Salute

“Già parlavamo dell’Uranio impoverito.., ma quanta disattenzione politica…”

Associazione Solidarietà Diritto e Progresso
Via Savona n. 6 – 00182 ROMA

Documento trasmesso dall’ASSODIPRO nel mese di luglio 2000 alla Commissione Difesa nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla condizione militare

L’A.S.D.P. attraverso le venti sedi sparse su tutto il territorio nazionale ha stabilito, a partire dal 1992, un contatto continuo e diretto con il personale militare di tutte le Forze Armate e dei Corpi dl Polizia ad ordinamento militare.

Al personale che vi si rivolge vengono forniti tutti quei servizi inerenti contenziosi con l’Amministrazione, contenziosi che a partire dall’anno della fondazione dell’Associazione hanno raggiunto la ragguardevole cifra di circa 40.000 (quarantamila) ricorsi ai T.A.R., qualche migliaio di ricorsi al Presidente della Repubblica e qualche centinaio di cause penali sia presso i tribunali militari di competenza che presso i tribunali civili.

Il contenzioso è principalmente dovuto alle astrusità di alcune norme legislative che, specialmente in questi ultimi anni, hanno creato disparità, disuguaglianze, sperequazioni e ingiustizie tra colleghi che, a rigor di logica e di legge, dovrebbero aver diritto ad un trattamento analogo.

AI secondo posto troviamo ricorsi avviati per la corretta applicazione ed interpretazione delle normative vigenti e alle disparità evidenti e stridenti create dalla riforma delle carriere dei sottufficiali che ha profondamente penalizzato e umiliato i sottufficiali del comparto Difesa nei confronti dei colleghi del comparto Sicurezza.

Infine troviamo azioni penali avviate per difendere la dignità del personale nei confronti di prevaricazioni, ingiustizie e tentativi di repressione palesi o striscianti per mettere a tacere chi reclama i propri diritti. Purtroppo, questa situazione ci fa giungere alla conclusione che le RR.MM. sono un istituto ormai logoro e superato, inutile e qualche volta anche dannoso per la tutela del personale militare, anzi spesso serve solo a risolvere i problemi di alcuni che vogliono sistemarsi la carriera o per entrare in contatto con forze politiche con la sola finalità di ottenere favori o candidature nelle varie tornate elettorali.

Siamo entrati in Europa, le Forze Armate hanno subito una trasformazione operativa senza precedenti, ad esse si chiedono professionalità, spirito di sacrificio ed interventi in ogni parte del mondo; il personale viene spostato così come si spostano le pedine di una gigantesca scacchiera senza che nessuno si preoccupi minimamente della centralità dell’uomo, dei suoi bisogni, dei suoi diritti, dei suoi affetti e della sua tranquillità.

Questa situazione fa salire prepotentemente alla ribalta l’estremo e non più procrastinabile bisogno di tutela attraverso l’istituzione del sindacato come già avviene da molti anni nella maggior parte dei paesi aderenti alla Comunità Europea.

La sentenza 449/99 della Corte Costituzionale, pur avendo arrestato il processo di sindacalizzazione dei Comparti Sicurezza e Difesa ha demandato al Parlamento la facoltà di aggiornare spazi e funzioni delle RR.MM..

Da questo ci si aspettava un’iniziativa legislativa che mirasse almeno ad introdurre norme intermedie e transitorie tra l’attuale sistema rappresentativo e un futuro assetto sindacale da introdurre gradualmente all’esterno della struttura militare.

Riteniamo invece che la riforma delle RR.MM. attualmente in discussione al Senato sia addirittura peggiorativa rispetto alle norme attualmente in vigore.

Senza entrare nel merito di questo disegno di legge è doveroso precisare che l’ordinamento giuridico nazionale fino all’avvento della 382/78 art. 8 non prevedeva divieti sindacali per i militari, pertanto la stessa non è da ritenersi conferma di un divieto, ma la madre stessa del divieto che con l’art. 8 ha negato incostituzionalmente la facoltà di esercizio dei diritti sindacali dei militari.

Perché nella 382/78 s’introdusse questo divieto è questione nota a quanti si sporcarono le mani e l’anima con il compromesso con i poteri forti politici e militari, il divieto doveva rappresentare la pietra tombale per la speranza di un’autentica emancipazione democratica del comparto e il monito per l’inviolabilità di un limite che non avrebbe ammesso ulteriori superamenti.

