Convegni

As.So.Di.Pro.: “ Difesa e Sicurezza nella Politica Nazionale e Comunitaria. Il Modello di tutela professionale dei Militari Italiani ”

All’interno del dibattito politico che accompagnava gli eventi di guerra iracheni e la imminente partenza dei nostri soldati per quello scenario con scopi umanitari e di sostegno alle popolazioni liberate dal tiranno, ASSODIPRO svolse nel maggio dello scorso anno, presso la  sede romana del Parlamento Europeo, un importante convegno  avente per oggetto di discussione l’esame della condizione di tutela dei  militari italiani in comparazione con gli omologhi europei.

Una occasione di confronto che non poteva non essere influenzata dagli echi di quei drammatici avvenimenti, dalle riflessioni che al momento era possibile fare in conseguenza delle conoscenze dei dati di fatto e delle informazioni circolanti nonché dalle preoccupazioni di quanti ritenevano che una guerra, ancorché lontana dai nostri confini nazionali e dai propri immediati interessi, è sempre una sconfitta per l’umanità intera.

Nella circostanza, esprimemmo forti preoccupazioni circa la tenuta del Diritto e delle Istituzioni Internazionali, che sentivamo minacciate da ragioni interventistiche non condivise da tante popolazioni e da molti governi; esprimemmo forti preoccupazioni per quanto sentivamo agitarsi nelle nostre coscienze, tormentate dal dubbio sulla opportunità e sulle motivazioni del conflitto e dagli interrogativi relativi ai benefici che esso avrebbe arrecato al popolo iracheno e alle tante ricostruzioni da effettuare.

Quelle nostre preoccupazioni, come i fatti si sono incaricati di dimostrare, erano tutte fondate, serie e per assurdo ancora di drammatica attualità.

Leggevamo nella determinazione dei fautori e degli attori dell’intervento armato in Iraq la miopia, l’insensibilità e l’indifferenza che è propria di chi reagisce in preda al furore perché colpito ignobilmente nella carne, nei suoi beni più cari e nella propria grandezza ritenuta intoccabile; leggevamo in quella sciagurata reazione di guerra l’astiosità di una risposta d’ordine che è data a ristoro del dramma subìto, leggevamo in essa la noncuranza per gli effetti perversi che avrebbe complessivamente  innescato e il venir meno del dovere all’ascolto delle tante nobili, semplici o autorevoli voci che nel mondo si erano levate contro la ineluttabilità dell’evento bellico.

Leggevamo nello strabismo interventistico in Iraq e nelle ragioni che lo alimentavano il venir meno delle priorità da assecondare in tema di sicurezza globale dopo i tragici fatti dell’11 settembre 2001 e il depauperarsi della credibilità delle istituzioni planetarie.

Il terrorismo fondamentalista, i suoi deliranti profeti e i tanti pozzi da cui attinge per alimentare l’odio religioso e le schiere dei tanti disposti all’assurdo sacrificio della  vita, lungi dall’essere debellati come fenomeni sociali o degenerazioni ideologiche e umane, trovano vitalità e nutrimento nei venti di guerra , nelle connessioni di quest’ ultima con la recrudescenza del conflitto in Israele e con i tanti focolai ancora accesi nel mondo.

Ritenere che l’umanità, dopo aver risolto e pacificato ogni conflitto con le armi della democrazia di credibili istituzioni, del negoziato, della diplomazia, della tolleranza, del rispetto delle diversità religiose ed etniche, dell’autodeterminazione dei popoli, possa  riprendere il suo cammino di progresso, non è l’utopia di un mascherato antiamericanismo a prescindere che non ci appartiene; NO! è la consapevolezza che i conflitti per essere prevenuti, debellati, risolti  e pacificati NELLA SOSTANZA debbono tornare ad essere oggetto di attenzione,  di intervento e di governo delle istituzioni globali; è a queste che pensavamo quando dichiaravamo le nostre preoccupazioni per le tante ricostruzioni da effettuare.

