Difesa

Seguito dell'audizione del Ministro della difesa sulle linee di indirizzo per la revisione dello strumento militare.

Atto a cui si riferisce:

Seguito dell’audizione del Ministro della difesa sulle linee di indirizzo per la revisione dello strumento militare.


PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca, ai sensi dell’articolo 143, comma 2, del Regolamento, il seguito dell’audizione del Ministro della difesa sulle linee di indirizzo per la revisione dello strumento militare.
Porgo, quindi, il benvenuto al presidente della 4a Commissione del Senato, senatore Cantoni, e ai senatori presenti, e formulo altresì un sentito ringraziamento al Ministro Di Paola, che nuovamente oggi ci dimostra la sua disponibilità partecipando al seguito dell’audizione iniziata il 15 febbraio scorso.
Ricordo che nella scorsa seduta si erano iscritti a parlare alcuni colleghi che, per motivi di tempo, non avevano potuto svolgere i propri interventi. Ulteriori iscrizioni a parlare dovranno pervenire alla presidenza entro i prossimi dieci minuti.
Al fine di consentire un adeguato svolgimento dei nostri lavori, analogamente a quanto avvenuto nella precedente seduta, sarebbe auspicabile che gli interventi fossero contenuti in tempo non superiore ai tre minuti, così da lasciare al Ministro la possibilità di replicare.
Do, quindi, la parola ai colleghi che ne avevano già fatto richiesta.

ETTORE ROSATO. Ringrazio il signor ministro e il sottosegretario Magri per essere con noi.
Signor ministro, lei ha detto nella sua audizione di quindici giorni fa delle cose sagge e condivisibili, a iniziare dal preciso quadro internazionale in cui si colloca il nostro Paese. Su queste cose, che condividiamo, la invitiamo ad andare avanti con il suo lavoro.
Puntualizzerei, a questo punto, alcune questioni, chiedendole chiarimenti sia in relazione a quanto da lei esposto nella precedente occasione, sia in relazione a quanto abbiamo sentito nelle audizioni svolte nelle settimane precedenti.
La prima questione riguarda così sgomberiamo il campo gli aerei F35. Lei ha fatto riferimento, nella sua relazione molto chiara, alla volontà del Governo di ridurre gli acquisti previsti da 131 a 90 apparecchi, destinati a sostituire 160 aeromobili che rappresentano la nostra flotta. Il generale De Bertolis, nell’audizione svolta presso di noi, ha invece riferito che andrebbero sostituiti 250 aeromobili.
Vorremmo un chiarimento su questo anche in relazione al programma Eurofighter per capire esattamente come si sposano le due cose e se è sua intenzione proseguire con le acquisizioni che erano state programmate. Penso che non debba farsene una bandiera ideologica. Bisogna però capire esattamente lei lo ha illustrato qual è l’intenzione del Governo.
Aggiungo un’informazione di cui lei avrà di certo notizia in maniera più dettagliata. Mi riferisco alla supposta intenzione del Governo giapponese di recedere dal programma di acquisto degli F35 non essendo chiaro il prezzo e per questo avrebbero in mente una revisione del loro piano di acquisto. I giapponesi non hanno chiaro il prezzo: noi l’abbiamo? Può fornirci su questo qualche elemento di garanzie in più?
Un’ultima vicenda legata a questo discorso i miei colleghi sono stati a Cameri stamattina riguarda una sollecitazione che avevo già posto anche al generale De Bertolis: non vorrei che il Ministero della difesa assumesse il ruolo dell’IRI. Il Ministero della difesa deve essere l’acquirente degli aeroplani, non chi costruisce l’aeroplano. Sono ruoli completamente diversi, che vanno distinti in maniera netta.
Io non ho percepito questa distinzione netta. Può darsi che sia una mia mancanza, ma la fabbrica degli aeroplani non può essere, nella mia logica, un asset del Ministero della difesa. Il Ministero deve acquistarli, controllare che l’acquisto sia congruo e fare tutto ciò che spetta a un committente, così come questo sì compete allo Stato verificare le reali ricadute industriali che derivino dal programma, che non si possono certo ridurre a quelle derivanti dall’assemblaggio. Non abbiamo, infatti, avuto sufficienti chiarimenti rispetto alle ricadute industriali.
Passo alla seconda questione, ossia quella dei sistemi d’arma. Quando è venuto in audizione ci ha chiesto di assumerci le nostre responsabilità, proprio in questa sala e anche su mia sollecitazione: vorremo assumerci queste responsabilità, signor ministro, però abbiamo bisogno che qualcuno ci dica quali sono i sistemi d’arma su cui il Governo intende andare avanti e quali, invece, quelli su cui intende rallentare i piani di investimento.
Ho letto in una sua recente intervista che è in atto una ricognizione da parte del Ministero della difesa. Quando finirà questa ricognizione? Penso che sia giusto dare un’informativa ampia sulla questione, così come anche sapere a cosa servono i 1.472 milioni di euro che sono a bilancio del 2012. Ritengo che lei stia dando un taglio molto preciso su questo, ma forse abbiamo bisogno di qualche chiarimento in più.
La terza questione riguarda il tema della riduzione del personale, che ritengo sia un’esigenza indifferibile ce lo ha spiegato bene e non ci torno più che tutti hanno interesse ad affrontare con attenzione e rispetto per chi ha servito lo Stato e lo sta servendo.
Devo dire, però, che le soluzioni proposte mi sembrano veramente da integrare, come peraltro ha riconosciuto anche lei. Forse bisogna insistere su una mobilità nella pubblica amministrazione che sia anche incentivata economicamente, consentendo a chi va da un’altra parte di guadagnare di più. È necessario, però, che questa mobilità ci sia effettivamente.
Penso che su questo serva un passo più forte, anche perché il nostro miglior asset delle Forze armate italiane è rappresentato dalla truppa e diminuire i reclutamenti finirebbe per indebolire proprio questo asset. Se, dunque, esiste una risposta, è preferibile che si tratti di una risposta in uscita di chi forse può avere un’altra collocazione.
La quarta questione riguarda le dismissioni immobiliari. Credo che sia necessario, signor ministro, un quadro diverso e di grande discontinuità rispetto a quello che abbiamo avuto con il Governo precedente, per due aspetti. Il primo è quello della conoscenza. Dobbiamo capire quali sono le intenzioni del Ministero della difesa su questo e, soprattutto, quali sono gli asset che si vuole cedere.
Inoltre, vorrei sapere se esista l’interesse del Governo a rimodulare le percentuali della vendita oggi così fissate: 55 per cento per l’abbattimento del debito, 35 per cento per il Ministero della difesa e 10 per cento agli enti locali? Sono percentuali, a mio avviso, poco incentivanti rispetto alla dismissione sia per gli enti locali, sia per il Ministero della difesa.
Su questo le lascerò un piccolo fascicolo, signor ministro, molto rispettoso, che ha per titolo «Guida ai soggiorni militari». Ho trovato solo quello dell’Esercito. Ci sono 150 pagine di beni veramente belli, su cui, forse, si può condurre un’analisi conservando tutto quello che c’è da conservare, individuando però, forse, anche beni che potrebbero essere dismessi con interesse per l’amministrazione.

