Difesa

Testo Audizione – Comunicazioni del Governo sugli sviluppi relativi alle missioni internazionali.

Atto a cui si riferisce:
Comunicazioni del Governo sugli sviluppi relativi alle missioni internazionali.

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca le comunicazioni del Governo sugli sviluppi relativi alle missioni internazionali.
Saluto il senatore Cantoni, presidente della Commissione difesa del Senato, il presidente della Commissione difesa della Camera onorevole Cirielli, i ministri e tutti i colleghi presenti.
Ringrazio i ministri per la consueta disponibilità a tenere sempre aggiornato il Parlamento su tale materia, in particolare alla luce dell’avvio dell’esame del decreto-legge di proroga per il secondo semestre dell’anno della partecipazione italiana alle missioni internazionali.
Credo di interpretare il sentimento di tutti i colleghi nell’associarci idealmente al minuto di silenzio che l’Assemblea della Camera ha reso ieri alla memoria del caporal maggiore Roberto Marchini, il quarantesimo militare italiano caduto in Afghanistan. La sua perdita si aggiunge a quella del caporal maggiore Gaetano Tuccillo, morto il 2 luglio scorso.


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Prima di dare la parola al Ministro Frattini per la sua relazione, avverto i colleghi che si iscriveranno a parlare che, d’accordo con il presidente Cirielli, intendiamo contingentare i tempi nell’ordine di tre minuti per intervento.
Do la parola al Ministro Frattini.

FRANCO FRATTINI, Ministro degli affari esteri.
Ringrazio il presidente e tutti i colleghi presenti. L’occasione di oggi credo che sia utile in primo luogo per chiarire in modo ancor più preciso anzitutto le motivazioni sulla base delle quali le missioni internazionali dell’Italia si svolgono e l’impegno dei nostri militari e dei nostri civili all’estero si sta dispiegando.
Ovviamente le motivazioni sono proprio quelle che il Presidente della Repubblica e il Governo hanno sempre sottolineato, anche quando – l’ha ricordato il presidente Stefani – come oggi piangiamo un altro caduto italiano.
L’Italia partecipa con i militari e con il personale civile della
cooperazione per corrispondere anzitutto a un interesse nazionale, nel quadro costituzionale di missioni che sono decise dalle Nazioni unite, dalla NATO, dall’Unione europea. È evidente che l’Italia ha in proposito un dovere di serietà, di credibilità e di lealtà. È un dovere cui nelle
relazioni internazionali si può venire meno solamente pagando un altissimo e ingiustificabile prezzo, sotto molti aspetti.
Il primo motivo, quindi, alla base delle missioni internazionali è che la nostra presenza contribuisce alla nostra sicurezza. Le pur opportune riflessioni che stiamo conducendo in Parlamento su come razionalizzare
il nostro sforzo militare all’estero non possono prescindere da questa prima constatazione. Dieci anni dopo l’attentato alle Torri Gemelle, non possiamo non tener conto di come tali minacce siano portate, nella realtà globalizzata in cui viviamo, contro i cittadini e gli interessi italiani, ovunque essi siano. Le frontiere della sicurezza


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internazionale si sono molto allontanate rispetto ai confini
nazionali e questo richiede un impegno a tutto campo, un impegno fuori area, fuori dai tradizionali confini dell’Italia e dell’Europa.
Come sapete bene, è proprio questo alla base del nuovo concetto strategico della NATO. La NATO oggi non limita più le sue azioni di prevenzione e di sicurezza allo spazio continentale europeo, ma opera in taluni casi, anzitutto in Afghanistan, fuori area. Evidentemente il terrorismo, se non è colpito laddove nasce e si alimenta, finisce per
consolidare la propria capacità offensiva e l’obiettivo dei terroristi resta l’attacco al cuore della civiltà occidentale, cioè a noi. Si tratta, quindi, di un motivo di sicurezza innanzitutto.
Vi è poi una seconda ragione, quella a cui accennavo, ossia i doveri cui siamo tenuti in virtù delle alleanze che abbiamo sottoscritto. Questa partecipazione nelle aree di crisi è oggi, lo sappiamo, anche il prisma attraverso cui viene costantemente letta la capacità di un Paese di
rispondere con serietà agli imperativi di stabilità e di sicurezza che la comunità internazionale deve fronteggiare.
L’Italia è e rimarrà un partner credibile e affidabile, attento a
che le decisioni sovrane prese dal Parlamento vengano applicate in un quadro di collaborazione internazionale coerente con l’azione delle nostre alleanze di riferimento. Così è stato finora e credo che debba continuare a essere.
Vi è un terzo punto da non dimenticare: grazie alla serietà, alla professionalità e alla dedizione dei nostri contingenti militari e dei nostri operatori civili, il cui elevatissimo contributo è unanimemente apprezzato, l’Italia acquisisce anche, come Paese, vantaggi politici in termini di prestigio e di influenza, con ricadute positive per il nostro Paese. Devo


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affermarlo con grande chiarezza: chi con la bandiera italiana porta nel mondo un contributo alla pace e alla stabilità è parte di
quell’Italia migliore di cui dobbiamo essere fieri.
Colgo l’occasione proprio in questo giorno per rilevare che siamo ancora
una volta fieri dell’operato di un altro caduto italiano, il primo
caporal maggiore Marchini, che ha unito il suo sacrificio a quello di
altri 39 italiani caduti, purtroppo, in Afghanistan per una causa
nobile, quella di accompagnare il popolo afgano verso un futuro di
stabilità e di pace, contribuendo anche in questo modo a rafforzare la
nostra sicurezza, quella dell’Italia e quella dell’Europa.
Vi è poi un quarto motivo, altrettanto importante, per il nostro
intervento a livello internazionale. Si tratta di ragioni geostrategiche
proprie di ogni Paese, in questo caso dell’Italia. È evidente che
l’Italia è un Paese più esposto di altri alle minacce che giungono dalla
sponda meridionale del Mediterraneo e, più in generale, dal Sud-est. È
la geografia in questo caso a dettare un ulteriore argomento forte per
il nostro impegno internazionale.
Come tutti voi sapete, lo scorso 6 luglio il Consiglio supremo di difesa
si è riunito sotto la presidenza del Capo dello Stato e ha delineato
una sintesi tra due esigenze che segnano oggi la riflessione del Governo
sulle missioni: la lealtà agli impegni internazionali e l’opportunità
di procedere, di concerto con le istituzioni internazionali, a ogni
possibile ridefinizione dei nostri contingenti, in un’ottica di
ottimizzazione delle risorse finanziarie disponibili.
Questa sintesi corrisponde al processo virtuoso che il Governo ha
responsabilmente avviato ormai da tempo e che si è concretizzato nel
decreto legge che con il Ministro La Russa abbiamo predisposto,
illustrato al Consiglio dei ministri e poi presentato al Parlamento.