Non occorreva una lungimiranza profetica  per comprendere che la ridicolizzata autorevolezza dell’ONU avrebbe rappresentato per reazione a catena un pericolo per la stabilità e la coesione di altre istituzioni e di tanti popoli.

Quando si esce a spintoni dalla condivisione delle regole e delle decisioni istituzionali mondiali, la politica globale entra in sofferenza e con essa tutte le espressioni che in concorso le determinano.

Ovunque volgiamo lo sguardo troviamo tensioni istituzionali e sociali; Governi che cercano prove a dimostrazione di una minaccia che non esisteva e che scaricano sui propri servizi di intelligence la responsabilità della guerra; Governi che tremano in balia dello sdegno sociale che sale a testimonianza di una sfiducia crescente, Governi umiliati dal voto che è disistima e condanna verso ogni strumentale menzogna elettorale.

Consolidate alleanze fra Stati e antiche amicizie di popoli che entrano in crisi in ragione di contrapposte valutazioni sulle motivazioni del conflitto in Iraq; il moderatismo arabo che tace ma che nel silenzio è distacco, condanna e impotenza.

In questo scenario e fra tante macerie, tuttavia va facendosi largo  la consapevolezza di un ripensamento riguardante il recupero della centralità dell’ONU come fatto di garanzia e di governo  della  transizione verso la restituzione al popolo iracheno della  propria sovranità, così come di tutte le operazioni di ricostruzione.

Che è in questa direzione che bisogna andare è un auspicio, una necessità e una grande ragionevole convenienza per il mondo intero.

Entriamo così nel merito del dibattito odierno.

Abbiamo già visto, purtroppo, che le minacce riguardanti la  sicurezza degli Stati e la stabilità dei percorsi di progresso sociale della comunità internazionale, hanno oggi una natura ben diversa da quella che le democrazie occidentali hanno conosciuto e combattuto nel passato. Non esistono più eserciti avversari che incutono timore, né alleanze militari ostili ai sistemi democratici; esiste un nemico nuovo, oscuro, penetrante ovunque con dimostrate capacità di organizzazione, determinato a colpire con spietata crudeltà e con modalità di intervento ritenute inimmaginabili.

Un nemico, il terrorismo, che verso l’occidente democratico si nutre dell’ odio di virulenti fanatismi religiosi, di tensioni etniche e rigurgitanti nazionalismi, di  rendite di posizione tribali e connivenze criminali di ogni genere.

Un nemico, il terrorismo, che opera su un’area del pianeta tanto vasta da indurre tutti a forti timori; nessuno oggi può ritenersi al sicuro dalla sua minaccia così come nessuno può ritenersi estraneo  dall’obbligo del concorso per contrastarlo.

Ed è da  questa consapevolezza che la politica deve ripartire per tornare a fare il proprio lavoro; un lavoro che richiede la massima coesione fra gli Stati, il recupero di una mediata dimensione delle responsabilità soggettive e una strategia di intervento globale che sappia farsi carico di tutti gli aspetti che determinano le tante situazioni di crisi.

Rimettere il corso degli eventi nel suo naturale alveo di sviluppo sta a significare in primo luogo il ripristino della pari dignità nei rapporti fra Stati, che  non è, come è ovvio che sia, una opzione volatile ma un valore da condividere e  da proteggere sempre, a prescindere dalle esigenze e dalle convenienze di circostanza.

Significa tornare ad una concezione comune delle responsabilità mondiali e delle decisioni evitando  raggiri,  prepotenze,  veti  e il non rispetto delle ragioni altrui; è al comune sentire le sorti del mondo che debbono essere affidate le proprie disponibilità, i propri impegni e tutti gli sforzi politici che è necessario fare per determinare nei fatti quella unità di intenti senza la quale ogni ragionevole e utile decisione diventa impossibile.

E’ quindi il tempo dei ripensamenti; è il tempo dei passi indietro rispetto al protagonismo belligerante e della ricerca di condivise solidarietà; è il tempo di ritrovarsi come protagonisti che  alla pari concorrono alla costruzione di certezze e stabilità nel mondo, di vie di sviluppo  per i tanti popoli in sofferenza e  di istituzioni efficaci e credibili, alle quali affidare il compito di governare il futuro della comunità umana.