GIOVANNI TORRI. Signor ministro, buongiorno. Mi rifaccio a quanto è stato detto nella scorsa audizione. È vero che tutto cambia molto velocemente, come ha anche lei ha asserito, e che la Difesa deve adeguarsi. Non so se sia corretto ragionare su una difesa europea, ma è necessario un ragionamento serio su questo.
È necessario anche un ragionamento serio sulla scelta degli armamenti e condivido con lei che, probabilmente, lo strumento è sovradimensionato, per cui, con quanto ci è consentito adesso sul piano della tempistica e delle situazioni economiche, bisogna rivedere un po’ tutto l’apparato.
Nella precedente audizione ci ha detto che i dati dell’Agenzia europea della difesa (EDA) ci impongono questa riduzione. Lei ci ha prospettato una revisione che ci porterà ad avere 40.000 posti in meno. Credo che tale riduzione si possa realizzare con lo strumento di una legge delega, che vada fatta in maniera chiara e discussa in Parlamento in maniera molto aperta.
Bisogna, infatti, sapere cosa si vuole fare delle persone gradatamente mandate in pensione, a riposo o altrimenti riconvertite.
Sono anche convinto dell’opportunità delle dismissioni, come già in tempi non sospetti avevo sostenuto, quando discutevamo della società Difesa Spa. La nostra convinzione era che lo strumento dovesse essere funzionante anche per offrire risposte sul piano economico. Sarebbe stato lo strumento principe che ci avrebbe fatto incamerare soldi freschi per la Difesa e avrebbe portato, forse, anche dei risultati.
Ho fatto una battaglia per sostenere che forse un piccolo accantonamento di quel fondo sarebbe servito per dare per la prima volta dignità ai militari rispetto ad altre forze. Il mio sogno era che si potesse dare ai militari anche un anticipo del TFR, così come spetta a molti servitori dello Stato che operano in altri settori.
Se, però, dobbiamo ragionare anche su 40.000 «dismissioni», forse è importante capire se sia più utile un fondo di solidarietà per un accantonamento, in modo da capire come gestire le cosiddette «pensioni alternative». Potrebbe essere uno strumento valido.
Credo che sia necessaria anche una riflessione sul discorso degli aerei. Stamattina siamo stati a visitare Cameri, dove più di un anno fa personalmente ero già stato. Abbiamo preso atto della realizzazione delle strutture nuove. Sono convinto, forse come lei, che la possibilità di avere un sistema di armamento dotato di aerei nuovi possa permetterci di cambiare molto l’aspetto della Difesa.
Credo, cioè, che questo progetto possa rappresentare un discorso di poliedricità, consentirci di fare cose nuove con meno spese, anche se all’inizio può sembrare che ci siano molte più spese.
Ho capito che la struttura che viene realizzata può rappresentare anche una grande opportunità sia in termini di lavoro per molte persone, sia come sede di eccellenza nel comparto difesa poiché domani Cameri non sarà una struttura per mettere pezzi di ricambio sugli aeroplani. Andremo a realizzare un avanzamento di struttura e a completare un know-how su quell’aereo che magari altri Paesi non potranno avere. Saremo sicuramente i primi in Europa, ma potremmo essere anche tra i primi del mondo.
Tuttavia, sappiamo benissimo che ci sono anche dei piccoli segnali contrari. Stamattina, con pacatezza, alcune persone ci hanno voluto consegnare un documento. Ho visto i simboli. Dico che per fare una riforma bisogna essere convinti e andare avanti in maniera retta. Non so se ci si possa arrivare con un Governo come questo lei sa come la penso non dico non eletto legittimamente, ma nominato legittimamente con il mandato del Parlamento. Credo che con la legge delega si possa ragionare quando ci sarà un Parlamento legittimato da elezioni popolari.
Lei può iniziare il lavoro perché è competente e ha delle capacità nessuno glielo nega ma avrà ricevuto anche lei la rassegna stampa preparata in occasione della visita a Cameri e si potrebbe convenire che sia un bel bollettino di guerra per una parte politica che le sta assicurando la fiducia.
Ci sono, inoltre, delle ombre molto strane. Mi riferisco al fatto che forse lei voleva il progetto, ma non era stato chiaro quando era ministro Martino, a varie indiscrezioni, o peggio ancora alle asserzioni di Buttiglione, secondo il quale esisteva anche una questione di tangenti: da persona molto illuminata avrebbe potuto rivolgersi alla procura della Repubblica, anziché scrivere al Presidente del Consiglio.
Non vorrei che la gestione avvenisse con un sistema alla vecchia maniera democristiana: molte ombre e poca chiarezza. Per una riforma così importante, globale della Difesa, credo che sia necessario avere molta trasparenza e idee chiare.
Infine, nella rassegna stampa c’è anche un’intervista al Capo di stato maggiore dell’aeronautica che fa dei riferimenti, quasi un mezzo sfogo, al Libano. Vorrei conoscere la sua opinione perché non mi sembra che siano state fatte affermazioni di poco conto.

PRESIDENTE. Nel dare la parola all’onorevole Di Stanislao, avverto i colleghi che non possiamo continuare a mantenere il ritmo tenuto dagli onorevoli Rosato e Torri.

AUGUSTO DI STANISLAO. Se è un invito ad essere europei nei tempi di intervento va bene; non va altrettanto bene se si vuole sancire che gli altri parlano per sei minuti e l’Italia dei valori per tre. In ogni caso, sarò breve.
Noi, come Commissione, e io, come rappresentante del gruppo dell’Italia dei Valori, abbiamo avuto la soddisfazione di approvare all’unanimità una risoluzione che impegnava il Governo a riferire alcune scelte e alcuni percorsi alle Commissioni Difesa del Parlamento. Mi auguro, perché lo ritengo necessario, che ciò avvenga anche nelle rispettive Assemblee.
Infatti, alcune considerazioni del nuovo Ministro svolte da tecnico sono di pertinenza non solo squisitamente degli esperti del settore, ma credo debbano essere strumento di lavoro e di cognizione anche della politica istituzionale.
Quando il Ministro parla di un nuovo modello di difesa e della revisione dello strumento militare, bisognerebbe che fosse chiarito se questi due aspetti si sovrappongono o se rappresentino, invece, due facce della stessa medaglia. Se noi lavoriamo, infatti, a definire un modello di difesa italiano senza collegarlo ad una dimensione europea credo che tale dimensione debba essere una sorta di Maastricht europea della difesa evidentemente lavoriamo male e non riusciamo a capire in che modo dovremmo sostenere le scelte di un comparto che io ritengo oltremodo fondamentale.
Come sono solito ripetere, il welfare e la Difesa danno la cifra di uno Stato e di una Nazione con riguardo alla capacità, alla qualità e alla pari dignità rispetto agli altri. Se, invece, noi vogliamo coltivare ambizioni di potenza militare che non possiamo soddisfare, piuttosto che dare risposte ai nostri soldati in termini di sicurezza, formazione e mezzi, allora dovremmo discutere meglio.
Entro nello specifico. Il Ministro, nell’esporre le linee programmatiche del suo Ministero, ha sostenuto che ci sarebbe stato un ridimensionamento molto significativo e consistente sia del numero degli uomini, sia con riguardo alle prospettive: degli uomini abbiamo capito, delle prospettive molto meno. Ha dichiarato anche che sarebbero state toccate tutte le componenti dello strumento militare: qui ritorna lo strumento, mentre a volte parla di modello. Asserì che sarebbero state ridotte le spese per i nuovi armamenti, chiuse caserme, sciolti reparti, razionalizzate le spese, rafforzate le strutture interforze.
Bene, questi annunci sono stati fatti anche dal precedente Governo. La invito, per la chiarezza di cui è stato capace nell’audizione presso il Senato, a illustrare di più e meglio questi elementi perché per noi dell’Italia dei valori sono una base di riflessione non ideologica e un momento di lavoro, di confronto, anche aspro, che vuole vederci contribuire a svolgere un proficuo dibattito, piuttosto che a farlo arenare.
Non costringeteci a doverci arroccare su posizioni contrarie perché vorremmo proporre, a nostra volta, un’idea di Difesa in termini europei che tenga conto anche di quanto operato in questi anni in Italia dai governi che si sono succeduti e di quello che bisogna fare nelle relazioni con gli altri partner.
Se definiamo, infatti, un modello di difesa nella dimensione europea come ci accingiamo a fare mi chiedo come sia possibile oggi parlare degli F35, e quindi del taglio del 30 per cento rispetto al numero di 131 all’inizio previsto, se non sappiamo qual è il modello di difesa europea a cui andremo a riferirci.
Credo, quindi, che si tratti di un dibattito privo di senso, tutto interno al comparto della difesa, che non ci aiuta a capire in che modo la politica dovrebbe supportare e offrire un contributo.
Sarebbe, inoltre, interessante capire se con riguardo agli F35 esista un piano industriale serio perché tale aspetto potrebbe contraddistinguerci o fortemente penalizzarci nel rapporto con i partner internazionali.
Vorrei che vi fosse un elemento di discontinuità rispetto ai precedenti governi, che si dicesse che c’è un piano industriale rispetto agli F35 e che tale programma si inserisce in un nuovo modello, definito a livello europeo, diverso e alternativo, che ci vede protagonisti. Sarebbe interessante riuscire a capire come ci si muove all’interno di questa prospettiva.
Vorrei, inoltre, chiedere se il nuovo Governo può finalmente farci avere le due relazioni, che il precedente Ministro della difesa non ci ha mai inviato, riferite al modello di difesa e al piano industriale relativo agli F35.
Oggi siamo andati a visitare il centro FACO di Cameri e abbiamo visto una bella lottizzazione: voglio capire se ciò abbia un senso in una prospettiva di carattere di difesa europea o se, invece, rappresenti un’aspirazione, dei desiderata del Governo e del Ministero della difesa.
In America, a Fort Worth, c’è la prima base, in Australia la seconda: da noi si dice che forse c’è la prospettiva che Cameri diventi una base per tutta l’Europa. La prospettiva non è la certezza. Non possiamo costruire impianti nella supposizione che ci faranno diventare il punto di riferimento. Dobbiamo prima avere elementi contrattuali certi, e poi sicuramente potremo giocarcela anche in termini politici e istituzionali.
Ho chiesto più volte al precedente Ministro della difesa la relazione della commissione di alta consulenza incaricata di rivedere il modello di difesa senza mai riceverla. Mi auguro che lei, nel rispetto della trasparenza e dell’informazione al Parlamento è prerogativa del Parlamento decidere sulle linee del modello di difesa ce ne dia copia e ci metta in grado di ragionarvi sopra in modo da poter definire un nostro modello di difesa, piuttosto che un modello di difesa elaborato dal Governo e dalla maggioranza che in questo momento lo sostiene.