Anche se la nota sentenza n. 449 del 17 dicembre 1999 della Corte Costituzionale conferma i divieti sanciti dall’art. 8 della 382/78, il dibattito intorno alla materia dei diritti di tutela dei militari non può e non deve essere destinato all’estinzione e la stessa sentenza deve essere sottoposta al vaglio di una severa e serena critica con lo scopo di comprenderne meglio il valore, i significati e i limiti operativi che lascia ai tanti militari che non si rassegnano a vivere dell’esistente rappresentato dal superiore istituto delle RR.MM..

Preliminarmente va ricordato che la sentenza della Corte Costituzionale non è una semplice rettifica della precedente ordinanza del Consiglio di Stato, è la totale demolizione di quest’ultima, il capovolgimento generalizzato di una lettura interpretativa della norma costituzionale e una lezione di diritto a senso unico che sembra non ammettere repliche.

Non riteniamo giusto accettare con serenità il fatto che nel merito di un giudizio circa le libertà associative e sindacali due organi come la Corte Costituzionale e il Consiglio di Stato possano pensarla in maniera diametralmente opposta.

Non è possibile che l’interpretazione di una norma possa godere di tanta elasticità da far leggere ad un organismo ciò che l’altro non è in grado di individuare. Tale distanza è inaccettabile e se tutto ciò può accadere è lecito ritenere che da qualche parte si sia deciso con leggerezza e disinvoltura e dall’altra con scrupolo e severità.

Il Consiglio di Stato allo scopo di rimuovere i divieti ha fatto leva sugli articoli 3, 39 e 52 terzo comma della Costituzione, chiari erano quindi i suoi intendimenti.

La Repubblica deve garantire al militari, in quanto cittadini, pari dignità sociale, deve rimuovere tutti gli ostacoli che Impediscono agli stessi il pieno sviluppo della propria personalità e l’effettiva partecipazione all’organizzazione politica ed economica del paese.

Vale la pena rammentare che l’articolo 3 è ritenuto dagli esperti “il cuore della Costituzione e la chiave essenziale di lettura in quanto il principio dl uguaglianza sostanziale rappresenta una delle norme-parametro più invocate nei giudizi di costituzionalità davanti alla Corte Costituzionale”.

Gli articoli 39 (l’organizzazione sindacale è libera) e 52, terzo comma (l’ordinamento delle FF.AA. si informa allo spirito democratico della Repubblica) usati in combinazione servivano ad irrobustire le ragioni per il superamento dell’art. 8 della 382/78.

Sostenere Il fatto che attraverso l’introduzione dell’associazionismo sindacale nelle FF.AA. possano venir meno i principi della gerarchia e della disciplina ritenuti i pilastri sul quali si regge tutto l’ordinamento militare è un’affermazione destituita di fondamento in quanto tali valori sono garantiti da leggi e regolamenti che non possono essere certo cancellati dalla costituzione del sindacato.

Dal nostro osservatorio privilegiato che ci dà la possibilità di contattare senza remore e vincoli di qualsiasi genere il personale militare di ogni grado in servizio o in quiescenza, riusciamo ad avere una visione completa e continua dello stato del personale delle FF.AA. e relazionare a questa Onorevole Commissione con cognizione di causa che ci deriva anche dall’esperienza fatta in passato da moltissimi associati nei massimi livelli delle RR.MM..

La Rappresentanza Militare è, nei fatti, ormai giunta al capolinea poiché non ci risulta che abbia potuto tutelare o che stia tutelando o potrà tutelare come si conviene quei colleghi impegnati nella missione di pace nel Kosovo che sono stati esposti agli effetti della contaminazione radioattiva dei proiettili all’uranio impoverito sparati dagli Al O americani durante il conflitto con la Serbia.

Per non parlare dell’effetto diossina scatenato dagli incendi dei depositi di carburante e di sostanze chimiche di cui non si è nemmeno avuto qualche accenno, dimenticando incoscientemente quanto è accaduto a Seveso nel 1976. Questi colleghi, dopo ben sei mesi dall’inizio delle operazioni in Kosovo, sono stati dotati di un manuale di quindici pagine dal titolo inequivocabile: “Uranio impoverito. -Informazioni ed istruzioni”.

Altrettanto chiari ed inequivocabili risultano essere i capitoli che riguardano il perché della pericolosità, chi lo ha usato e come ci si deve comportare per evitare gli effetti della contaminazione radioattiva.

Il manuale è stampato su carta intestata del nucleo NBC ed è diffuso dalla Mnb-West (Multinational Brigade-Wesf), che risulta essere il Comando Militare Italiano che con spagnoli, portoghesi, e argentini opera nel Kosovo occidentale.

Il tenente colonnello Osvaldo Bizzarri che firma l’opuscolo ne raccomanda la diffusione a tutti i livelli tra i reparti che formano Mnb-West.