Il tempo dei ripensamenti e del ritrovarsi, che non è quello delle umiliazioni da infliggere, deve essere quello della saggezza, che torna ad operare per costruire quanto serve all’uomo globalizzato per vivere in pace.

C’è bisogno di un ripensamento sostanziale circa il ruolo centrale che l’Organizzazione delle Nazioni Unite deve assumere nel nuovo contesto globale. Non è tanto sul versante della dotazione strutturale di un suo proprio esercito che bisogna intervenire, quanto su quello del recupero della sua indiscutibile autorità universale.

Autorità che è politica e morale e che proprio in ragione di ciò è, o dovrebbe essere, affidamento, speranza, rispetto.

E’ alla riconferma della centralità istituzionale dell’ONU che bisogna guardare se riflettiamo sul fatto che essa è il solo luogo di incontro  di tutte le Nazioni del mondo, dei loro portati, delle loro esigenze e delle loro speranze; è a questa centralità che debbono essere riconferiti esclusivi poteri negoziali politici, funzioni  militari di intervento e credibilità istituzionale nelle situazioni di crisi, allo scopo di esaltarne l’autorevolezza, l’influenza e il suo carattere di equità universale.

Intorno alla centralità dell’ONU c’è bisogno di altri soggetti che possano concorrere a raddrizzare le sorti del mondo; c’è bisogno della nostra Europa, delle sue istituzioni, e fra l’altro delle sue politiche di Difesa e Sicurezza che stentano ad affermarsi.

Mai come in questo momento storico era stato avvertito il bisogno di una Europa Unita che agisse nelle relazioni del mondo spendendo la propria influenza a scopo di pace o in supplenza di tante impotenze.

Eppure a ben guardare le cose di oggi è nell’interesse delle Nazioni Europee accelerare il passo verso la loro costituzionalizzata unità; è nel loro interesse attrezzarsi unitariamente per contrastare le nuove minacce terroristiche e le  sfide indotte dalle degenerazioni della globalizzazione se si considera il fatto che oggi esse sono teatro di stragi, attentati, attenzioni criminali e parte importante nella produzione della ricchezza mondiale.

C’è bisogno d’Europa, della sua cultura passata per secolari belligeranze e  per il buio della ragione dei regimi dei gulag  e dei campi di sterminio; c’è bisogno d’Europa,  dei suoi valori di civiltà che si immergono nella democrazia e nella sovranità dei popoli; c’è bisogno d’Europa,  della sua unità e di una sua visibile e condivisa linea politica.

Non siamo tuttavia all’anno zero; c’è una vocazione antica, ispirata dall’idea di una grande Europa, unita  nelle Nazioni e nei popoli dalle tante radici comuni, che fra infinite difficoltà continua ad operare.

Sono caduti muri fisici e mentali, inimicizie antiche e tante incomunicabilità; vecchi sistemi entrano in rapporto accogliendo a denominatori comuni i valori della democrazia, dei diritti umani e del progresso economico fondato sulle regole del mercato libero e solidale. L’Europa è oggi un cantiere aperto, che nella sua edificazione include con spirito di amicizia, rispetto e tolleranza vecchi nemici, sudditi satelliti liberatisi e tante diversità, elevandoli a protagonisti del nuovo ordine mondiale.

E’ da questo cantiere, che si ricollega all’ansia e ai bisogni dei popoli continentali, che dobbiamo pretendere per quanto attiene al tema in trattazione l’emanazione di una sollecita legislazione Costituzionale europea, una accelerazione nella definizione delle politiche di Difesa e Sicurezza e dei nuovi assetti funzionali e strutturali degli strumenti militari e di polizia che da queste debbono essere delineati.

E’ a questi lavori che guardiamo con sentito interesse; è da questi lavori che possono e debbono venire risposte in relazione alla emancipazione dei militari e degli appartenenti alle forze di polizia in tema di sviluppo della loro condizione di tutela professionale.

