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MILITARI: LIBERTA’ SINDACALI IN CAMICIA DI FORZA

ASSOCIAZIONE SOLIDARIETA’ DIRITTO E PROGRESSO

Venerdì 5 c.m. il quotidiano “La Repubblica” nella pagina riservata alle lettere pubblica, unitamente ad altre, una nota dell’on.  Elvio Ruffino (Capogruppo D.S. in Commissione Difesa della Camera dei Deputati) dal titolo sorprendentemente accattivante “Libertà sindacale per i militari”.
Ho consumato la lettura della nota nella recondita speranza di trovare un riscontro solenne e definitivo a favore dei diritti sindacali dei militari; mi sono lasciato trascinare dalle argomentazioni dell’estensore della nota con l’illusione di constatare un radicale cambio di posizione politica in materia da parte dei post-comunisti e dintorni  neo-riformisti.

In questo groviglio di attese pensavo fosse giunto il momento di godere la soddisfazione morale che è concessa a quanti sanno vivere le vicende politiche nella consapevolezza che le buone ragioni che alimentano  una giusta causa presto o tardi  aprono sempre una breccia nel muro delle incomprensioni, della indifferenza, delle ostilità.
Pensavo che tanti anni di impegno di diverse generazioni di militari democratici e garantisti avessero sortito l’effetto di sanare una frattura fra il riformismo chiacchierato e quello praticato; pensavo infine con una ingenuità che non mi sarà mai in difetto che la politica fosse ancora capace di compiere il proprio lavoro, che è quello semplice e antico di ” interpretare in positivo con atti legislativi le aspettative di cambiamento che si agitano dentro il ventre della società”.

La sorpresa……. è durata  giusto il tempo che impiega un fax per riprodurre un testo di legge di 10 articoli e quello per l’analisi di merito e le riflessioni sui tanti  inevitabili perché?

Dopo di ciò………. “per bene che vada siamo in presenza di un malcelato tentativo manipolatorio di atti, fatti e storia per non cambiare nulla nella sostanza”.

Prima di entrare nel merito della proposta di legge dell’on. Ruffino è sicuramente utile fare alcune precisazioni circa le inesattezze contenute nella nota richiamata in premessa e in riferimento ad alcune persuasive argomentazioni dallo stesso usate a suffragio di una inversione di rotta (apparente) verso le libertà sindacali dei militari.

L’ordinamento giuridico nazionale fino all’avvento della Legge 382/78,  art. 8, non prevedeva divieti sindacali per i militari, pertanto la stessa legge non può ritenersi confermativa di un divieto, ma  LA MADRE STESSA DEL DIVIETO; è l’art. 8 che ha negato incostituzionalmente la facoltà di esercizio dei diritti sindacali dei militari. Perché nella 382/78 si introdusse quel papocchio è questione nota a quanti si sporcarono le mani e l’anima con il compromesso politico da dietrobottega con i poteri forti politici e militari; quel divieto doveva rappresentare la pietra tombale per la speranza di autentica emancipazione democratica del comparto e il monito per l’inviolabilità di un limite che non avrebbe ammesso ulteriori superamenti.

Affermare che “tutte le forze parlamentari” fino ad oggi hanno dimostrato di ritenere alternative la militarità e la sindacalizzazione è quanto di più ingeneroso si possa dichiarare sia  rispetto ad una puntuale ricostruzione storica dei fatti (racchiusa negli atti parlamentari di Camera e Senato)  che nei confronti di chi non votò la 382/78 (PSI) proprio in ragione dell’art. 8 e della insufficienza di tutela insita negli istituendi organismi di rappresentanza definiti “delle mele e delle pere” (Falco Accame). Posizione preveggente che il tempo ha rivelato giusta alla luce delle esperienze maturate sul campo.

La smilitarizzazione e sindacalizzazione della Polizia di Stato è questione successiva ai fermenti democratici delle Forze Armate; la ragione che portò alla smilitarizzazione non risiede però nella necessità, che pure esisteva, di dotare il personale di polizia di un democratico strumento di tutela ma semplicemente nella consapevolezza politica che un corpo di polizia riformato in senso “civilistico” o demilitarizzato meglio avrebbe garantito la società e meglio avrebbe potuto rispondere ai suoi compiti di istituto; si sarebbe permeato più facilmente e più velocemente di nuovi e sicuri caratteri democratici che avrebbero consentito il superamento di una posizione da corpo separato dello Stato; fra questi caratteri il sindacato (con i limiti discutibilissimi che si imposero) quale presidio di democrazia e laboratorio di crescita umana, sociale e istituzionale.

Della smilitarizzazione delle Forze Armate come anticamera per l’esercizio dei diritti sindacali, così come dell’ipotetico diritto di sciopero non vi è traccia in nessuno degli atti delle otto assemblee nazionali del Movimento Democratico dei Sottufficiali, né mai le forze politiche dell’epoca dovettero occuparsi di dirimere tale incombenza, ciò semplicemente perché essa non esisteva.
Rispetto alle ragioni addotte dall’on.  Ruffino circa la necessità di superamento di ogni cautela legislativa per edificare anche nel comparto militare la piena applicazione del dettato costituzionale non possiamo che convenire coerentemente con quanto da sempre affermato e con quanto abbiamo fatto attraverso azioni concrete.