PRESIDENTE. Vorrei nuovamente ricordare ai colleghi di contenere gli interventi entro il limite dei tre minuti.

FILIPPO ASCIERTO. Presidente, sarò estremamente sintetico. Non ho bisogno di svolgere trattati strategici, industriali, sociali o infrastrutturali, ma di dire al ministro poche cose con estrema chiarezza.
Una forza armata moderna non può privarsi della tecnologia avanzata per difendere la propria Nazione. Io non ridurrei neanche di un aereo la forza di difesa del nostro territorio e, soprattutto, non diminuirei ciò che le Forze armate sono attualmente chiamate a fare, ossia competere sugli scenari internazionali a tutela della libertà dei popoli e contro il terrorismo e il fanatismo.
Non parlerò, quindi, signor ministro, di chi costruisce o del fatto che dobbiamo ridurre il numero. Realizziamoli, invece, e togliamo i soldi da altre parti.
Mi stanno, però, a cuore due questioni che devo sottoporle. La prima riguarda il personale. È evidente che il modello di difesa, come lo avevamo pensato in passato, oggi non tiene più, per cui è chiaro che si deve procedere a una razionalizzazione e a una riduzione del personale. Tuttavia, come è successo negli ultimi tempi quando si parlava di casta abbiamo iniziato dal Parlamento e dai parlamentari a ridurre sia le competenze sia gli stipendi anche nelle Forze armate, signor ministro, per dare un segnale bisognerebbe iniziare dagli ufficiali in esubero per ogni grado e livello, dando la dimostrazione che si parte da lì per arrivare agli altri ruoli. Nel ruolo «marescialli» c’è un esubero maggiore, quindi costi maggiori, ma quando parliamo di esuberi non possiamo dimenticare la professionalità, l’addestramento, l’impegno e i fondi che abbiamo investito su queste persone.
È chiaro che, se ipotizziamo un passaggio tra vari settori dello Stato e della pubblica amministrazione, occorre salvaguardare la dignità di chi ha indossato una divisa e vedrei con molta gradualità questo passaggio.
Non si può prescindere dalla volontà che esprimono gli organismi, che rappresentano il personale sotto il profilo del benessere e della loro vita. La funzione, la professionalità appartengono alle istituzioni e il Consiglio centrale della rappresentanza militare (Cocer), essendo parte delle istituzioni, deve guardare a un altro aspetto del profilo di impiego.
Un’ultima questione riguarda gli alloggi e le infrastrutture. Abbiamo più volte ascoltato i ministri precedenti, che hanno tracciato una linea ben chiara, come ha fatto il Ministro La Russa quando ha dichiarato che vanno dismessi gli immobili che non servono più alla Difesa sotto il profilo operativo-funzionale. Egli si riferiva alle caserme sia attraverso la loro valorizzazione, sia attraverso la permuta, per ciò che compete e serve alla Difesa, o la vendita degli alloggi.
Era stata prevista non due giorni fa, ma circa sei anni fa una vendita di circa 4.000 alloggi. Di recente si è arrivati a ridurre quei 4.000 alloggi e a porne in vendita senza ancora alcuna concretizzazione circa 3.000.
Lei sa perfettamente che la Difesa spende 200 milioni di euro per la manutenzione di alloggi che non servono assolutamente a nulla, quando invece si potrebbe attraverso la vendita recuperarli o permutarli con altri alloggi per il personale e, soprattutto, per quei ruoli che oggi hanno una grande necessità, ossia quelli dei caporali e dei sergenti.
Su questo voglio sollecitarla, ben conoscendo la sua estrazione, il suo modo di pensare e, soprattutto, il suo legame all’Istituzione difesa, che certamente non verrà meno anche nell’attuale funzione di ministro.

ROSA MARIA VILLECCO CALIPARI. Cercherò di essere il più possibile contenuta nei tempi del mio intervento. Vorrei, innanzitutto, ringraziare il Ministro per la sua relazione, comunicata in maniera egregia e per tale riconosciuta anche dai giornali e da tutta l’opinione pubblica. In essa ci ha spiegato come intende procedere nella ristrutturazione dello strumento militare.
Nel merito, ci ha riferito che è necessario riequilibrare la spesa tra personale, esercizio ed investimenti, facendo riferimento al cambiamento geostrategico. In effetti, siamo ancora nella fase transitoria rispetto alla chiusura del primo modello, che finiva nel 2021 vorrei ricordarlo anche ai colleghi per cui rimarrebbero ancora nove anni per realizzare quello che doveva essere lo strumento militare disegnato per difendere il nostro Paese.
Oggi lei ci dice che la sicurezza e la difesa dell’Italia si garantiscono non tanto alle frontiere, bensì fuori di esse, a distanza, laddove i rischi e le minacce si manifestano e si alimentano. Signor ministro, la questione è molto semplice: ciò significa che stiamo parlando di obiettivi strategici, di un nuovo modello di difesa, non di una ristrutturazione e una revisione dello strumento militare che sono competenza del Ministro. Si tratta di una competenza politica del Parlamento cui spetta la centralità nell’ambito della definizione degli obiettivi strategici e della posizione che all’interno della comunità internazionale l’Italia oggi vuole assumere.
Ci ha parlato, inoltre, di parametri di spesa per le varie funzioni pari rispettivamente al 50 per cento, al 25 per cento e al 25 per cento, a cui ovviamente l’eventuale ristrutturazione così mi sembra di aver capito tenderà. Siamo partiti dall’ipotesi che quello disegnato nel 2001 era un modello che ha sbagliato qualcosa perché oggi ci porta a una proliferazione della parte stipendiale pur avendo ridotto secondo quanto lei ha affermato le parti che rendono efficiente il modello.
Non voglio fare l’avvocato difensore del nostro Esercito, ma oggi vorrei dire che dobbiamo disegnare uno strumento militare non secondo parametri schematizzati, rigidi, previsti dal modello europeo o da altri Paesi. Dobbiamo disegnarlo rispetto alle esigenze del nostro Paese e, forse, in considerazione anche del fatto che va ancora ringraziato l’Esercito, che in questi anni, nelle missioni internazionali, è stata forse la Forza armata più oberata dal peso del peacekeeping e del peace enforcement in questo Paese abbiamo una situazione sociale e una crisi economica molto pesante, che ci porta ad avere tassi di disoccupazione molto elevati.
Allora, al di là di quella che è stata la componente militare più sollecitata Esercito, in particolare, quindi truppe terrestri impegnate per lo più nelle missioni internazionali forse possiamo disegnare il modello non secondo parametri altrui, ma secondo quelli che il nostro Paese deve tenere in considerazione.
Se l’Esercito è una componente per noi importante, ciò deriva anche dal fatto che quel 20-30 per cento di reclutamento in meno che ci sarà negli anni rappresenterà un costo sociale per un Paese in cui in questo momento c’è il più alto tasso di disoccupazione d’Europa e un’area, quella meridionale, fortemente penalizzata da cui per lo più provengono i ragazzi che una volta arruolati vanno nei teatri operativi delle missioni internazionali. Eviterei di non tenere in considerazione questi aspetti.
Ovviamente, comprendo la necessità di ricostruire sulla base di modelli già più o meno sperimentati da altri, ma penso che il nostro Paese debba disegnare quello che più gli è funzionale, anche in termini economico-sociali, perché quella compensazione dovrà essere trovata.
Nella sua relazione, infine, il Ministro individua un importante piano di dismissioni di immobili e infrastrutture quale contributo alla ristrutturazione della Difesa e come concorso al più generale risanamento finanziario del Paese. Questo meccanismo di valorizzazione deve essere affidato al percorso delle società di gestione dei risparmi.
Mi pare che a dicembre sia stato bandito un concorso europeo per individuare le società di gestione di risparmio a cui affidare questa valorizzazione. I proventi che deriveranno da questo complesso meccanismo, ammesso che ce ne siano, non saranno disponibili, a mio avviso, prima di quattro o cinque anni. Come pensa, signor ministro, di accelerare questa forma di finanziamento, che potrebbe essere molto utile per recuperare quelle risorse di cui tanto si lamenta, dopo i tagli avvenuti in questi ultimi quattro anni?