Pur fra ritardi, pregiudizi, diffidenze e interessi nazionalistici che ne hanno limitato le aspettative e lasciato irrisolti alcuni nodi, il Nuovo Trattato Costituzionale per la futura Europa è arrivato in prossimità della sua approvazione; se sarà fonte idonea ad alimentare e governare un nuovo e più ampio contratto sociale, ovvero se sarà all’altezza di assolvere alle funzioni del riconoscimento dei diritti dei cittadini, della organizzazione dei rapporti fra governanti e governati e a quelle relative alle attribuzioni dei diversi poteri nelle loro interazioni reciproche, è al momento un sentito auspicio.

Ciò che al momento possiamo ragionevolmente ritenere è che il Nuovo Trattato rappresenta un passo avanti rispetto alle regole d’insieme che legavano nel passato istituzioni e cittadini comunitari; un passo avanti che va sicuramente  nella direzione giusta.

Fra le novità di rilievo che il nuovo trattato contiene si segnala al titolo secondo la Carta dei Diritti Fondamentali già approvata a Nizza il 7 dicembre 2000.

Incorporata integralmente nel Nuovo Trattato Costituzionale assume visibilità e forza di legge, esplicita la distinzione fra disposizioni recanti diritti e quelle recanti princìpi; chiarisce che i princìpi differiscono dai diritti soggettivi per il fatto che la loro attuazione in sede legislativa ed amministrativa è devoluta alla giurisprudenza della Corte di Giustizia e alla esperienza maturata nei sistemi costituzionali degli Stati membri. I princìpi possono essere disciplinati, i diritti debbono invece essere riconosciuti.

Per quanto ci riguarda riteniamo che le aspirazioni di tutela dei militari a cui guardiamo rientrano appieno nelle previsioni di cui all’art. 12 primo comma della Carta che riconosce ad ogni individuo comunitario il diritto alla libertà di riunione pacifica e alla libertà di associazione a tutti i livelli, segnatamente in campo politico, sindacale e civico; il che implica il diritto di ogni individuo di fondare sindacati insieme con altri e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.

Che le politiche Europee di Difesa e Sicurezza, nella loro interazione e nel loro sviluppo siano oggi una necessità da condividere e che da esse debbano discendere come è ovvio che sia  nuovi strumenti militari e di polizia idonei ad affrontare nello scenario globale le tante emergenze, è persino superfluo ribadirlo.  Che esse possano subire assestamenti in fase di pianificazione e di attuazione a causa dei repentini mutamenti del quadro all’interno del quale sono destinate a produrre effetti è nei fatti, nelle necessità contingenti e purtroppo nella non totale condivisibilità del progetto da parte di tutti gli Stati comunitari.

Stenta a decollare a fianco della unità politico-economica e sociale europea quella di integrazione  strategica delle componenti militari nazionali, che allo stato intervengono nelle situazioni di crisi solo per obiettivi contingenti, guardando nel contempo con distacco agli assetti definitivi  delle costituende forze di intervento europee.

In ragione di ciò si discute se il progetto di integrazione militare dei paesi comunitari debba andare avanti attraverso l’iniziale coinvolgimento dei preveggenti della prima ora, o se invece esso debba frenare il proprio corso in attesa del superamento di tante indecisioni nazionali.

Relativamente alla portata dei nuovi assetti militari europei, alle ricadute che essi avranno sulla condizione d’impiego e  sulle diversità di tutela dei nostri soldati e alle implicazioni che il nuovo Trattato Costituzionale europeo avrà nella ridefinizione dei diritti comunitari, registriamo ancora una volta nella nostra politica nazionale il distacco più completo.

E’ del tutto evidente che, fatte salve alcune opzioni partitiche e modeste attenzioni di riforma dello strumento di rappresentanza dei militari,  nel legislatore nazionale  tarda ad affermarsi una visione di relazione e di integrazione con le scelte europee; cosa dobbiamo dire infatti rispetto alle tante risoluzioni e raccomandazioni delle istituzioni europee lasciate cadere che richiamavano le nostre istituzioni, il nostro legislatore ad un impegno affinché in tempo di pace fossero riconosciuti ai nostri militari i fondamentali diritti associativi e sindacali a tutela della loro condizione professionale?