I richiami alle risoluzioni del Parlamento Europeo e alla sua legislazione in materia di diritti sindacali dei militari sono sempre stati argomenti forti ai quali abbiamo affidato il compito di svegliare la politica nazionale; i combinati disposti degli artt. 2, 3, 18, 39, 52 della nostra Carta Costituzionale hanno sempre rappresentato quelle fonti di produzione del diritto inviolabili e regolatrici che mai nessuna legge ordinaria avrebbe potuto offendere in ragione della loro preminenza giuridica.

Da questi presupposti è nato il contenzioso che ha originato la ormai nota ordinanza del Consiglio di Stato del giugno ’98; un atto che non è figlio del caso ma il risultato di una ostinata, giusta e legittima ricerca di giustizia per quanti oggi si riconoscono nelle associazioni Solidarietà Diritto e Progresso e Unarma.
Se oggi una pagina nuova di questa assurda storia è stata scritta, se altre pagine potranno ancora essere riempite di verità, giustizia ed equità, ciò è dovuto non al protagonismo della politica che olimpionicamente ha rivolto lo sguardo altrove, ma al senso dello stato di diritto, alla coscienza democratica e garantista di tanti uomini semplici ed umili, a volte rozzi che non si sono mai rassegnati a vivere nella minorazione, profondendo ogni energia per cambiare e rinnovare, se stessi e le Forze Armate.

Se a queste convinzioni e a questi riconoscimenti potrà oggi arrivare anche la politica  evidentemente ……… non abbiamo parlato a vuoto né a vanvera.

E veniamo alla proposta di legge dell’on. Ruffino.
Presentata sotto l’incombente pronunciamento della Corte Costituzionale che, giova ricordare,  è stata convocata per il 23/11 prossimo in seduta pubblica per affrontare il giudizio di merito riferito alla presunta incostituzionalità dell’ art. 8 della 382/78, autorizza il sospetto di un’azione volta a riposizionare il partito verso quelle che verosimilmente saranno le decisioni della Consulta. Poiché appare difficile ritenere che la Corte non dichiari manifestamente incostituzionale l’art. 8 e i divieti sindacali che da questo promanano meglio è il disporsi a favore del vento garantista del giudice supremo.

E con i poteri forti, quelli militari, burocratici, politici, quelli con i quali bisogna poi misurarsi nella difficile e rassicurante azione politica e di governo come la mettiamo?

Dalla necessità di contemperare queste due esigenze la proposta di legge in esame che ……… partorita evidentemente troppo in fretta possiede il difetto dell’incoerenza rispetto ai sostanziali diritti che si vorrebbero riconoscere e il vizio dell’ingerenza rispetto a funzioni e prerogative che appartengono completamente alla sfera decisionale delle costituende associazioni sindacali o eventualmente alle organizzazioni sindacali già costituite a cui liberamente ognuno potrà aderire.
Norme  contenute in 10 articoli intempestive, incoerenti, ingerenti: esaminiamone i perché.

Intempestive, perché a nessuno è dato di sapere quale sarà il compito che il giudice delle leggi (Corte Costituzionale) affiderà al legislatore una volta dichiarato incostituzionale l’art. 8; per quanto mi riguarda da tempo vado sostenendo che la Corte richiamerà il Parlamento a legiferare intorno ai confini di esercizio  dei diritti sindacali dei militari relativamente ed esclusivamente alle materie oggetto di attività sindacale e alle modalità di svolgimento dell’azione medesima nelle caserme.
Ciò in ragione del fatto che la esigenza di una efficace tutela  del personale non potrà sconfinare in ambiti decisionali propri dell’apparato politico-militare e che essa dovrà svolgersi secondo criteri che tengono conto delle preminenti esigenze della Pubblica Amministrazione.

Incoerenti, perché se da un lato si sbandiera la volontà di concretizzare il pieno riconoscimento delle libertà sindacali, dall’altro si decapita tale libertà privando le costituende associazioni sindacali o i sindacati già costituiti della più importante ed evidente funzione che è quella della contrattazione, e i singoli militari di aderire ad un sindacato già costituito. In sintesi le costituende associazioni sindacali non sarebbero altro che laboratori di studio per proposte la cui concretizzazione ad altri sarebbe affidata (COCER – COBAR).

Ingerenti, perché i modelli organizzativi e i compiti di rappresentanza a  tutti i livelli, nella contrattazione in particolare, sono aspetti specifici che attengono alla autonoma potestà e alla azione delle organizzazioni sindacali.

Per concludere una riflessione circa il convegno di Alleanza Nazionale  del 20 ottobre scorso riguardante il tema in esame.

L’on. Gasparri nel dichiarare la sua contrarietà alla sindacalizzazione dei militari e comunque la volontà di AN di rispettare le decisioni della Corte Costituzionale (ci mancherebbe altro!), si augura che “”nel pluralismo emergano posizioni sindacali favorevoli al Polo””.

Anche l’on. Gasparri ha capito bene verso quale parte soffia il vento; non è difficile prevedere che il suo augurio si trasformi nel metallo prezioso del consenso per una rappresentanza politica e sindacale del Polo grazie all’insipienza  di tanti riformisti imbambolati che hanno smarrito la bussola dei propri valori di riferimento.

Emilio Ammiraglia
Presidente As.So.Di.Pro.
Sezione Marche 

12/11/1999

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