MAGDA NEGRI. Anche in relazione alle osservazioni scaturite dalla visita di questa mattina a Cameri, mi consentirà di accorpare le nostre riflessioni di oggi mi riferisco anche all’intervista rilasciata dal Capo di stato maggiore dell’Aeronautica a L’espresso perché per alcuni versi sono stata molto incuriosita e interessata.
In tale intervista si afferma che, rispetto agli anni Novanta, disporremmo anche in una fase ottimale di un minor numero di cacciabombardieri. Il generale De Bernardis precisa che negli anni Novanta l’Italia disponeva di 450 caccia. Eppure, la situazione a metà degli anni Novanta non era per il nostro Paese più impegnativa, dal punto di vista della proiezione internazionale, della situazione attuale.
Adesso il generale afferma che, nella situazione ottimale, disponiamo di 80-90 Eurofighter per la difesa e di 70-80 F35 per l’attacco. Non è, quindi, questione di numero perché passiamo se è vero, lo chiedo dai 450 caccia degli anni Novanta a poco più dei 150 attuali, in una situazione strategica per noi più tranquilla, terminata quella più complicata della contrapposizione tra est e ovest. Considero molto impegnativo per il Parlamento e per il Governo disporre di meno strumenti per un piano più ambizioso.
Ho ascoltato con molta attenzione ciò che si è detto e letto la documentazione consegnata. Ci è stato detto che il ruolo di implementazione tecnologica, che sarà affidato al nostro Paese, per gli F35, dipende anche dal buon risultato che abbiamo avuto con i Tornado, con gli Eurofighter, che i magazzini tecnologici saranno utilizzati in un certo modo. Il problema è capire se questo piano è davvero forte.
Si parla di 40 imprese italiane impegnate nella produzione degli F35, non certamente del Ministero della difesa, ma di Alenia Aermacchi e altri: esiste, innanzitutto un piano di coinvolgimento di queste ditte, molte delle quali del sud? Se il piano c’è, dismettere la produzione adesso non mi sembra praticamente possibile: quanto potrebbero durare ancora, infatti, i Tornado? Sono sostituibili tutti con gli Eurofighter? Forse no, ma se c’è un piano di questa natura, va veramente spiegato al Paese per il suo profilo di redditività.
Pongo molto rapidamente altre due questioni. Tra poco si dovrà procedere ad allineare la disciplina delle pensioni dei militari a quella degli altri dipendenti pubblici: pensate che sarà allungata anche l’età per andare in pensione?
Se così fosse, il programma di mobilità verso gli enti pubblici, verso altre istituzioni dello Stato è pronto?
Se infatti non fosse così, ci sarebbe un tappo formidabile e anche lesivo per il turn-over, per quel poco di arruolamento che riusciamo ancora a fare.
Vorrei ringraziarla per la parte iniziale della sua relazione. Come Parlamento italiano abbiamo potuto discutere, come giustamente sollecitava l’onorevole Villecco Calipari, dell’evoluzione della politica internazionale del quadro geostrategico solo quando ne hanno parlato i ministri della difesa o degli esteri. Una riflessione esaustiva e globale non è stata mai fatta, ma i problemi posti dall’onorevole Villecco Calipari sono, a mio avviso, di grande attualità.

FEDERICA MOGHERINI REBESANI. Signor presidente, vorrei ringraziare il Ministro perché credo che nell’audizione precedente ci abbia offerto un quadro orientato in una direzione coraggiosa e giusta: innanzitutto negli obiettivi, cioè nella revisione dello strumento militare in linea con la fase di difficoltà di bilancio che l’Italia sta attraversando, un’operazione di coerenza che non sempre il settore della difesa storicamente è stato pronto a fare; poi per la ridistribuzione delle risorse nell’ambito del bilancio della Difesa, che credo sia la parte più significativa, in realtà, del piano presentatoci e che sarà importante vedere come si definirà nell’ambito dei paletti tracciati dalla legge delega.
Credo, infatti, che quello sarà il passaggio fondamentale e che non sfugga a nessuno che, in una fase politicamente delicata come questa, lo strumento della legge delega, pur essendo ovviamente lo strumento tecnicamente indispensabile per un piano del genere, si presti anche a passaggi delicati nei rapporti tra Governo e Parlamento.
La inviterei, quindi, a una grande attenzione e a una grande cautela nel rapporto con il Parlamento e anche a una revisione dell’organizzazione dello strumento militare nell’ambito delle singole voci: quella del personale, con soluzioni opposte alla logica dei tagli lineari, che invece sono stati fatti fin qui, e quindi con la scelta mirata di incidere su alcuni settori del personale più che su altri, ossia quelli che sono più problematici per il nostro strumento, e quelle all’interno delle singole voci dell’esercizio e degli investimenti.
Oltretutto, il quadro che ci ha illustrato presenta una revisione di alcuni programmi di investimento necessaria, secondo noi, direi in via del tutto consensuale, perché a conclusione dell’indagine conoscitiva sull’acquisizione dei sistemi d’arma era stato evidenziato che sarebbe stato utile avere un quadro complessivo di tutti gli investimenti che il nostro Paese sta compiendo in modo trasparente, quindi dando informazione al Parlamento, e in modo complessivo per capire in un quadro più ampio quali sono i programmi di investimento da mantenere e quali quelli da rivedere e in che modo rivederli. Inviterei, quindi, a una revisione più ampia. Lei si è, giustamente, soffermato sugli F35, ma c’è anche un altro lavoro da fare, che sicuramente non sono io a doverle indicare.
In relazione agli F35, in particolare, trovo molto apprezzabile che lei abbia aperto una fase di revisione. Credo che non fosse scontato mettere in discussione l’entità del programma e che sia apprezzabile la decisione di ridurre da 131 a 90 il numero di velivoli previsti per l’Italia, come anche che siano necessari alcuni passaggi successivi. Innanzitutto, bisogna continuare sulla strada della trasparenza.
Sono andata a rileggere i pareri favorevoli che le Commissioni Difesa, alla Camera e al Senato, avevano reso nel 2009, pur non avendo il mio gruppo partecipato a quel voto. In particolare, nel parere favorevole della IV Commissione della Camera c’era come unica condizione che il Governo garantisse comunicazioni a cadenza annuale sull’avanzamento del programma: dal 2009 al mese scorso non abbiamo mai ricevuto alcuna comunicazione. Ribadisco, quindi, che è molto apprezzabile il fatto che questa stagione abbia riaperto un canale di trasparenza di informazione sul programma.
Credo che questa trasparenza debba, in particolare, esserci con riguardo ai costi complessivi del programma, ma anche puntuali, perché come ricordava, giustamente, l’onorevole Rosato non abbiamo ancora la certezza, come è stato chiaramente detto, del costo di un singolo aeromobile. Capisco che tali costi si determinano anche in corso d’opera, però è importante mantenere un flusso il più possibile aperto e trasparente di informazioni con il Parlamento perché questo possa restituire all’opinione pubblica questo tipo di trasparenza.
È necessaria trasparenza sui tempi dell’impegno italiano. Abbiamo appreso dal generale De Bertolis che nei prossimi mesi l’Italia inizierà ad assemblare i primi tre aerei italiani. Le chiedo, da questo punto di vista, una conferma, se sono già stati ordinati, se è stato già perfezionato il contratto di ordine e, se è così ma mi sembra di aver capito che avverrà nei prossimi mesi quanto costeranno e con quali modalità di pagamento l’Italia si impegnerà in questo senso.
Credo anche, come hanno già evidenziato altri colleghi, che sia necessaria trasparenza sulle ricadute produttive e occupazionali, sia sulle modalità delle trattative sia sulla quantità e qualità.
A questo punto, spendo poche ultime parole sul passaggio successivo, che credo sia più importante, ovvero il mantenere una flessibilità delle nostre decisioni. Il generale De Bertolis, in audizione qualche settimana fa, ci ha confermato che l’impegno definitivo non deve assumersi subito.
D’altra parte, anche l’amministrazione americana, nel confermare l’impegno per il programma, ha non solo ridotto leggermente il suo ordine di questi anni, ma ha soprattutto dilazionato nel tempo alcune scelte, come quella che riguarda 179 dei 423 aerei da ordinare dopo il 2013. La decisione sarà presa soltanto nel 2017. I tre punti che portano a motivazione di questa scelta sono i seguenti: valutare cambiamenti di priorità strategiche, le ristrettezze finanziarie e ridurre la sovrapposizione tra lo sviluppo del programma e la produzione, ovvero fare in modo che la fase di test non si sovrapponga eccessivamente alla fase di produzione iniziale.
Credo che queste tre valutazioni siano valide a maggior ragione per il nostro Paese, per cui vorrei conoscere la sua opinione al riguardo e chiedere anche l’impegno, in questo senso, a mantenere aperta una flessibilità del nostro Paese nel valutare, a mano a mano che si sviluppano, le fasi successive del programma e, a mano a mano che anche i nostri partner internazionali, a partire dagli Stati Uniti, valutano la loro partecipazione al programma, pur confermandola, a mantenere una flessibilità negli orientamenti futuri dell’Italia di partecipazione a questo programma.