Questo opuscolo potrebbe sembrare a tutti gli effetti un meritorio gesto di cautela a scopo preventivo, ma purtroppo è datato PEC 22 novembre 1999.

Una prevenzione scattata con ben sei mesi di ritardo e se qualche organo di stampa ne ha chiesto le ragioni è stato immediatamente zittito e per minimizzare l’accaduto, questo tipo di radiazioni è stato assimilato all’inquinamento emesso dai veicoli che circolano nelle nostre città.

Con pervicace coerenza non è stato predisposto neanche un piano di monitoraggio nel tempo su tutti i reduci di questa missione, dimenticando con altrettanta pervicace incoscienza che i soldati americani che hanno preso parte alle operazioni terrestri della guerra del Golfo nel 1990 solo da qualche anno ne stanno pagando le drammatiche conseguenze.

Infatti accusano, a causa dell’esposizione a questo tipo di radiazioni, indebolimento del sistema immunitario, leucemie, tumori ed infezioni herpes roster, mentre nelle donne soldato in gravidanza si stanno riscontrando conseguenze sui feti sotto forma di malformazioni congenite.

Delle stesse gravissime patologie risulta affetta la popolazione civile irakena.

Mentre riviste scientifiche Internazionali come THE NEW SCIENTIST, che risulta essere molto attendibile nel settore, sostiene che ognuno dei 40 caccia A10 impiegati in questa guerra ha scaricato sulla Serbia 234 Kg di uranio impoverito al minuto e che l’uranio 238 contenuto nel proiettili emette particelle nocive piccolissime da 6 micron ed è possibile che la loro inalazione provochi conseguenze gravissime per la salute, da parte dell’apparato militare si tace o peggio ancora si tende a minimizzare.

Allora dobbiamo chiederci, se non esiste nessun pericolo non sembra perlomeno incoerente e pericoloso suscitare dubbi e allarmismi inutili con la pubblicazione del manuale?

E se a tutto questo aggiungiamo le morti sospette di colleghi che hanno operato per decenni in siti o mezzi navali militari rivestiti d’amianto e l’uso di emoderivati infetti negli Ospedali Militari, episodi ignorati dalla stampa nonostante l’inchiesta pubblicata sul Nuovo Giornale dei Militari, il quadro che si delinea è assolutamente desolante ed altrettanto preoccupante.

In tutte queste vicende, che riteniamo gravissime per la tutela della salute come diritto costituzionale, il personale militare non ha avvertito il benché minimo e tempestivo interessamento delle R.M..

Se si riflette con obiettività e senso di responsabilità si deve considerare che la richiesta di costituire il sindacato nelle FFAA. e nel Corpi di Polizia ad ordinamento militare è giusta, legittima e ormai non più prorogabile per permetterci di uscire dal meccanismo perverso in cui è stata volutamente collocata la R.M. come organo meramente consultivo, che non a caso è parte integrante dell’ordinamento militare e proprio a causa di questa anomala collocazione non potrà mai adempiere appieno al compito primario della tutela del personale.

Per non farci pervenire alla costituzione del sindacato i vertici militari e politici hanno sfruttato a dovere la vicenda Pappalardo quando, nella veste di presidente del Cocer CC., minacciava azioni eclatanti per il risibile aumento di 18.000 lire previste, a suo dire, dai contratto.

Infatti l’impatto che questa indegna gazzarra, amplificata a dovere dai mass-media, ha avuto sull’opinione pubblica è stato: o che le FFAA. hanno già il suindicato oppure se non lo hanno chissà quali piazzate faranno quando potranno costituirlo!!! La verità è che il sindacato non avrebbe mai offerto uno spettacolo così indecoroso perché, al contrario delle RR.MM., i gruppi dirigenti sindacali hanno responsabilità politiche ben definite con precisi punti di riferimento certi ed individuabili, hanno responsabilità morali verso gli iscritti e, soprattutto non hanno nessun bisogno di azioni scomposte ed eclatanti per salire alla ribalta del circuito mediatico per qualche giorno.

Sembra che il Col. Pappalardo abbia fatto dei proseliti perché ogni tanto ci giungono notizie che qualche delegato dei Cocer voglia organizzare azioni di protesta per risolvere qualche situazione normativa o Contrattuale.

Il caso vuole che questi personaggi pervasi dal fuoco sacro dell’equità e della giustizia sociale non sono affatto interessati o sono addirittura contrari all’introduzione del sindacato nelle FF.AA..

