le
nostre capacità operative rimangano intatte, riuscendo a fare i compiti
che ci vengono richiesti dal Parlamento. Questo è il punto. Quindi,
quando il collega Gidoni pone il tema, dico che se siamo finiti a fare
questo ragionamento partendo dalle risorse e non, come dovevamo, dagli
obiettivi è anche un po’ colpa nostra.

GIACOMO CHIAPPORI. Vorrei fare una piccola replica all’onorevole
Recchia. È vero che la colpa è nostra, ma è pur vero che si debbono
istituire delle Commissioni bicamerali per parlare di cose serie. A ogni
modo, in questo momento, i soldi sono quelli di cui si è detto. La
parte difesa – cioè coloro che sanno di cosa stanno parlando, e forse un
po’ meno la politica – decide cosa con questi soldi si può fare o meno.
Non si tratta di spendere il budget definito per poi tagliare e, se non
si


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possono realizzare gli obiettivi prefissati, rimandare indietro la
pallina. Non sappiamo se effettivamente i 150.000 sono giusti; se vanno
bene 140.000 o se il modello giusto è 170.000. Insomma, non va bene
questo tipo di ragionamento.

Altrove chi di dovere ci ha provato e ha dato delle risposte,
andando forse anche oltre la previsione della parte politica. Noi ci
aspettiamo questo. Invece, drammaticamente, poco fa abbiamo avuto modo
di ascoltare il COCER che ci ha confuso le idee. Ci hanno detto che non
serve a niente, che sono tagli inutili, che non è vero che risparmiamo.
Hanno aggiunto, poi, anche altre preoccupazioni come quella che il
Ministro vari i decreti delegati senza che il Parlamento possa più
esprimersi essendo sciolte le Camere. Queste sono domande che diventano
pericolosissime e che ci mettono in condizione di non sapere cosa
decidere. Allora, facciamo quello che c’è da fare; mettiamo in piedi una
delega, ma chiediamo al Ministro di lasciarla esercitare al prossimo
Governo, con un ministro politico.

PRESIDENTE. Vorrei porre delle domande rispetto a quanto è emerso
nell’audizione dei COCER. Innanzitutto, le chiedo se ritiene che, attesa
l’importanza del provvedimento che si può dire epocale – forse più
importante anche di quello che ha professionalizzato le Forze armate –
non sia necessario, nell’attuazione dello stesso, attribuire al COCER un
ruolo equipollente a quello che la legge assegna ad altri comparti
della pubblica amministrazione.

Inoltre, atteso che per qualunque altra grande ristrutturazione
delle Forze armate il periodo è stato assai più lungo, vorrei sapere se
ritiene che un allungamento di due o tre anni nell’attuazione del
disegno di legge di revisione dello strumento possa compromettere, ed
eventualmente in che modo, la revisione stessa.


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Infine, le domando se un ampliamento di circa 10.000 unità – da
150.000 a 160.000 – possa compromettere la revisione dello strumento,
atteso che questa cifra possa permettere, considerando le classi
anagrafiche e i nuovi ingressi, un minore impatto sul personale
attualmente in servizio e su quello che deve essere stabilizzato, e se
non ci si possano essere garanzie più ampie per la stabilizzazione dei
precari che, peraltro, sono i giovani del nuovo modello professionale
che hanno dato anche il contributo più importante in termini di
sacrifici lavorativi rispetto al resto delle Forze armate.

Parlo dei volontari che hanno fatto servizio in Iraq, in Afghanistan
e nel Kosovo che, avendo affrontato il nuovo modello, hanno fatto una
vita assai diversa rispetto a coloro che erano in servizio vent’anni fa.
Costoro, oggi, sembrano essere i più a rischio per il combinato
disposto non solo dello strumento militare, ma anche del blocco del turnover e dell’allungamento della pensione. Infatti, se il turnover
attuale è bloccato rispetto agli esodi che sono previsti dall’attuale
legge previdenziale, proiettato sulla nuova disciplina previdenziale,
significa che ci saranno ancora meno ingressi per un effetto
esponenziale del cumulo delle due riforme, per cui un ampliamento da
150.000 a 160.000 unità potrebbe consentire, in qualche maniera, di
riassorbire questo fenomeno.

Un’ultima considerazione riguarda, in parte, il Ministero della
difesa. Esiste una sperequazione evidente tra i ministeri e le altre
pubbliche amministrazioni tra il numero dei dipendenti e il numero dei
dirigenti, nel senso che negli altri ministeri al numero dei dirigenti
non corrisponde un numero di dipendenti così alto. Non si capisce,
quindi, perché questo eccesso di zelo di fare anche più e in modo
peggiore – se mi consente – della spending review, che aveva già ridotto in maniera significativa i dirigenti.