Cosa possiamo ancora dire rispetto alle inascoltate preoccupazioni europee che segnalavano l’esigenza di unificare le tante diverse condizioni di tutela diventate visibili in virtù dei comuni impegni dei militari europei?

Il respiro europeo comprende che le diversità in materia minano alla radice la motivazione, il sentire comune, la coesione e quindi la stabilità funzionale delle nuove e integrate unità militari europee.

Pensare che i militari italiani non sappiano misurare le diversità dei trattamenti loro riservati in materia di tutela è la miopia di chi non vede che queste rappresentano un pericolo da prevenire alla sorgente, prima che esplichino i propri effetti di frustrazione e di depotenziamento della motivazione.

Pensare che a parità di impegni e di doveri nel futuro assetto di Difesa Europea e nelle missioni internazionali, ai nostri militari possano ancora essere corrisposti diversi trattamenti economici e diseguali condizioni di tutela significa non aver capito che è sulla rimozione di queste diversità che passa la valorizzazione della condizione professionale dei nostri soldati e la competitività dell’offerta del lavoro militare.

Ritenere che a soddisfacimento delle esigenze professionali, morali, materiali e di ampie libertà di tutela dei nostri militari possa essere sufficiente una dichiarazione di gratitudine per quello che fanno, un grazie ragazzi di circostanza, significa non aver capito che la riconoscenza fine a se stessa non rimuove le cause del cronico disagio di questi particolari lavoratori.

Sostenere goffamente che essi nelle missioni esterne sono ben pagati, senza per altro relazionarsi alla specificità della prestazione e alle retribuzioni  che vengono da altri corrisposte  per uguali o analoghi impegni nei teatri di crisi, significa enfatizzare strumentalmente un dato, ritenendolo esaustivo di una giusta compensazione e di una sicura attenzione che, alla prova del peso specifico e della comparazione, risulterebbe modesto a dir poco e comunque ininfluente a colmare i bisogni dei nostri soldati.

Che le preoccupazioni palesemente espresse dalle istituzioni europee, a cui fanno riferimento le nostre riflessioni e le nostre esortazioni, non siano oggetto di ponderata valutazione e di recepimento da parte del nostro legislatore è cosa nota, ed è quanto si ripropone attraverso gli intendimenti che stanno emergendo in tema di riforma delle RR.MM. presso la Commissione Difesa della Camera.

Con una liturgia tanto monotona quanto priva del coraggio di relazionarsi agli scenari europei e alle raccomandazioni delle istituzioni comunitarie, la predetta Commissione sta per licenziare il disegno di legge che intende riformare il modello di tutela dei nostri militari.

Un disegno che non concede nulla al vento nuovo dell’Europa, che non contempla aperture ai diritti associativi e sindacali, che non rimuove la collocazione delle RR.MM. all’interno dell’ordinamento, che non concede ad esse un reale ruolo negoziale para-sindacale, che non porta in dotazione alle medesime i caratteri di una decorosa autonomia gestionale e funzionale, né supporti di studio e legali che ne potrebbero determinare indipendenza, qualità ed efficacia.

Nonostante il lifting, nella sostanza lo strumento di tutela dei militari resta confinato dentro i limiti congeniti della sua legge istitutiva che ne sancì la più completa virtualità.

Si è arrivati a ribadire tanta approssimazione per esplicita volontà del Governo che attraverso i suoi sottosegretari alla Difesa con una operazione di netta chiusura rispetto alle scarse e comunque ininfluenti novità partorite dalla Commissione Difesa, ha riposizionato gli orizzonti di tutela dei militari dentro l’invalicabilità delle attuali rappresentanze di categoria e degli scarsi poteri ad esse conferite.