Allora, paradossalmente, possiamo tranquillamente affermare per rispondere a chi ha rispolverato per l’occasione la stessa terminologia usata più di venti anni fa per non dar vita alle RR.MM., che sono più pericolosi e rischiano di minare compattezza, disciplina e immagine” gli organismi interni alle Forze Armate delle strutture sindacali organizzate all’esterno. Sta per concretizzarsi, dopo anni d’attesa, la presenza delle donne nelle Forze Armate e non possiamo correre il rischio di far diventare questa presenza funzionale solo ad accreditare presso l’opinione pubblica un’immagine delle FF.AA. più moderna, all’altezza del tempi e più accattivante per presentare quella del militare come una professione qualsiasi e appetibile ma senza quella specificità e peculiarità che da sempre la contraddistingue.

Strumentale e pericoloso può diventare questo aspetto delle pari opportunità e della democrazia se la parità che riconosciuta alle donne è di avere la possibilità di non essere tutelate così come accade per gli appartenenti all’altro sesso.

Anche questa importante riforma senza l’introduzione di strumenti di reale democrazia è da considerarsi solo un’operazione di facciata che potrà servire a qualcuno per nascondere e coprire tutto ciò che in realtà non funziona.

La nostra richiesta, come si può evincere, è suffragata dai fatti e dai numeri che hanno, progressivamente, fatto diventare la nostra Associazione una struttura molto simile al patronato delle organizzazioni sindacali, utile se non indispensabile a tutelare, purtroppo, solo una parte dei diritti conculcati.

È fin troppo chiaro che la nostra Associazione non sarebbe mai nata nè continuerebbe ad esistere se le RR.MM. potessero svolgere quei compiti per i quali molti di noi hanno lottato riponendo nella sua costituzione aspettative e speranze che sono naufragate miseramente.

Alla luce dell’attuale situazione si può facilmente capire che chiedere la costituzione dei sindacato non è una richiesta sovversiva e nè una richiesta fuori dalla storia, ma più semplicemente un’esigenza vitale e democratica che ci consentirà di allinearci con quei paesi della Comunità Europea che hanno già introdotto il sindacato nelle loro Forze Armate da parecchi decenni (Germania, Belgio ecc.) o addirittura da quasi un secolo (Olanda. Austria e paesi Scandinavi) senza incorrere nel caos operativo, in catastrofi disciplinari e attentati alla coesione paventate dalle gerarchie militari e da gran parte della classe politica del nostro Paese.

Non possiamo nemmeno sottacere che la Convenzione n. 151 dell’ILO (lntemational Labour Office) risalente al lontano giugno 1978 prevede la costituzione dei sindacato nelle FF.AA. e che al pari degli altri lavoratori i pubblici dipendenti dovranno godere dei diritti civili e politici che sono essenziali per il normale esercizio della libertà sindacale, con la sola riserva degli obblighi Imposti dal loro status e dalla natura delle funzioni da essi esercitate.

Riserva che per il militare sta a significare il fatto che l’esercizio dei diritti deve sempre misurarsi con la sua specificità (status) e con le sue prerogative professionali (funzioni); è fruitore dei citati diritti ma può esercitarli solo in condizioni regolamentate.

È anche per questo motivo che I’EUROFEDOP (organizzazione europea dei sindacati P.I.) ha chiamato in causa il Consiglio d’Europa in ordine alla violazione perpetrata dallo Stato italiano nei confronti del diritto di associazione sindacale che la Carta Sociale Europea, recepita nell’ordinamento italiano, riconosce anche per gli appartenenti alle FF.AA.. L’EUROMIL (organizzazione Europea dei sindacati e associazioni militari che può contare su circa 500.000 aderenti) a cui recentemente ci siamo affiliati, sta lavorando per affermare le nostre ragioni in seno alle massime Istituzioni europee.

La nostra situazione è da considerarsi, usando un eufemismo, abbastanza anomala perché mentre nel nostro paese facciamo fatica a far ascoltare le nostre ragioni, in Europa godiamo di considerazione e rispetto al punto che più di qualche organizzazione sta cercando di perorare la nostra causa.

Forse perché questa situazione, in occasione di missioni all’estero che coinvolgono Forze Armate aderenti alla Comunità Europea già sindacalizzate, ci fa spesso apparire come dei parenti poveri senza diritti e senza tutela.

Il sindacato si dovrà costituire non solo perché è diventata una necessità del personale militare, ma anche per rendere un servizio al nostro Paese che così sarà in grado di fare un altro passo verso quella democrazia compiuta che tutti, a parole, dicono di voler realizzare.

A cura dell’esecutivo nazionale
dell’Associazione Solidarietà Diritto e Progresso

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