FRANCESCO BOSI. Credo che il compito che si trova davanti il nostro Ministro della difesa sia sicuramente arduo. Da anni si parla di come ristrutturare il nostro «modello di difesa» e progressivamente vorrei ricordarlo ai colleghi che a volte fanno finta di non saperlo siamo passati nel giro di alcuni anni da una percentuale sul PIL del bilancio della Difesa dell’1,1 per cento e anche più, ad una dello 0,8 per cento.
La difesa della Patria è un dovere costituzionale, ma oggi bisogna tenere conto che la Difesa non è solo la difesa dei confini della Patria, ma come è stato più volte detto e ammesso da tutti è aderire alle organizzazioni internazionali che sovrintendono alla stabilità dei vari scenari.
Il massimo del taglio accettabile è quello dello schema 50 per cento, 25 per cento e 25 per cento, molto duro da raggiungere, ma indubbiamente ambizioso, ma bisogna anche avere il coraggio di accettare che si taglino quelle spese improduttive che a volte sono state, anche dai parlamentari, fortemente difese perché portano magari anche per motivi legittimi, per carità lavoro in una determinata zona, impiego, e che oggi non so quanto possiamo permetterci di mantenere.
Se dovessi dare un consiglio al ministro, gli suggerirei di rendere un po’ più simili ad aziende le strutture della Difesa, anche perché in tal modo alcune di queste strutture non ne faccio l’elenco non solo costerebbero meno, ma probabilmente produrrebbero anche un quid di entrata in più. Non ci si può preoccupare solo della spesa. Bisogna preoccuparsi un po’ anche dell’entrata.
Parlando con alcuni colleghi, ricordavo, ad esempio, che quando c’era la CONSAP c’era una forte spinta a vendere perché i proventi andavano a finire alla Difesa. Oggi, con la CONSAP chiusa e con l’attuale situazione dell’Agenzia del demanio è chiaro che vengono meno anche gli stimoli.
L’ultima questione che vorrei porre riguarda gli armamenti. Oggi, con organici ridotti e con una percentuale di spesa per la Difesa in termini di PIL ridotta, avere armamenti antidiluviani e antiquati, francamente, fa ridere.
Anche quella europea è una questione di lunga prospettiva di cui parliamo da tanto. Non si concretizzerà certo domattina, anche perché, per esempio, tutti i Paesi europei guidano gli F35, oltre agli Stati Uniti, per cui non mi sembra che ci sia molto da ricamare. Condivido la Realpolitik portata avanti dal ministro e credo che sia questa la strada da percorrere.

ANTONIO RUGGHIA. Signor ministro, abbiamo apprezzato l’obiettivo che ha indicato nella relazione che ha svolto la scorsa audizione, ossia quello di rendere sostanzialmente più efficienti e meno costosi lo strumento militare e le attività delle Forze armate e anche la funzione di difesa, sulla base di una linea di rigore che è richiesta non soltanto alla Difesa, ma a tutte le pubbliche amministrazioni e a tutte le amministrazioni dello Stato.
L’intervento principale consiste ce lo ha rappresentato in questi termini in una ristrutturazione sostanzialmente del personale, anche attraverso una riduzione di circa 35.000 uomini. Questa ristrutturazione è necessaria perché bisogna liberare risorse per l’esercizio, ridotto ai minimi termini, e per gli investimenti.
Quello che, però, non ci sembra molto chiaro rispetto all’obiettivo, che è assolutamente condivisibile, è il momento a partire dal quale dovrebbero cominciare a realizzarsi questi interventi e questo risparmio per rendere più efficiente lo strumento militare e, allo stesso tempo, questa riduzione dei costi. È ipotizzabile che la riduzione del personale potrà avere un effetto significativo sul medio e lungo termine.
Lei stesso ha asserito che esiste la necessità di apprestare adeguate garanzie economiche e pensionistiche per tutto il personale coinvolto nella ristrutturazione. Evidentemente, quindi, tutto questo comporta degli oneri attraverso incentivi o comunque attraverso spese che vanno sostenute per la ricollocazione del personale.
Ora, considerando che abbiamo già adesso esigenze di rigore, di riduzione della spesa e di maggiore efficienza dello strumento, vorrei capire invece nel breve termine, nei prossimi quattro anni, come intende cogliere questo obiettivo, senza fissarlo in una prospettiva di medio e lungo termine.

PRESIDENTE. Do la parola al Ministro Di Paola per la replica.