 

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È un impegno, lo ripeto ancora una volta, di serietà che fa leva su
alcuni princìpi cardine. Il primo è il ruolo cruciale del nostro Paese
come contributore e produttore di sicurezza e di stabilità
internazionale; il secondo è la ricerca di rimodulazioni che, concordate
con i partner internazionali, prevedano l’esclusione di ipotesi
unilaterali e tengano conto ovviamente dell’evoluzione del terreno; il
terzo è la valorizzazione della qualità degli interventi rispetto alla
quantità, sottolineando quindi i contributi di primissimo piano
assicurati dai nostri militari e dai nostri operatori civili; il quarto è
l’approfondimento, nell’ambito della cooperazione in materia di
sicurezza e difesa – penso in particolare al quadro europeo – di
possibili economie di scala, di economie strutturali per fronteggiare il
rilevante aumento dei costi.
È un nodo che interessa non solo noi, ma tutti i principali alleati, e
in questo mi auguro che durante la presidenza della Polonia, che abbiamo
fortemente incoraggiato, venga presentato un documento propositivo per
il quadro di difesa europea, che da tempo l’Italia sta sollecitando.
Illustreremo l’azione dell’Italia nei principali teatri di crisi. Mi
soffermerò molto brevemente sugli aspetti politici di questi scenari, e
il Ministro La Russa darà nel suo intervento le valutazioni di propria
competenza.
Per quanto mi riguarda comincerei dalla Libia per dire evidentemente che
il gruppo di contatto sulla Libia, che l’Italia ha presieduto per un
mese e mezzo, sta confermando la validità della linea politica seguita
dall’Italia: protezione dei civili, sostegno umanitario al popolo
libico, sostegno alle legittime aspirazioni di democrazia e libertà nel
rispetto della legalità internazionale e ovviamente nell’ambito di una
missione NATO, che l’Italia si è battuta per ottenere preferendola


 

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di gran lunga a una missione di alcuni singoli Stati, che non avrebbe
corrisposto al quadro tradizionale dell’impegno italiano nelle missioni
internazionali.
Accanto a questa missione della NATO, la comunità internazionale e
quindi le Nazioni unite, l’Europa, l’Unione africana, la Lega araba, i
Paesi che come l’Italia hanno un ruolo di primo piano stanno oggi
operando per favorire il passaggio a una transizione politica in Libia.
Questo è il punto che oggi abbiamo in agenda.
Abbiamo tre presupposti che debbono realizzarsi: in primo luogo, una
fine del conflitto immediata e una prospettiva politica parallela,
collegata all’uscita di scena di Gheddafi, ormai privo di legittimità e
colpito tra l’altro da un mandato di arresto internazionale; in secondo
luogo, l’avvio di un processo di riconciliazione nazionale, per evitare
l’ipotesi di una spartizione della Libia, che veda il ruolo di primo
piano del Consiglio nazionale di transizione (CNT), oggi unico legittimo
rappresentante del proprio popolo; in terzo luogo, il processo di
democratizzazione che includa tutte le istanze regionali, locali e
tribali della società libica.
Ecco allora che dopodomani, al gruppo di contatto che si terrà a
Istanbul, io proporrò alcune riflessioni che si inseriranno nel punto in
agenda che ho appena accennato: come intensificare la pressione sul
regime per accelerarne l’uscita di scena, come rafforzare il ruolo
dell’inviato speciale del Segretario generale dell’ONU, Ministro
al-Khatib, e come garantire che possa svolgere la guida e il
coordinamento delle iniziative negoziali necessari per avviare un
processo politico.
Discuteremo anche del rafforzamento dello status e del sostegno
economico e finanziario al Consiglio nazionale libico. L’Italia lavorerà
affinché venerdì sia adottato un piano politico, si autorizzi l’inviato
del Segretario generale dell’ONU a


 

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formulare alle due parti un’offerta di negoziato, che includa il
cessate il fuoco immediato, la designazione di interlocutori per
ciascuna parte reciprocamente accettabili, la costituzione di un Governo
di transizione panlibico, che apra la strada con tempi certi, anch’essi
da definire in quella sede, ad elezioni libere e democratiche.
Questa realtà su cui stiamo lavorando conforta, tra l’altro, la nostra
decisione di appoggiare gli amici di Bengasi. Con loro siamo in costante
contatto; vi è un rapporto di collaborazione privilegiata e abbiamo
firmato congiuntamente un importante memorandum per il contrasto
ai traffici di esseri umani che include la prospettiva di un’azione
comune per la prevenzione e per l’assistenza nella lotta
all’immigrazione illegale. Questo testimonia quanto il CNT sia pronto ad
agire nel rispetto dei trattati e della legalità internazionale.
Occorre, però, ulteriormente contribuire al rafforzamento del CNT.
Abbiamo condiviso, definendolo a Roma e approvandolo ad Abu Dhabi, un
meccanismo di finanziamento temporaneo che è operativo per fornire i
generi umanitari di cui il CNT ha bisogno per la grande parte del
territorio libico che è oggi sotto il suo controllo. Stiamo studiando a
livello internazionale le modalità tecniche per lo scongelamento dei
beni, che appartengono alla Libia e non al regime. Sotto questo aspetto,
l’Italia ha voluto anticipare i tempi, in linea con la strategia di
soluzioni nazionali realistiche che ho esposto ad Abu Dhabi e che prima
gli Stati Uniti d’America e poi la Francia, la Turchia e altri Paesi
stanno adottando o hanno già adottato. Ecco perché proprio nel decreto
missioni abbiamo introdotto una norma di fondamentale importanza. Essa,
infatti, utilizzerà parte dei beni pubblici libici congelati non come
assetti disponibili, ma come garanzia affinché vi possa essere
l’apertura di linee di credito per il finanziamento di