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Non è un fatto di benefit o di privilegi. In tal modo, tante
persone che si sono arruolate vent’anni fa e che avevano una legittima
aspirazione a divenire dirigenti di un certo livello non potranno
diventarlo più. Questo, quindi, non colpirà coloro che hanno già
raggiunto determinati vertici, bensì un numero di dipendenti che, oltre
ad avere un grave danno materiale, hanno anche un danno morale perché
sembra quasi che i dirigenti del settore difesa valgano meno di quelli
di altri settori della pubblica amministrazione. Insomma, questo
ulteriore taglio previsto dal disegno di legge mi sembra poco coerente
con il sistema della pubblica amministrazione italiana.

Do ora la parola al generale Abrate per la replica.

BIAGIO ABRATE, Capo di stato maggiore della Difesa. Vorrei cercare di rispondere a tutte le domande.

Riguardo al Libro bianco, devo dire che tale documento non lo
scrivono i militari, ma è un atto politico. Ci hanno provato; in qualche
momento è stato chiamato anche di un altro colore, ma è rimasto un
tentativo. Non solo, ma, come ha ricordato l’onorevole Recchia, con il
Ministro La Russa – all’epoca ero capo di gabinetto, quindi conosco bene
la vicenda – i sottosegretari dell’epoca, come l’onorevole Cossiga qui
presente, che saluto, avevano ricevuto compiti particolari e avevano già
individuato l’esigenza di ridurre. Dopodiché, è subentrata questa crisi
economica.

Forse, non sono stato sufficientemente chiaro nella mia esposizione,
ma, volendo rispondere agli onorevoli Gidoni e Chiappori, devo dire che
il metodo di lavoro prevede che si parta dalle esigenze, quindi dai
compiti e dalle funzioni che ci assegna il Parlamento. Se vogliamo,
questo è un Libro bianco, se prendiamo a base la legge n. 331 del 2000,
che fissa i nostri compiti. Da lì, calcoliamo che, per svolgere questi


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compiti, abbiamo bisogno di queste risorse. Questo, però, vale, in
un’ipotetica disponibilità infinita di soldi, là dove basta chiedere per
avere.

Purtroppo, in questo caso, è subentrato un problema molto più
grande. Siamo in presenza di compiti che esistono perché nessuno ha
cambiato la legge n. 331, né mi sentirei di toccarla. Sostanzialmente,
tale legge prevede quattro punti. Innanzitutto, riguarda la difesa del
territorio, che va letta in maniera un po’ più ampia rispetto al passato
perché i confini non sono più dettati dalle Alpi o dal mare, ma possono
essere anche più lontani. Non solo, l’esigenza di poter operare a
fianco delle Forze armate di altri Paesi è una necessità ineludibile. I
miei predecessori hanno saputo fare moltissimo su questo aspetto. Ora si
è trattato di dare un’accelerazione a questo processo di
ristrutturazione e a questo – chiamiamolo con un termine brutto –
«taglio» che era già previsto dal Governo politico precedente,
legittimamente eletto e che aveva già capito che bisognava intervenire.

Prima di continuare, vorrei dire che non bisogna pensare che
vogliamo fare male alle persone. Sono state pronunciate alcune frasi un
po’ pesanti, vorrei dire che capisco, per esempio, l’uso che è stato
fatto del termine «crudele» per toccarmi. Effettivamente, sono toccato
da questo aspetto. Potete immaginare quale sia la nostra preoccupazione.
Tra gli attuali presidenti dei COCER, c’è qualcuno che ha l’incarico di
capo del primo reparto, quindi chi meglio di loro può far sì che i
provvedimenti che andranno probabilmente a toccare le persone siano
assunti con grande senso di responsabilità e con la massima attenzione
per ridurre al minimo queste conseguenze.

Tuttavia, se lo squilibrio attuale è di spesa in termini percentuali, deve essere ridotto. Siccome è sbilanciato verso il


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personale, l’unica soluzione è diminuire le spese per questo settore in un’ottica di stabilità del budget
che l’onorevole Villecco Calipari ha ben ricordato, sostenendo, però,
di non condividere l’elemento della flessibilità e di voler capire
meglio i criteri. Ora, al momento è stato possibile definire che – come
ho detto nel mio intervento – il criterio sarà prevalentemente verso
l’esercizio, che vuol dire l’addestramento del personale, la formazione e
altre questioni che conosciamo bene. Questo è il sistema per
riequilibrare in maniera più veloce questo disavanzo di una parte
rispetto all’altra.

Passando alle altre domande, le 150.000 unità derivano da un conto:
14,1 sono i miliardi dedicati alla funzione difesa quest’anno; lo sono
stati in maniera stabile negli ultimi anni e sono prevedibili anche per
il futuro. Oggi con il 50 per cento di questa cifra, ossia 7 miliardi,
non riusciamo a mantenere lo strumento. È chiaro che è un conto
matematico, al quale seguono tutti i provvedimenti sul personale che
richiedono un maggiore impegno. Questo è il conto tecnico che può
giustificare questa cifra.

Tutti i militari hanno sempre sperato che ci fossero dei libri
bianchi chiari, ma – ripeto – questi sono esercizi politici. La Germania
ha tagliato tante persone, ma ha potuto farlo in maniera molto agevole.
Anche noi abbiamo tagliato da 300.000 a 190.000 in maniera abbastanza
facile quando avevamo la leva perché era semplicissimo, bastava non
chiamare le persone: si faceva un favore a dei giovani e si riduceva con
immediatezza. Invece, non dimentichiamo che adesso abbiamo un sistema
di volontari che è frutto di leggi approvate dal Parlamento.