GIAMPAOLO DI PAOLA, Ministro della difesa. Grazie, presidenti. Grazie, senatori e onorevoli. Proverò a rispondere a tutte le domande, quelle formulate oggi e quelle poste la volta scorsa. Naturalmente, cercherò di farlo in maniera globale, per argomenti, non necessariamente rispondendo a ciascuna domanda, ma terrò d’occhio le questioni in modo da essere sicuro di non saltarne nessuna.
Anzitutto, vi confermo con assoluta sincerità spero vogliate credermi che nel confronto con il Parlamento credo tantissimo. Nessuno, peraltro non è questione di un Governo tecnico o politico può «sognarsi» una riforma di questo genere o anche meno incisiva senza il confronto con il Parlamento.
Questo è vero prima di tutto perché il Parlamento deve approvarla e, in secondo luogo, perché il Parlamento può dare delle indicazioni e degli indirizzi, soprattutto in aree delicate come sono quelle della gestione del personale, ma anche quello della programmazione degli investimenti. Su questo non c’è dubbio. Su questo, quindi, vi prego caldamente di credermi: c’è veramente una voglia, un desiderio, una necessità di interazione con voi.
Quanto allo strumento, credo di essere coerente quando affermo che mi pare di non aver mai usato intenzionalmente l’espressione «revisione del modello di difesa», quanto piuttosto quella di «revisione dello strumento militare». Quello definito nel 2000, infatti, era un modello di difesa professionale di una certa dimensione.
È semplicemente accaduto, onorevole Villecco Calipari, che sono venute a mancare le risorse. È come ha detto il senatore Ramponi: non ho parlato di un modello sovradimensionato in assoluto, ma di un modello sovradimensionato rispetto alle risorse. Siccome è noto che il Parlamento nell’arco di dieci anni, e certamente ora, ritiene di non poter più garantire le risorse, ritengo che la responsabilità di tutti noi, certamente del Governo, certamente del Ministro della difesa, ma credo anche la nostra collettiva, quindi la vostra, sia di fare i conti con le risorse che voi, il Parlamento sovrano, ritenete di poter assicurare alla Difesa. È l’unica strada per ridisegnare o comunque definire una struttura che sia efficiente con le risorse.
Su questo non ho dubbi: si può fare uno strumento militare con uno, con dieci, con cento. Sarà da uno, da dieci e da cento, ma in ogni caso deve essere il più efficiente possibile. Se è uno, produrrà uno, se è dieci, produrrà dieci. È questo che vorrei farvi capire. Riduciamo aerei, navi e uomini perché le risorse disponibili non consentono di sostenere questa realtà.
Nel 2000, quando fu disegnato il modello a 190.000, il modello professionale, la cui essenza è ancora valida, guarda caso, mi pare che la suddivisione tra le risorse fosse, grossomodo, 51 per cento, 24 per cento e 25 per cento. Quello era l’orientamento sano e si sperava di poterlo conservare se il modello fosse stato alimentato in maniera adeguata.
Nel tempo questa alimentazione non c’è stata, non solo in termini finanziari, perché chiaramente in dieci anni c’è stata un’oggettiva svalutazione del potere di acquisto, e quindi, in termini reali, delle risorse. Di conseguenza, c’è stata un’inevitabile erosione di quello che, non scritto nella Bibbia, resta però un riferimento sano degli strumenti militari, nazionali, ma anche degli altri Paesi europei e persino di un’azienda. Infatti, se un’azienda dovesse soltanto avere personale e non avesse output operativo. Ciò, dunque, farebbe sì che l’azienda non produrrebbe e chiuderebbe.
Un’azienda chiuderebbe, uno strumento militare non produrrebbe niente. Non ci sarebbe la capacità di lavorare con gli altri Paesi europei né quella di svolgere le missioni internazionali che il Parlamento sovrano assegna alle Forze armate. Questo mi sembra, dunque, un discorso ragionevole e comprensibile.
Consegno al presidente il materiale che il senatore Scanu aveva richiesto nel corso del suo intervento.
Venendo alla prospettiva a livello europeo, discorso affrontato da diversi onorevoli e senatori, dico che nella realtà europea oggi non esiste di per sé un modello di difesa. Non voglio sembrare irriverente perché non voglio esserlo ma, se aspettiamo di definire un modello di difesa europeo, credo che faremo la nostra revisione tra «n» anni, e per riempire quel valore vi lascio scegliere un numero a piacere.
Innanzitutto, oggi in Europa non si parla ancora di difesa europea. Dunque, non è solo in Italia che non se ne parla. Non c’è ancora il coagulo politico sufficiente. Può essere che avvenga. Ci sono lo stimolo dell’Italia, quello del Parlamento europeo, ci sarà quello di altri Parlamenti, ma oggi esiste la politica della cosiddetta sicurezza e difesa europea e anche questa è ai suoi primi passi, ed è abbastanza balbettante.
Ancora recentemente, a Bruxelles, quando insieme al Ministro Terzi abbiamo cercato di affermare il discorso del Comando europeo per le missioni nel Corno d’Africa, sia quella europea, sia Atalanta, sia le eventuali nuove missioni di sostegno alla costruzione di capacità regionali dell’area, ci siamo trovati contro gli inglesi e neanche gli altri sono stati entusiasti.
Ci sono, quindi, dei processi che devono maturare, in cui i ruoli dei Parlamenti sono fondamentali, in cui il vostro ruolo è fondamentale, ma bisogna anche tutti noi capiamo che i consensi e le pulsioni si costruiscono, non si realizzano dall’oggi al domani.
Oggi quello che a livello di vari governi dovrebbe avvenire è un moto di convergenza verso certi indirizzi condivisi, verso la costruzione di determinati strumenti. Dovrebbe essere vero per i più simpatetici a questa prospettiva, e credo che certamente lo sia il Governo Monti, ma lo erano anche i Governi precedenti e lo saranno i Governi successivi. Certamente lo è il Parlamento italiano, che deve essere di supporto insieme ad altri Paesi favorevoli a costruire questa sensibilità politica. Oggi non esiste, infatti, una pianificazione della difesa europea, mentre ne esiste una della difesa NATO.
Su questi indirizzi ciascun Paese deve cominciare a convergere in modo che, quando anche la volontà politica vi convergerà, sarà più facile costruire la realtà di uno strumento europeo o, comunque, una maggiore integrazione. Questa è la realtà politica in cui viviamo e credo che siate voi a poterlo insegnare a me, non certo io a voi, che ritengo abbiate un’approfondita conoscenza della politica europea più della mia.
Oggi, in un momento di grossa difficoltà economica, in un momento in cui nella realtà le minacce sono di tipo globale, l’indirizzo è sostanzialmente quello di ricorrere a strumenti che siano utilizzabili. Questo è l’indirizzo che viene dalle nostre due istituzioni di riferimento, che il Governo italiano e l’Italia contribuisce a definire.
Non nasce, infatti, nelle stanze chiuse di Bruxelles, dove c’è un uomo che scrive. I Governi, il Consiglio europeo, il Parlamento europeo, il Consiglio atlantico discutono e dibattono e alla fine emergono sentimenti e visioni comuni, più o meno condivise, che possono trovare forma in un documento.
L’orientamento è, quindi, verso strumenti utilizzabili, proiettabili, che facciano leva sulla forza della capacità europea e atlantica, ossia la capacità tecnologica rispetto alla minaccia asimmetrica. Quello è, infatti, il nostro punto di forza, non certo l’iniziativa che tocca sempre all’altro, al «cattivo», che sia il terrorista Bin Laden o Gheddafi, giudicato «cattivo» dalle Nazioni Unite, o che sia il leader della Siria. L’iniziativa è loro. Noi dobbiamo avere la flessibilità e capacità proiettabili, integrabili, di alta tecnologia, sostenibili.
Sono gli stessi indirizzi che ci dicono anche di orientarci in funzione di risorse a disposizione e sacrificare le dimensioni piuttosto che le capacità e le qualità. Nessuno sarebbe dispiaciuto se l’Italia potesse sostenere uno strumento efficiente da 190.000, ma purtroppo la realtà ci dice che oggi non siamo in grado di farlo, tant’è vero che abbiamo grossi problemi.
Piuttosto, allora, che sacrificare la qualità, la capacità, l’operatività, sacrifichiamo, in funzione delle risorse che abbiamo, la dimensione, gli uomini. Ci terrei a sfatare il mito che stiamo parlando solo della riduzione degli uomini.
Stiamo parlando della riduzione di uno strumento composto di uomini, di strutture e di mezzi. Stiamo agendo su tutti e tre. Oggi le componenti penalizzate sono proprio quelle descritte finora: la qualità che nasce nell’operatività, cioè la capacità di avere uomini addestrati, preparati, che possano essere formati, su cui si può investire.
Servono infatti, risorse per questo, uomini e mezzi di alta qualità da garantire a questi uomini che, insieme, possono fornire capacità. Siccome queste due componenti sono oggi quelle sbilanciate fortemente per difetto, inevitabilmente bisogna agire sull’altra, proprio per avere sì meno uomini, meno mezzi e meno strutture, ma per averle più capaci.
Questo è il senso. Se ritiene di fornire indirizzi diversi, il Parlamento è sovrano, ma mi sembra che questo sia il senso profondo di quello che si sta cercando di fare.