 

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spese umanitarie per la popolazione libica. A questo scopo, mi sto
adoperando in prima persona e porterò dopodomani a Istanbul
l’indicazione dei gruppi privati italiani, anzitutto bancari e
petroliferi, affinché, in applicazione di questa norma, possano
anticipare forniture indispensabili per la vita quotidiana della
popolazione libica.
Inoltre, un aspetto non indifferente per l’Italia è la conferma, da
parte di chi presumibilmente guiderà almeno la prima fase della
costruzione democratica libica, degli impegni contrattuali e delle
relazioni economiche preesistenti con l’Italia. Questo è un punto molto
importante per rassicurare le molte centinaia di imprese italiane,
grandi, medie e piccole, che hanno in Libia interessi di speciale
rilievo e che il Governo italiano è obbligato a proteggere di fronte
all’incertezza e al rischio di risoluzioni contrattuali che potrebbero
rivelarsi devastanti per i nostri imprenditori.
In questo quadro ancora fluido si sta discutendo anche del giorno dopo,
che sarà al centro dei lavori del gruppo di contatto di Istanbul.
Ovviamente, noi ci avviamo verso la fase post- Gheddafi con attività di
stabilizzazione e di cooperazione. Non si tratta solo di iniziative
umanitarie – su cui permettetemi di dire che l’Italia è sul podio a
livello mondiale per qualità e quantità di interventi umanitari
d’emergenza in questo periodo – ma anche di attività di medio e lungo
periodo, come l’assistenza tecnica per puntellare l’ossatura della nuova
Libia che, come sapete, non ha neanche una Costituzione. Si punta,
quindi, alla creazione di uno Stato, al consolidamento istituzionale, al
controllo delle frontiere, alla formazione dei giovani libici. Su
questo l’Italia si propone come interlocutore privilegiato.
Abbiamo compiuto una missione multinazionale importante, a cui l’Italia ha partecipato con alcuni esperti, che


 

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riferirà su quello che è stato accertato come necessità nel breve,
medio e lungo periodo. Insomma l’Italia vuole giocare un ruolo decisivo
nella Libia di domani, per il ruolo che ci è riconosciuto di conoscenza
del territorio, per la collaborazione che già abbiamo instaurato con le
autorità del CNT e certamente per la fiducia che i libici nutrono nella
nostra volontà di collaborare e di cooperare.
Per questo motivo il decreto missioni ha giustamente riflettuto anche
queste esigenze di accompagnare il processo di riconciliazione nazionale
e di stabilizzazione con alcuni interventi importanti.
Vengo rapidamente al quadro mediorientale, al Libano e alla Siria. È
chiaro che, quando parliamo di Libano, pensiamo al contingente italiano e
alla missione UNIFIL. Essa ha certamente contribuito in modo
determinante a garantire il successo della stabilizzazione dell’area.
Ricordo che l’Italia è stata il Paese ideatore della missione, di cui ha
avuto la guida fino allo scorso anno, per cedere poi,
nell’avvicendamento, il comando alla Spagna.
A livello politico l’Italia sta fortemente sostenendo anche il Tribunale
speciale per il Libano, creato e fortemente voluto per fare piena luce
sull’omicidio dell’ex premier Hariri.
Voi sapete che sono stati consegnati alle autorità libanesi alcuni
mandati di arresto per quattro esponenti di Hezbollah ritenuti
responsabili dei fatti. Noi ci attendiamo che la sentenza contribuirà a
fare giustizia e a porre un argine alle future interferenze esterne in
quel Paese.
La presenza di Hezbollah all’interno del nuovo Governo potrebbe
paradossalmente ridurre i rischi di instabilità in Libano. Un’eventuale
rimodulazione e riduzione del nostro contingente si inquadrerebbe in
questo nuovo scenario di maggiore stabilità e stabilizzazione, che
ancora, peraltro, non


 

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si è realizzata. Evidentemente questa presenza, sia pure rimodulata
sul piano militare, ma rafforzata sul piano civile, deve tener conto di
un quadro regionale.
La crisi in Siria può certamente avere una ripercussione sulla stabilità
del Libano nel prossimo futuro. Abbiamo visto l’ostinazione del
Presidente Assad nel seguire la strada della repressione piuttosto che
delle riforme e abbiamo visto le sanzioni europee che l’Italia ha
chiesto e che altri Paesi hanno sostenuto e che sono state poi decise.
Io credo che, di fronte al tragico bilancio di oltre 1.000 vittime,
10.000 arresti, 12.000 rifugiati verso la Turchia, sia il momento che
anche il Consiglio di sicurezza esprima la propria voce relativamente
alla grande repressione siriana. Chiediamo l’accesso senza condizioni
alle agenzie umanitarie e internazionali, la scarcerazione dei
prigionieri politici, l’avvio di un processo di dialogo nazionale.
Passo brevemente all’Afghanistan, perché ne abbiamo parlato molte volte.
Vi è un piano già deciso dalla NATO, da oggi al 2014, di un progressivo
ridimensionamento della presenza della NATO. Il processo di transizione
sta iniziando. Solo tra pochi giorni, il 20 luglio, esso sarà avviato,
coinvolgendo nel gruppo di testa delle aree dell’Afghanistan interessate
la città di Herat dentro la provincia affidata alla guida del nostro
Paese. Questa è anche un’ulteriore prova dell’eccellente lavoro svolto
dall’Italia e dagli italiani nella provincia di Herat.
Noi ovviamente proseguiremo il nostro impegno, innanzitutto sul piano
della formazione delle forze di sicurezza afgane, della ricostruzione
civile, del rafforzamento istituzionale e socio-economico. A fine anno
terremo la Conferenza sull’Afghanistan, che si svolgerà a Bonn dieci
anni dopo la precedente, un evento che riunirà la comunità
internazionale per fare il punto sulla stabilizzazione del Paese.