Su questo, do in parte risposta anche al presidente. Abbiamo un
sistema che prevede il volontario in servizio permanente. Vorrei dire
che siamo l’unico Paese al mondo ad


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avere questo sistema. Altri Paesi hanno una legislazione che consente
loro di tenere in servizio il personale per 13 anni per poi congedarlo.
In questo senso, in prospettiva, potremmo anche pensare di modificare
questo sistema, che – ripeto – è stato votato dal Parlamento. È chiaro,
quindi, che l’elevazione dell’età – cioè il provvedimento del Ministro
Fornero – appesantisce il meccanismo. Personalmente, sono al limite
dell’età (ho compiuto gli anni proprio pochi giorni fa). Tuttavia,
partecipo fino all’ultimo giorno con passione. Peraltro, io sono nato
sergente; non sono nato in Accademia. Ogni tanto, qualcuno si riferisce a
chi nasce ufficiale. Ebbene, io non sono nato ufficiale e non sono
figlio di militare, quindi posso dire con tranquillità che, per chi
lavora con impegno, il nostro sistema consente il transito da una
categoria all’altra, cosa intelligente che possiamo ancora migliorare.

Del resto, questo sta anche scritto nel disegno di legge e sarà
implementato con i decreti legislativi. Altri Paesi hanno potuto operare
con maggiore facilità. La Germania è un esempio in questo senso. Anche i
miei colleghi del Regno Unito o di altri Paesi, come la Francia, hanno
subìto dei tagli e hanno ridotto il personale. Tuttavia, essi hanno una
legislazione più semplice della nostra; per esempio, hanno la
possibilità di avere una pianificazione quinquennale sugli investimenti
che consente di guardare con tranquillità a un orizzonte di cinque anni
di certezze. Noi siamo in una situazione un po’ diversa. Non sono
critiche, ma è un dato di fatto. I programmi di investimento si
sviluppano anche in decenni, quindi abbiamo necessità di avere maggiore
stabilità. Ringrazio, dunque, l’onorevole Villecco Calipari di averlo
ricordato. Inoltre, occorre anche la flessibilità, che chiediamo per
poter accelerare il riequilibrio essenziale per rendere costo-efficace
il sistema.


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Ho detto anche che questo provvedimento serve anche a non
mortificare la gente. Io vado spesso in visita nei teatri operativi e,
parlando con i soldati, mi fa male quando mi dicono che gli scarponi non
funzionano o che la tuta non è perfetta. Questo mi fa male perché
quando ero giovane stavamo in queste condizioni. Chi di voi è mio
coetaneo e ha fatto il servizio militare sa che eravamo in queste
condizioni. Se le tende buone andavano in Libano nel 1982, in Italia
queste ancora non le avevamo. Adesso, i nostri soldati hanno le tende
buone e questo va detto a favore del Parlamento, del Governo e dei miei
predecessori che hanno saputo adeguarsi in questi anni. Siamo passati da
330.000 a 190.000. Se adesso è necessario passare a un numero inferiore
non è certo perché vogliamo accanirci contro il personale.

Riguardo ai centri di reclutamento, già abbiamo definito che
passeranno a tre e poi, in prospettiva, a uno. Questi sono provvedimenti
che non sono inseriti nel disegno di legge, che è una norma di ampio
respiro, ma i Capi di stato maggiore hanno individuato e devono
individuare queste misure entro la fine dell’anno perché se questo
provvedimento – come auspico – sarà approvato, al di là dei sei mesi di
tempo, vorrei avere i decreti legislativi pronti appena possibile;
questo per avere sei mesi di tempo per trattarli e perfezionarli, non
per farli.

Lei, presidente, ha definito questo provvedimento epocale. Riguardo
al ruolo del COCER, un ruolo equipollente non è ancora consentito, ma
credo che il nostro COCER sia comunque un organo assai importante e a
noi vicino. Posso assicurarvi che nessun altro COCER è stato ricevuto e
ha avuto contatti così numerosi e frequenti con il Ministro della difesa
come quello attualmente in carica. Certo, è un momento molto


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particolare, in cui il COCER ha espresso le sue perplessità e il
Ministro ha risposto, appunto, da ministro, dicendo di non poter
realizzare delle misure controtendenza.

Infine, il prolungamento del periodo oltre il 2024 è già insito nel
disegno di legge, con la possibilità, attraverso un decreto del
Presidente del Consiglio dei Ministri, di poter prorogare di anno in
anno. Questo elemento è stato inserito proprio per alleviare le
difficoltà che potranno sorgere. Poi, si vedrà, passo dopo passo, quello
che succederà nell’implementazione della legge.

PRESIDENTE. Ringrazio il generale Abrate del prezioso contributo e dichiaro conclusa l’audizione.
La seduta termina alle 17,20.

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