Naturalmente, so cosa significa quando si parla delle risorse umane, essendo stato anch’io una risorsa umana con le stellette. Adesso non sono un militare, sarò anche un tecnico, ma sono un ministro di questa Repubblica e come tale cerco di ragionare nel contesto del Governo, del Parlamento e anche di quegli organi istituzionali come il Consiglio supremo di difesa, col quale condivido certi discorsi.
Non c’è dubbio che il problema del personale sia fondamentale. Un punto essenziale su cui credo che il Parlamento debba battersi è che le risorse oggi disponibili siano confermate, come stabilità programmatica, sia essa ripeto uno, dieci o cento. Siate voi a deciderlo, ma deve esserci tale stabilità perché gli strumenti militari si programmano.
Mi pare che fosse l’onorevole Villecco Calipari a parlare, giustamente, degli anni Novanta. All’epoca era previsto il 2021, ma nel 2012 ci siamo resi conto che il sistema si sta sfasciando. Si prevedevano vent’anni, ma se i tempi restano immutati, aspettando che ciascuno arrivi al suo limite di età e se l’età pensionistica sarà innalzata atteso che il discorso è appena cominciato con il Ministro Fornero non siamo che all’inizio.
Al di là del fatto che la Difesa sta avviando una riforma riduttiva, questa stessa e il Comparto sicurezza ritengono comunque di avere le proprie caratteristiche. Non a caso, in quasi tutti i Paesi del mondo i militari hanno un limite di età più basso proprio perché è la loro professione a richiedere, in qualche modo, un livello di giovinezza maggiore rispetto ad altri.
Non si tratta di una caratteristica italiana, ma di tutti i Paesi del mondo. Addirittura, insieme ad alcuni mediterranei come gli spagnoli tendiamo a essere abbastanza più anzianotti, se vogliamo dirla tutta. In ogni caso, non è di questo che stiamo discutendo.
Da un lato, dobbiamo far capire che esistono esigenze oggettive, per cui un innalzamento significativo del limite di età non è compatibile con la professione militare; dall’altra, stiamo avviando o cerchiamo di avviare un processo di ristrutturazione.
Come accennavo, il tavolo è stato aperto da poco con il Ministro Fornero ed è nella fase iniziale. In questo momento non mi sentirei di dire di più, ma ho descritto chiaramente le posizioni da cui parto. In seguito, come in tutte le cose, emergeranno anche gli interessi più generali perché non esiste soltanto il Ministero della difesa. Su questo vorrei assicurare l’onorevole Ascierto che il Cocer è coinvolto. Il giorno dopo la mia prima audizione sulla revisione dello strumento militare sono andato a confrontarmi col Cocer.
Naturalmente mi sono preso, com’era naturale, parecchi atteggiamenti di durezza, ma fa anche parte del gioco. Sono, in ogni caso, coinvolti e, naturalmente, non sempre e questo vale anche per le contrattazioni che portate avanti tutti voi la controparte è sulla linea del Governo o della parte aziendale o chicchessia. C’è sempre un confronto.
Il Cocer, dunque, è sentito ed è anche coinvolto in modifiche, se ritiene, suggerimenti che ritiene, ma ci sono delle linee di fondo verso cui questo Governo e l’amministrazione credono se il Parlamento lo ritiene che si debba andare. Se il presupposto è che non si tocca una persona, non si tocca una struttura, non si tocca niente, allora mi viene da chiedere: di cosa stiamo parlando?
Quanto al problema dei sistemi d’arma, mi assumo l’impegno di riferire a queste Commissioni quando i presidenti lo riterranno opportuno per tracciavi un quadro del piano degli investimenti nella realtà finanziaria di oggi e in quella di prospettiva, nel presupposto che ci sia questa modesta stabilità programmatica, se mi consentite tale espressione.
Assumo quest’impegno proprio perché non ci sono segreti. Per legge le Commissioni esaminano programma per programma, ma posso benissimo capire che passa il tempo e che seguire programma per programma può essere agevole per chi ci lavora tutti i giorni, ma io stesso, come ministro, mi trovo a chiedere ai miei collaboratori a che punto siamo con certi programmi, eppure ci lavoro tutti i giorni. Immagino che la difficoltà sia anche maggiore per voi. Assumo, quindi, quest’impegno perché è corretto anche darvi il senso che non stiamo lavorando soltanto sulla parte umana.
Per la parte umana ho sentito, come è naturale che sia, opinioni non sempre concordanti. È chiaro che presenteremo nel disegno di legge delega delle proposte, vari strumenti, ma su questo, se avete conoscenza di altri strumenti, non posso che rispondere «ben vengano». Ve ne sarei grato. Chi più di voi, infatti, può capire come gestire certi processi?
Pur tuttavia, bisogna rendersi conto che c’è anche un processo più indolore e si può aspettare che ciascuno raggiunga il suo limite. Se facciamo questo, rebus sic stantibus, impieghiamo vent’anni. Questa è la demografia, forse l’unica scienza esatta in questo campo, che valuta esattamente le 183.000 mila persone oggi presenti, la loro età e il loro profilo di carriera. Quando si finisce a 150.000? Nel 2032. Si può arrivare al 2031 in caso di moria chiedo scusa della battuta ma questi sono i fatti.
Anche il modello del 2000 si era posto come obiettivo il 2021 e nel 2012, dopo dodici anni, ci si rende conto che l’obiettivo è irrealizzabile. Potremo cercare di accelerarlo nei limite del possibile; non stiamo infatti parlando di esodi di massa, dismissioni forzate, tutti a casa. Si parla comunque di un processo.
Bisognerebbe ricorrere a mobilità, ricollocamento, magari un uso più estensivo delle aspettative per riduzione quadri (ARQ), per le quali lo dico per l’onorevole Caforio non è tagliato il 95 per cento del trattamento economico, ma si va a casa solo con il 5 per cento di penalizzazione.
Con un uso più estensivo delle ARQ, quindi, una ricollocazione nel mondo del lavoro, una maggiore mobilità anche negli enti locali, che faciliterebbero il processo per la loro elevata distribuzione, assieme ad altri mezzi a cui riuscite a pensare, si potrebbe arrivare più vicini all’obiettivo non in vent’anni, ma in 10, in 11 anni, un periodo di tempo sempre lungo comunque.
Non si tratta di rivolte o di esodi di massa biblici, ma di cercare di favorire un ridimensionamento. Quello che si può fare nei tempi più brevi rispondo all’onorevole Rugghia non in 10, ma in 4 o 5 anni, è il ridimensionamento delle strutture. Se si concentrano, infatti, le stesse risorse su un numero di comandi e presenze territoriali, altro punto sensibile per il Parlamento, però è una realtà, ecco che la stessa quantità di risorse ha una efficacia maggiore. Tenteremo, quindi, un piano di riduzione che vada dai 4 ai 6 anni al massimo.
In relazione alle risorse umane, l’unica speranza sarebbe uno strepitoso esodo, ma mi sembra di capire che è poco probabile. L’altro sistema è, sostanzialmente, il ridimensionamento dei programmi di armamento.
Certi programmi sono posposti o non realizzati, altri sono ridotti. Di veramente immediato c’è la necessità di calibrare nuovamente certi programmi di armamento, la dismissione di certe strutture, la riduzione di certi programmi e il loro allontanamento nel tempo o la cancellazione. Questi sono gli strumenti nell’immediato, laddove l’elemento umano, oggettivamente e giustamente, è il più difficile su cui far leva.
Quanto agli aerei, avete sentito cifre diverse, ma non c’è un balletto delle cifre. I 250 velivoli a cui si riferiva il Segretario generale della Difesa e credo anche il Capo di stato maggiore dell’Aeronautica, sono i bombardieri e i cacciabombardieri che abbiamo acquisito nel tempo: AMX e Tornado.
I 160 di cui ho parlato ho voluto essere onesto e trasparente sono quelli che oggi abbiamo nella linea operativa, che riusciamo a far volare. Delle 250 macchine che nel tempo abbiamo acquistato, oggi ne possono volare 160.
Lo stesso dicasi in riferimento ai 450. Si metteva insieme anche la componente aerea di difesa che una volta era costituita dagli F104, che da noi sono durati, come sapete, per molto tempo, tanto che l’ultimo F104 al mondo è stato dismesso in Italia. Potrà essere un pregio o un difetto. Io ho l’onore di aver volato sull’ultimo F104 da Capo di stato maggiore della Difesa. Quando chiedevamo al pilota, ovviamente un collaudatore di altissimo livello, di dare un po’ di gas, ci rispondeva che non era il caso perché vibrava tutto.
Gli altri 150 velivoli sono costituiti dai Tornado ADV una parte dei Tornado sono stati trasferiti in versione di difesa aerea e poi abbiamo in leasing, come sapete, degli F16.
Oggi il nostro riferimento operativo è di 90 macchine non nel senso che le abbiamo, ma in quello del contratto degli Eurofighter approvato da questo Parlamento, cui arriveremo con la fine della seconda batch e con un pezzo della terza (oggi ne abbiamo una sessantina, gli altri stanno arrivando) con i 90 F35 programmati.