Che i militari avessero chiesto altro e di più rispetto a quanto per assurdo gli  si intende riconoscere è cosa nota; che essi, i carabinieri in particolare, in relazione agli esiti cui è pervenuta la Commissione Difesa abbiano manifestato netta insoddisfazione ed espresso l’intenzione di assecondare alternative ipotesi di tutela, è questione che dovrebbe far riflettere  quanti si ostinano a non comprendere che la ricomposizione di una soddisfacente armonizzazione dei ruoli, delle funzioni e dei poteri di rappresentanza fra gli organismi dei comparti Difesa e Sicurezza non può passare per le vie della conservazione degli attuali assetti, che come è noto creano forti sperequazioni e risentite rimostranze.

E’ per altri percorsi che le distanze interne ed internazionali in materia di tutela dei militari si accorciano; è per altri percorsi che i bisogni di tutela possono trovare soddisfazione  e la condizione militare utile valorizzazione; è sulla strada di riconosciute libertà associative e sindacali, disciplinate nel loro esercizio allo scopo di salvaguardare le esigenze degli ordinamenti, che la politica deve riportare la sua attività.

E’ alla politica che noi rimettiamo come è ovvio che sia, l’esigenza di nuovi approfondimenti in materia; è la politica che oggi deve tornare a riflettere domandandosi in primo luogo se nelle condizioni attuali i limiti dei diritti di tutela dei militari abbiano ancora un senso e se essi rappresentino ancora il sacrificio da imporre a garanzia della coesione e della neutralità dell’ordinamento militare.

Sappiamo bene che è intorno a queste indimostrabili preoccupazioni che la politica arresta i suoi orizzonti di riforma; così come sappiamo bene da quale vangelo discende questa indimostrabile verità,  e quali sono i  profeti che la narrano.

La sentenza 449/99 della Corte Costituzionale che giustifica le limitazioni di esercizio dei diritti associativi e sindacali dei militari attraverso le motivazioni dette in precedenza oggi, se rapportata ai fatti – questi sì dimostrabili – appare come una fonte di stabilizzazione legislativa del tutto inadeguata e superata.

Chi riteneva che l’esercizio dei diritti di tutela avesse potuto rappresentare un pericolo per la coesione e l’operatività delle FF.AA. provi a misurare queste preoccupazioni con quello che stanno offrendo i nostri soldati a garanzia della pace e della democrazia in tante parti del mondo;  provi a riflettere sui prezzi che sono disposti a  pagare per assecondare gli impegni della Nazione e i bisogni di tante popolazioni.

A fronte di quanto dimostrato si può oggi ritenere che fuori dai confini nazionali i militari siano avveduti operatori che concorrono alla edificazione della democrazia, alla salvaguardia delle istituzioni, al ripristino dei diritti di tante popolazioni e che gli stessi in Patria , qualora dovessero godere dei diritti di tutela a proprio vantaggio, potrebbero diventare un pericolo per le Istituzioni che servono?

Avveduti, capaci e sensibili per i diritti di altri e di altre nazioni, inquietanti e da tenere al freno se fossero liberi di godere dei beni che ad altri hanno garantito e protetto.

E’ un assurdo che non convince nessuno; un assurdo supportato dal pregiudizio, dal catastrofismo e da tanta malcelata ostilità verso i valori veri della democrazia rappresentativa.

Per quanto ci riguarda, per quanto possiamo offrire alla politica per orientarla verso nuovi scenari di attenzione della condizione militare, per la convinzione di rappresentare una esigenza vera, sentita e ampiamente condivisa dalla comunità militare, per la certezza che gli orizzonti di tutela a cui guardiamo rappresentino un bene per le istituzioni, per la democrazia e per la categoria; per tutto ciò oggi, domani e ancora dopo, in perfetta coerenza con la nostra storia, in compagnia delle tante convergenze politiche e sindacali incontrate continueremo a tenere vivo nel paese il dibattito sulla questione trattata; continueremo fino a quando l’albero delle tante ostilità, dei tanti ritardi e delle infinite indecisioni non libererà i frutti delle vere libertà di tutela che anche ai militari debbono appartenere.

Grazie.

AS.SO.DI.PRO.
Il Presidente
Emilio Ammiraglia 

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