 

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In altri termini, onorevoli colleghi, dobbiamo affermare con chiarezza
che ridimensionamento e transizione, che sono già una realtà, non
potranno significare abbandono da parte italiana per la ricostruzione
istituzionale, per la formazione, per la crescita economica e per lo
sviluppo locale, per rendere, quindi, irreversibile, come sta avvenendo
in Iraq, il processo di transizione.
Non vi è oggi il tempo per affrontare a fondo il tema regionale
Afghanistan-Pakistan, ma è evidente che senza una stabilità del Pakistan
sarebbe illusorio pensare a una stabilità duratura dell’Afghanistan.
Dobbiamo, quindi, continuare ad aiutare anche il Pakistan a livello
politico, a livello diplomatico e con la cooperazione economica,
incoraggiando il Paese a continuare in una strada di riconoscimento dei
diritti fondamentali delle persone.
Mi sono battuto personalmente perché il Ministero delle minoranze
religiose pakistano non fosse chiuso dopo l’assassinio del Ministro
Bhatti e apprendo con grande soddisfazione che il presidente del
Pakistan si sarebbe impegnato a ricostituirlo – noi pensiamo ovviamente
innanzitutto ai cristiani del Pakistan – in tempi brevi.
Vi è un altro tema a cui bisogna accennare, quello della pirateria e
della Somalia. Questo tema non si affronta innanzitutto in mare, con le
pur lodevoli iniziative di partecipazione alle operazioni navali, che
sono un elemento importante della strategia internazionale, ma a terra,
affrontando le radici dell’instabilità e della gravissima povertà e
della debolezza istituzionale che affliggono attualmente la Somalia.
Lo si affronta anche, come questo Parlamento ha deciso di fare,
consentendo ai nostri equipaggi e ai navigli italiani di avere a bordo
un’adeguata protezione. Noi sosteniamo il consolidamento del Governo
federale transitorio, diamo aiuti


 

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diretti a quel Governo, il cui collasso porterebbe gli Al-Shabaab, i
terroristi di Al Qaeda in Somalia, a impadronirsi definitivamente dello
Stato. Sarebbe un rischio troppo grave, per il quale i nostri
investimenti finanziari, mi permetto di rilevarlo, sono davvero ben
spesi.
Promuoveremo poi un gruppo internazionale di contatto sulla Somalia e
cercheremo di realizzare un incontro a livello ministeriale. L’Italia e
l’Uganda si stanno adoperando affinché a settembre, a margine
dell’Assemblea generale dell’ONU, tutti gli attori regionali si
riuniscano per fare il punto sulla situazione generale del Corno
d’Africa. Abbiamo chiesto, come sapete, e stiamo fortemente insistendo,
che l’Unione europea nomini con urgenza un rappresentante speciale
dell’Europa per il Corno d’Africa.
In conclusione, svolgo una rapida panoramica sulle motivazioni che hanno
indotto a includere, sempre nei decreti missioni, gli obiettivi di
cooperazione e di aiuto alle popolazioni nelle regioni di crisi.
È una dimensione civile, fondamentale, che definirei un imperativo etico
e un investimento strategico per l’Italia. L’Italia, mi permetto di
osservarlo, ha un valore aggiunto rispetto a molti altri Paesi, perché
militari e civili sono insieme, legati da un obiettivo di stabilità, di
pacificazione, di aiuto alle popolazioni più povere, di prevenzione dei
fenomeni criminali.
Io credo che il contributo dell’attività di cooperazione nelle missioni
sia essenziale. Solo l’8 per cento della spesa complessiva per le
missioni è destinato alle operazioni di cooperazione, ma è un 8 per
cento significativo, una piccola quota che è stata sinora adeguata.
Ovviamente, se fosse aumentata, sarebbe meglio, ma è chiaro che quella
partecipazione, quella


 

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presenza rende evidente come rispetto a molti altri Paesi noi andiamo
sul posto per una missione di pace, di stabilità, per alleviare le
sofferenze della popolazione.
Questa è la motivazione politica su cui mi auguro che il Parlamento converga con una larghissima maggioranza.

PRESIDENTE. Ringraziamo il Ministro Frattini.
Do la parola al Ministro La Russa.

IGNAZIO LA RUSSA, Ministro della difesa.
Grazie, presidente. Ringrazio i presidenti delle Commissioni esteri e
difesa di Camera e Senato, che oggi si riuniscono in seduta comune, per
l’opportunità che ci è stata data di potere riferire sugli sviluppi
relativi alle missioni internazionali.
Come sapete, avremo presto nelle aule parlamentari anche il decreto di
rifinanziamento, ma nell’occasione, anche se non era la ragione per cui
questa riunione si tiene, credo sia corretto fornirvi alcuni elementi
con riferimento alla morte del Primo caporal maggiore Roberto Marchini,
rinnovando il senso di massimo cordoglio espresso dal Ministro Frattini e
da tutti ieri alla Camera e la vicinanza di tutti noi e mia, in
particolare, alla famiglia del caduto.
Cercherò di essere estremamente sintetico, dichiarando e vi dico subito
che il caporal maggiore Marchini è morto per un ordigno improvvisato
(IED) ed è il ventiquattresimo dei nostri militari che perde la vita ad
opera di uno di questi ordigni. Complessivamente il numero dei caduti
durante la missione ISAF in Afghanistan è di quaranta italiani, di cui
trenta sono stati vittime di atti ostili e dieci sono morti per
incidenti, per malattia o per malore. Il numero sicuramente molto
doloroso va comunque rapportato al numero complessivo delle perdite
anche degli altri contingenti, a volte assai più doloroso del nostro. Ma
è difficile fare una graduatoria perché ogni soldato


 