Il parco aerei di questo Paese, quindi, sarà composto, in orizzonte 2025-2030, di una novantina di Eurofighter, di una novantina di F35, quindi 180 velivoli rispetto ai riferimenti che vi ho dato. Mi sembra una linea ragionevole, innanzitutto perché gli aerei non si sostituiscono uno a uno. Parliamo di aerei molto più performanti, un F35 non sostituisce semplicemente un Tornado o un Eurofighter un F104. Un Eurofighter vale di più di un F104. Non si tratta, quindi, di sostituzioni uno a uno.
Tengono conto, inoltre, della realtà mutata, delle risorse che abbiamo, quindi li abbiamo ricalibrati. In ogni caso, 180 aerei efficienti di prima classe rappresentano una realtà adeguata.
Per rispondere sui problemi dell’F35, il Ministero della difesa non è l’IRI. È chiaro che l’impianto è a Cameri, in un aeroporto militare, perché gli americani e la Lockheed Martin hanno preteso delle condizioni di sicurezza e di segretezza: o in una base militare a certe condizioni o non si faceva. Abbiamo messo a disposizione il contour necessario perché si creassero le condizioni, ma l’impianto non è nostro. Noi non costruiamo, non ci sono i nostri operai, non siamo proprietari. L’impianto è della Alenia e lì ci lavorano l’Alenia e altre ditte subfornitrici.
A Cameri c’è la final assembly (FACO), che non vuol dire che arrivano due bulloni. Mettere insieme un aereo di quella complessità è una componente tecnico-industriale rilevante. Non è un lavoro di secondo livello.
Ci saranno, inoltre, degli aggiornamenti perché gli aerei nel tempo hanno degli upgrade, dei nostri e degli altri Paesi europei, come gli olandesi.
Naturalmente, dobbiamo negoziare e ci vogliono gli accordi. Non ci sono certezze assolute, ma si creano le condizioni perché ci siano delle ragionevoli possibilità che questo avvenga. Lo Stato, la Difesa hanno così la funzione di coadiuvare l’industria italiana, spingerla su certe strade, aiutare nel negoziato che l’industria fa con gli americani, con la Lockheed Martin e con le altre aziende.
Ovviamente, gli aerei non sono come una scatola di pelati, per cui nel campo degli armamenti la presenza governativa, benché sempre in ruolo di assistenza, è fondamentale. Senza un’assistenza governativa non si va da nessuna parte. Non ci andiamo noi, ma non ci vanno neanche gli altri.
Nessun altro Paese, infatti, si crea problemi nel cercare di favorire un’industria della difesa, che è un elemento tecnologico importante di questo Paese e che oggi più che mai punta anche sull’esportazione, oltre che sul mercato nazionale. Se farete audizioni di Finmeccanica o Fincantieri, i loro esponenti potranno testimoniare che, mentre una volta il cliente nazionale rappresentava il 60-70 per cento, oggi è l’inverso.
Se oggi non vendono fuori lo avete letto anche sulla stampa a Singapore, in Corea, non riescono a sopravvivere. Per far questo hanno bisogno del sostegno del Governo, sia come azione politica, sia anche, in certi casi, con l’acquisizione dei mezzi. È chiaro, infatti, che Singapore probabilmente non comprerebbe o non avrebbe comprato l’M-346 se non avesse avuto prospettive anche di cooperazione con l’Aeronautica italiana. Lo stesso vale per altri Paesi.
Quanto alla flessibilità, per l’F35 l’abbiamo. Confermo che abbiamo quelli che si chiamano long term lead item,
gli elementi caratteristici fondamentali che però richiedono una acquisizione a lungo termine, per cui l’ordine si effettua prima, per i primi tre velivoli. Noi piazzeremo l’ordine per tre velivoli nelle prossime settimane, un mese al massimo.
Anche in quel caso, tutto il programma è strutturato. Adesso ci sono delle low rate initial production, in cui ciascun Paese per ogni rate sottoscrive un contratto a parte, per cui ce n’è uno per i primi tre e così via. Credo che la sequenza sia 3, 4, 5, 5, sequenze quindi abbastanza limitate. Dal 2017 si dovrebbe poi andare alla full production, quando invieranno rate più grossi.
Stiamo, dunque, calibrando, così come gli americani, i giapponesi, gli australiani. È giusto che voi sentiate, leggiate i giornali, ma lo dico con tutta l’onestà intellettuale parliamo direttamente con i Paesi, che ci rispondono che le cose non stanno come appare sulla stampa, che anche loro sono impegnati nel programma. Mi sembra, quindi, che ci si stia comportando come amministrazione in una maniera che risponda alle vostre preoccupazioni.
Siccome, inoltre, in questo programma siamo in competition, è chiaro che le industrie italiane, anche le piccole e medie industrie fornitrici, devono competere e per far questo devono avere la capacità di fornire un prodotto che batta la concorrenza.
In questo l’assistenza del Governo italiano è importante e noi lo stiamo facendo. Quando parliamo, quindi, di una potenzialità di 40 imprese è perché abbiamo individuato quaranta imprese almeno che hanno le condizioni per competere e vincere. Parliamo di quelle che hanno serie capacità. Alcune hanno già vinto e, in teoria, queste 40 domani potranno diventare 50.
Il costo di un programma come questo dipenderà, innanzitutto, dal numero complessivo delle macchine di tutti i Paesi. In ogni caso, questo numero può variare da 2.500 a 3.000, sono questi gli ordini di grandezza, ma è ovvio che 2.000 sono diversi da 3.000.
In secondo luogo, dipenderà dalla data di inizio. Nella fase iniziale di produzione le prime macchine vale per tutti costano di più perché c’è una learning curve di produzione. Oggi si parla mi riferisco ai numeri forniti dal Segretario generale della Difesa, poi vedremo il contratto di un’ottantina di milioni di dollari, ma ci si aspetta che, in prospettiva, la cifra sia sempre più bassa, fino a 60 milioni di dollari circa, decisamente meno.
Non contestatemi le cifre che ho fornito. Se sapeste quanto è costato l’Eurofighter, vi spaventereste, ma è un aereo di cui siamo molto orgogliosi, anche se rimane il fatto che parliamo, per capirci, del doppio della cifra.
Quello degli immobili è un argomento serio. Parlerò anche degli alloggi. Il Governo intende spingere il più possibile sul programma di dismissioni, ma questo credetemi non è legato alla volontà di dismettere.
Non voglio fare polemica, ma avete sentito del caso del sindaco Alemanno. Il sindaco ha avuto, chiavi in mano, quattro immobili. Deve valorizzarli e ha incominciato a porre delle limitazioni. A Roma ci sono altri undici immobili. Le valorizzazioni sono fondamentali, dipendono dalla capacità che i comuni hanno di valorizzare.
Sostanzialmente, per vendere un immobile bisogna che questo sia in qualche modo valorizzato. Se vi si possono solo pascolare le pecore, difficilmente anche il più bello, anche Palazzo Barberini sarà comprato da qualcuno. Se a Palazzo Barberini si può realizzare, come all’Esedra, un albergo, allora il discorso è diverso.
Non è, quindi, un volersi chiamare fuori dalle responsabilità, ma le omissioni dell’Agenzia del demanio, della CONSIP per tante strutture sono dovute al grosso problema della valorizzazione degli immobili. Dico onestamente, come è inevitabile che sia, che siamo legati ai comuni. Ci sono comuni più efficienti e altri che non lo sono.
Adesso abbiamo dei progetti importanti su Torino, capitale sabauda con immobili molto grandi. Ci sono stati incontri con il sindaco, onorevole Fassino, e ci sono notevoli prospettive. Probabilmente, Torino potrà sfruttare più rapidamente le sue capacità.
Milano è un’altra area con grandi immobili, dove però per adesso ancora le caserme sono ferme. Facciamo anche permute, ma ad esempio Pisa avete sentito il sindaco dopo sette anni ancora non è in grado di fare la sua parte. Le dismissioni sono un dare e avere: noi mettiamo l’immobile, ma anche l’altra parte deve valorizzare, vendere, dare in permuta. Siamo disposti alla permuta, ma anche questa implica uno scambio e vi assicuro che è una fatica di Sisifo. Tuttavia, ci stiamo
concentrando.
Quanto alla vendita degli alloggi, mi sarebbe facile dire che sono arrivato e non c’era neanche un alloggio venduto, ma rimane il fatto che un’accelerazione c’è stata. Abbiamo cominciato e mi pare che abbiamo circa 200 l’ordine è quello trattative con i proprietari per vendere. Progressivamente arriveremo e vendere tutto, ma anche in quel caso si tratta di un cospicuo lavoro. Non mi sottraggo alle responsabilità.
Il problema delle dismissioni, tuttavia, nella misura in cui sarà possibile ricorrere anche a società finanziarie, sostanzialmente avere cash subito, non è facile. Bisogna fare la cartolarizzazione, ossia trovare una società che sia disposta a darci 50 sporchi, maledetti e subito per ciò che vale 100 e si occupi poi della valorizzazione negli anni.
Anche il Ministro dell’economia del precedente Governo ha tentato la cartolarizzazione. Adesso attraverso l’Agenzia del demanio si tenterà, ma si tratta di processi lunghi. Cambieremo anche le percentuali a vantaggio degli enti locali, ma senza offesa, non dite che il Ministro li offende molte volte gli enti locali vogliono solo mettere il cappello sull’immobile. Dateci anche voi una mano. Grazie.

PRESIDENTE. Ringrazio ancora il Ministro Di Paola, il sottosegretario Magri, il presidente alla Commissione Difesa del Senato Cantoni e tutti quanti sono intervenuti al dibattito.
Dichiaro conclusa l’audizione.
La seduta termina alle 16,10.

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