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che perde la vita ha per noi un valore non paragonabile a nient’altro.
Nella giornata del 12 luglio, cioè ieri, nella zona tra Bakwra e Farah
(la rotabile 515) era in movimento una colonna composta da 56 militari
italiani e 30 afgani, con 15 Lince e due altri mezzi (un Cougar e un Buffalo,
che sono quelli che precedono la colonna). Aveva l’obiettivo di
individuare un’area per una nuova base permanente che sarebbe stata
affidata agli afgani. Sottolineo questo fatto perché, come dirò dopo
quando parleremo della condizione delle nostre missioni, è evidente
questa capacità della missione di controllare il territorio in maniera
assai diversa che in passato e di accrescerlo ogni giorno.
L’azione in questa occasione era tesa appunto ad andare a controllare un
territorio tra i più difficili e tra i finora meno controllati, tanto
che dalla base di Farah sono stati costruiti degli accorgimenti come un
pallone con telecamere che individuano la zona che sicuramente ha messo
in difficoltà i terroristi e gli insurgent che in questa zona
stanno operando fortemente per rallentare questa azione di controllo del
territorio. Questo luogo non è distante da quello in cui non molto
tempo fa ha perso la vita un altro militare italiano.
La colonna ha individuato il punto a rischio, ha visto che ci potevano
essere degli IED, ha chiamato la squadra composta anche da unità
cinofile che avrebbe dovuto bonificare l’area, che è arrivata e ha
individuato tre IED. L’unità cinofila andava avanti e il caporal
maggiore Marchini, che era un paracadutista guastatore che seguiva
l’unità cinofila in funzione di copertura militare, è stato comunque
colpito da un’esplosione – si presume di una mina antiuomo, ma non
abbiamo ancora gli elementi per dire con certezza la natura dell’ordigno
esploso – ed è morto sul colpo.


 

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La sua salma arriverà domani mattina e domani pomeriggio vi saranno i
funerali. Rinnovo il dolore, la solidarietà e la vicinanza a tutte le
Forze armate e ai familiari del caporal maggiore Marchini.
Tuttavia, il motivo per cui oggi ci avete chiesto la nostra presenza è
per riferirvi sugli sviluppi relativi a tutte le missioni
internazionali. Credo che l’intervento svolto il Ministro Frattini mi
esima dal dilungarmi molto sulle ragioni generali, anche se qualcosa
vorrei dire.
Innanzitutto vorrei ricordare a tutti che il ruolo italiano ci consente
di essere parte attiva nei consessi in cui si elaborano e si attuano le
scelte più importanti in materia di sicurezza e che hanno riflessi
diretti e concreti sugli interessi nazionali, in termini non solo di
immagine o di prestigio, ma, appunto, di concretezza. Solo con questa
partecipazione possiamo influire sulle scelte della comunità
internazionale il più coerentemente possibile con le nostre attese. Del
resto, abbiamo svolto un ruolo responsabile all’interno delle maggiori
organizzazioni internazionali, dalle quali abbiamo sempre avuto un
apprezzamento molto alto.
In termini di posizionamento del nostro Paese sulla scena mondiale, le
missioni internazionali hanno consentito di svolgere, quindi, un ruolo
importante – come ha detto poc’anzi il Ministro Frattini – ed è indubbio
che le Forze armate ormai costituiscono uno strumento essenziale della
politica estera italiana. Vorrei, però, sottolineare, come Ministro
della difesa, che è altrettanto vero che attraverso la partecipazione
alle missioni internazionali è possibile condividere con i Paesi amici e
alleati lo sforzo per garantire stabilità e sicurezza, inclusa la
difesa dal terrorismo internazionale, con rilevanti ricadute dirette sul
nostro territorio nazionale e indirette per la nazione, anche in
termini di economia delle risorse.


 

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A me piace sempre sottolineare e non mi stanco di ripetere che la
questione delle missioni all’estero non può essere mai inteso come un
problema della difesa. Le missioni non possono e non devono essere
percepite come un onere di uno specifico dicastero. Sono, al contrario,
un impegno che deve essere responsabilmente assunto dal Paese e dalle
sue istituzioni – Governo e Parlamento – nella loro interezza.
Proprio per questo, il Governo nell’approvare il decreto di
finanziamento delle missioni relative al secondo semestre si è mosso in
riferimento a due precisi principi. Il primo è stato continuare ad
assicurare al Paese il mantenimento del ruolo e degli impegni assunti in
ambito internazionale; in caso contrario sarebbe venuta meno la
credibilità e l’affidabilità che ci siamo guadagnati in questi anni,
anche con il contributo di sangue molto oneroso dei nostri militari. Il
secondo principio, alla luce della complessa e difficile situazione
economico-finanziaria internazionale che il nostro Paese è chiamato ad
affrontare, è stato quello di procedere a una revisione e a
un’ottimizzazione del nostro impegno per pervenire a una riduzione
dell’impegno finanziario.
Ci tengo anche qui a precisare che si è trattato di una revisione che
non rappresenta certamente una novità. Infatti, anche in occasione dei
precedenti rinnovi semestrali, ho sempre chiesto e ottenuto dai vertici
militari una costante e attenta valutazione in termini di
costo-efficacia del dimensionamento dei nostri contingenti, che io
stesso ho puntualmente verificato, anche in loco, in funzione
degli obiettivi politico-militari prefissati e di un oculato utilizzo
delle risorse finanziarie. Nelle occasioni precedenti – come mi è stato
ricordato da alcuni – il valore delle missioni aumentava. È ovvio che,
se a livello politico noi decidiamo di partecipare a nuove missioni o di
aumentare il numero dei militari, come è


 

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avvenuto in Afghanistan, il valore aumenta. Ma, questo non vuol dire
che in passato – a parità di missioni – non si siano già realizzate
importanti riduzioni di risorse.
Ad ogni modo, voglio dire che questa volta è stato compiuto il massimo
sforzo, proprio per la peculiarità della situazione generale. Il
bilanciamento tra le due esigenze è stato, dunque, trovato confermando
il nostro impegno e il nostro contributo alle missioni internazionali in
termini qualitativi, senza che si perdesse efficacia anche in termini
quantitativi, nel rispetto degli impegni assunti e procedendo a una
razionalizzazione riduttiva dei contingenti da attuare sempre in accordo
con gli alleati.
Consentitemi di ringraziare i vertici delle Forze armate e tutto lo staff
che ha operato, perché in silenzio e con riservatezza, per settimane,
hanno preparato – certo, su mia indicazione, ma l’hanno preparato loro –
un piano che riuscisse a bilanciare questi due princìpi, cioè a far
costare meno all’Italia le missioni senza venir meno di una sola virgola
agli impegni assunti a livello internazionale, senza rinunciare al
principio together in, together out e, soprattutto, senza diminuire, anzi accrescendo ulteriormente, le risorse destinate alla sicurezza dei militari.
Perché su questo credo che nessuno di noi voglia transigere. Si può
discutere, sotto qualunque forma, del numero delle missioni, delle
modalità, delle risorse, ma se le missioni ci sono allora le risorse
destinate alla sicurezza dei militari non solo non debbono diminuire ma,
come è avvenuto anche in questo decreto-legge, sia pure marginalmente,
debbono aumentare per fare fronte alle nuove possibilità che offre la
tecnologia di migliorare gli equipaggiamenti e tutto ciò che attiene
alla sicurezza dei militari.


 

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I numeri parlano chiaro: noi passeremo da 9.250 militari, comprendenti
quelli impiegati nei mesi di massimo impegno operativo per le operazioni
in Libia, per un onere complessivo per il primo semestre 2011, riferito
solo alla Difesa, di 803 milioni di euro, a una presenza media di circa
7.000 militari nel secondo semestre, in perfetta attuazione
dell’articolo 9 del decreto-legge, che determina una riduzione di almeno
2.070 unità, con un onere complessivo, a fronte degli 803 milioni di
euro del primo semestre, di 694 milioni di euro per l’intero secondo
semestre, con una riduzione che voi stessi potete verificare essere
intorno ai 110 milioni di euro.
È un risultato che si è potuto conseguire – ve lo dico senza leggere la
nota scritta – attraverso dei meccanismi che non hanno intaccato
l’operatività e l’efficacia della nostra azione, né tanto meno fatto
venir meno gli impegni. In particolare – lo dico a memoria, ma poi
leggerò se dimentico qualcosa – abbiamo ritenuto non fosse più
necessario in Libia mantenere l’impiego della nave Garibaldi, necessaria nella prima fase perché allora l’operazione no fly zone non aveva annullato la minaccia aerea di Gheddafi; venuta meno questa minaccia aerea e completata l’operazione no fly zone
(adesso noi interveniamo per contrastare le forze di Gheddafi che via
terra possono creare minaccia ai cittadini) non è stato più necessario
mantenere la nave Garibaldi, che viene sostituita da una nave più
piccola. Questo comporta una forte riduzione sia in termini di uomini
sia in termini di risorse in assoluto.
Abbiamo inoltre potuto ridurre il numero degli uomini nelle varie
missioni minori (se volete, dopo le elencherò). Abbiamo ridotto, in
accordo con l’organismo internazionale da cui dipende, la missione nei
Balcani, che da 600 uomini passerà, entro la fine del 2012, a poco più
di 300 uomini. Abbiamo immaginato di ridurre di 700 uomini la nostra


 

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missione in Libano, che è composta oggi da 1.800 uomini, subordinando
naturalmente all’accordo con l’ONU, che per ora è solo informale, ma
che nel decreto-legge abbiamo già previsto come effettivo, portando la
forza del nostro contingente a livello identico a quello spagnolo che ne
ha il comando. Ci siamo assicurati prima, in via del tutto informale,
che dal punto di vista militare questo non costituisca un venir meno
dell’efficacia della missione.
Peraltro, i nostri soldati possono essere sostituiti da altri
contingenti. Vi riferisco una notizia che non viene mai data: l’ONU
conferisce dei rimborsi per questa missione; il rimborso nel nostro caso
costituisce il 30 per cento, mentre per altri Paesi (dell’Africa, per
esempio) copre quasi interamente e a volte integralmente, e per altri
ancora più che integralmente il costo della partecipazione. Non è
difficile, dunque, farsi sostituire, tenuto conto che alcuni Paesi già
partecipano con buoni risultati. Deciderà poi l’ONU se vorrà fare così:
noi l’abbiamo aiutata prendendo contatti con alcuni di questi Paesi, ma
la decisione è dell’ONU, che può anche immaginare di ridurre il numero
del contingente in relazione ai successi conseguiti sul territorio.
Non abbiamo toccato di un solo uomo la composizione del contingente in
Afghanistan, e anzi abbiamo aumentato di 15 milioni di euro le risorse
destinate prevalentemente a nuove misure ed equipaggiamenti, che
garantiscono maggior sicurezza ai militari in Afghanistan e anche nelle
altre missioni.
Per quanto riguarda la forza militare che l’Italia oggi ha in
Afghanistan, mi fermo riguardo a quanto abbiamo fatto per determinare
l’abbassamento di risorse che vi ho appena detto, confermandovi di aver
parlato con il ministro inglese e con il responsabile della NATO, che
non hanno rilevato nulla di


 

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anomalo nella nostra manovra, perché tutti gli impegni vengono
rispettati e le riduzioni sono solo in funzione – voglio dirlo con
chiarezza – dei risultati raggiunti.
Questo avviene in Libia, nei Balcani, nelle missioni minori e anche in
Libano, dove è cambiato il fatto che non siamo più al comando, anche se
lì la situazione rimane statica dal punto di vista politico-militare.
Tornando all’Afghanistan, il Presidente Obama ha detto, e io non posso
che concordare, che la situazione è di generale miglioramento. Questo
non vuol dire che non vi siano pericoli, anzi come dicevo prima i
pericoli possono localmente anche accrescersi in determinante zone. Dove
andiamo a conquistare nuovi spazi, nuovi territori ci può essere, anzi
c’è, un tentativo forte di impedire che questo avvenga sul piano
militare ma anche sul piano psicologico.
Riteniamo che uno degli obiettivi dei terroristi e degli insorti non sia
tanto quello di infliggere un danno tattico e strategico alla forza
militare, quanto di indurre l’opinione pubblica attraverso un’azione
terroristica che ha colpito per l’Italia trenta uomini (sono trenta
morti dolorose) a fare pressioni per farci interrompere, proprio quando
lo stiamo completando, un lavoro che è costato fatica, lavoro, lutti.
Si tratta quindi di un effetto psicologico a cui rispondo dicendo che
proprio in queste occasioni non bisogna a mio avviso mettere in
discussione gli obiettivi e le ragioni della missione. Vi sono luoghi
deputati (questo è uno di quelli), ma non cadrò nella trappola, ogni
volta che drammaticamente dovessero verificarsi lutti, di fare il gioco
dei terroristi facendo conseguire a un lutto la possibilità di mettere
in discussione le ragioni della nostra presenza nelle missioni.
Se quelle ci sono, vengono discusse a prescindere, sapendo che i nostri militari lì corrono dei rischi che loro accettano.


 

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Non consento che si dica che i nostri ragazzi sono contenti
allorquando decidiamo di rimpatriarli: i nostri ragazzi sono contenti di
svolgere bene il loro lavoro, accettano i rischi e certo ritornano
volentieri alle loro famiglie, ma dopo aver compiuto fino in fondo il
loro dovere. Parlate con loro: a chi – non solo della maggioranza, ma
anche dell’opposizione – è capitato di avere l’onore e la fortuna di
stare per qualche ora o per qualche giorno insieme a loro, questo
convincimento è apparso così chiaro, così ineluttabile da non poter
essere messo da alcuno mai in discussione.
La progressiva assunzione di responsabilità da parte afgana nel campo
della sicurezza ci dovrebbe consentire come pianificato di avviare a
partire dal 2012 la rimodulazione del nostro contingente, per giungere
verosimilmente nel 2014, in coincidenza con la piena assunzione di
responsabilità della sicurezza da parte delle autorità afgane, al
disimpegno delle componenti di prima linea dei nostri contingenti.
Ricordo che a oggi noi contribuiamo con 4.200 unità e che di queste
circa 600 sono addestratori. Non pensiamo che nel 2014 abbandoneremo
l’Afghanistan, ma non saremo più in prima linea. Potremo semmai essere a
fianco degli afgani in funzioni di addestramento o di aiuto in altre
forme.
È di tutta evidenza che il processo di revisione potrà avvenire e
avverrà anche in questo caso solo in ragione degli obiettivi raggiunti
dalla coalizione e dalla situazione sul terreno, fermo restando il
vincolo irrinunciabile della salvaguardia della sicurezza dei nostri
soldati.
Noi pensiamo di potere rispettare questa tempistica. Non a caso, l’unica
voce in aumento, lo ripeto, è proprio quella sull’Afghanistan, perché
sappiamo che per rispettare quella tempistica bisognerà continuare a
essere presenti.


 

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Si è molto parlato del ritiro di uomini di altri contingenti, non già
avvenuto, programmato. Avverrà dal 2012. Giunge, per esempio, un segnale
importante dai partner statunitensi, britannici e francesi. Gli
Stati Uniti hanno annunciato il ritiro di 10.000 uomini entro la fine di
quest’anno e di altri 23.000 entro il settembre del 2012. I britannici e
i francesi hanno seguito con analoghi annunci, ma con aliquote
naturalmente molto più ridotte.
Voglio che sia ben chiaro, però, di cosa stiamo parlando. Dopo questi
ritiri, per un totale di 33.000 uomini, gli Stati Uniti alla fine del
2012 avranno un contingente di circa 68.000 uomini, cioè il doppio di
quando Obama si insediò alla Casa bianca.
Anche noi immaginiamo un graduale rientro. Non è ancora oggi il momento
di graduarlo, perché vogliamo verificare la situazione sul terreno,
trattandosi di numeri molto più piccoli. Credo che in questa occasione
non serva fissare scadenze che possano magari incoraggiare, essendo il
nostro un contingente più piccolo e avendo noi la responsabilità da soli
di un’area, ma dire da stabilire che dal 2014 il nostro impegno è di
arrivare, compatibilmente con i risultati raggiunti, ad aver zero uomini
in prima linea.
Mi pare che sull’Afghanistan vi abbia ragguagliato abbastanza e vorrei,
quindi, accennare alla Libia. A oggi 11 nazioni partecipano con proprie
forze navali all’embargo. Sono 16, invece, le nazioni che contribuiscono
con un totale di 200 aerei, ad ala fissa e rotante, alle operazioni
aeree. Fra questi ci sono anche quattro Paesi non NATO (Svezia e tre
Paesi arabi: Emirati Arabi, Qatar e Giordania) la cui partecipazione,
come è evidente, ha un rilievo notevole.
L’Italia in particolare ha concesso in uso sette basi aeree per il rischieramento degli aerei dei Paesi partner e la


 

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necessaria assistenza logistica per la condotta delle operazioni. I
nostri velivoli sono impiegati nella campagna aerea sia per
l’imposizione della no fly zone, sia per la neutralizzazione
delle capacità militari ostili che rappresentino una minaccia per i
civili in piena aderenza col mandato delle Nazioni unite.
Una volta neutralizzato il potenziale aereo del regime di Gheddafi, cosa
già avvenuta, si è passati a contrastarne le capacità offensive sul
terreno, adottando tutte le cautele possibili nella pianificazione e
nella condotta delle operazioni, impiegando armamenti di estrema
precisione ed evitando di condurre attacchi, se non con la ragionevole
certezza di ridurre pressoché a zero il rischio di danni collaterali.
Vi ricordo che l’unica piccola condizione che abbiamo posto, che per me è
grande e che io stesso ho voluto, è quella di avere un nostro ufficiale
nel comando che possa alzare un cartellino rosso e decidere che a una
data operazione, assolutamente legittima, noi italiani preferiamo, in
ottemperanza al mandato avuto dal Parlamento, non partecipare, perché il
rischio di danni collaterali, anche se marginale, per noi supera il
livello che vogliamo accettare.
È già capitato più di una volta e, anche se non voglio fornire ulteriori
informazioni al riguardo, in un’occasione avevamo visto giusto, perché
danni collaterali purtroppo ci sono stati senza la nostra
partecipazione.
A me preme sottolineare che, grazie a ciò che abbiamo fatto e che stiamo
facendo in Libia, gran parte della popolazione libica è oggi
sostanzialmente al sicuro in aree non toccate dagli scontri, proprio
grazie all’azione della NATO. Si può ritenere che, in assenza
dell’intervento militare internazionale, i principali centri urbani
della Cirenaica, Bengasi, Derna e Tobruk,


 

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sarebbero stati coinvolti direttamente dall’azione delle forze
governative, mentre la città di Misurata sarebbe stata sottoposta ad
azioni ben più devastanti.
L’azione della coalizione ha circoscritto le aree teatro degli scontri e
ha contenuto il livello di violenza, distruzione e conseguenza per la
popolazione civile. Non solo abbiamo impedito veri e propri massacri, ma
abbiamo anche lasciato immuni dagli scontri alcune città, paesi e
villaggi. È evidente – vi prego di prestare grande attenzione a questa
parte – che una diversa evoluzione della crisi si sarebbe, a mio avviso,
riverberata pesantemente sulla popolazione, provocando con tutta
probabilità un esodo verso le nostre coste ben più massiccio di quello
che abbiamo dovuto fronteggiare.
Non è, quindi, esatto affermare che è la presenza della missione
internazionale a causare flussi migratori o di rifugiati. A mio avviso, è
esattamente il contrario. Se non ci fosse stata la guerra civile in
Libia, non ci sarebbero stati, ma, una volta in corso la guerra, se non
fossimo intervenuti, gli sfollati provocati dall’azione di Gheddafi
sarebbero stati in numero dieci volte superiore.
Noi dobbiamo essere pronti a ottemperare all’impegno assunto. Ricordo
che l’impegno della NATO ha come scadenza il 30 settembre 2011 e che noi
a quella data abbiamo commisurato le risorse necessarie, facendole
passare da circa 134 milioni a 60 milioni soltanto. È uno dei motivi per
cui rinnovo veramente il ringraziamento alle Forze armate per il piano
di ridimensionamento compatibile con le esigenze. Molto, naturalmente, è
dovuto al ritiro della nave Garibaldi.
Io penso che noi dobbiamo prepararci anche a una fase post-conflittuale.
Non possiamo immaginare che anche nella fase post-conflittuale l’Italia
non sia a fianco dell’ONU e delle organizzazioni regionali responsabili
proprio per orientare


 

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l’evoluzione a tutela degli interessi nazionali. Credo che il Ministro Frattini vi abbia dato al riguardo ampie indicazioni.
Dal punto di vista operativo, poiché sulla Garibaldi erano
impegnati tre aerei – voglio fornirvi anche questa informazione – e quei
tre aerei non svolgeranno più missioni, abbiamo assicurato alla NATO
che le missioni che svolgevano tali aerei potranno essere svolte, senza
aumento di velivoli, dagli aerei che sono nelle basi, sostituendo
eventualmente quelli che non servono più per la no fly zone con aerei adatti e più flessibili agli impieghi che prima erano riservati agli aerei sulle navi.
Non abbiamo ridimensionato, dunque, il nostro impiego, ma in termini di
costi da 134 milioni siamo passati a 60, con una diminuzione di circa
900 marinai.
Sul Libano si è già parlato molto, ne ho accennato anche prima e,
quindi, mi pare che la rilevanza strategica non sia venuta meno. L’ONU
continua a rimpiangere il nostro comando UNIFIL e a chiedere che il
prossimo sia di nuovo italiano. Ci penseremo, oppure accetteremo, come
hanno fatto gli spagnoli, ma senza che ciò comporti o possa comportare,
ve l’anticipo adesso nella mia valutazione, un aumento di risorse. In
proposito vi avevo già anticipato la nostra previsione, da confermare
con l’organizzazione internazionale, di riduzione di uomini.
Dei Balcani vi ho detto. In Iraq ritireremo tredici unità dalla Training Mission,
abbiamo ritirato unità dalla Georgia, dal Congo (vi erano quattro
unità, oggi non ce ne sono più); in Uganda continua la missione
dell’Unione europea di addestramento delle forze di sicurezza.
Abbiamo ritirato una nave dalla missione Active Endeavour perché
in questo momento una nave che fa azione antiterrorismo, con tutte le
navi che ci sono nel Mediterraneo, non serve assolutamente.


 

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Voglio darvi una notizia che riguarda l’antipirateria. Come sapete, ora
agli armatori è consentito di imbarcare sulle navi o militari o anche contractor
delle polizie private per garantire la sicurezza; questo comporterà, mi
auguro, anche una diminuzione delle risorse necessarie a un controllo
generale. Mi complimento per il vostro lavoro, di Camera e Senato, per
questa importante innovazione.
Signori presidenti, onorevoli senatori, onorevoli colleghi, nel
concludere voglio cogliere l’occasione per rinnovare nei confronti dei
nostri militari tutto l’apprezzamento del Governo e mio personale, nel
fermo convincimento dell’importanza dell’impegno dei nostri militari in
tutti i teatri operativi a sostegno degli interessi del Paese, per
contribuire al mantenimento della stabilità, della sicurezza e della
pace.
Spero di essere stato esauriente. Rimango ovviamente a vostra disposizione per ogni ulteriore chiarimento. Grazie.

PRESIDENTE. Grazie a lei, onorevole Ministro.
Colleghi, vi prego di tenere in considerazione i tempi che di comune
accordo abbiamo stabilito, cioè tre minuti per intervento.
Prioritariamente darò la parola a un componente per gruppo e poi, a
seguire, in base all’ordine di iscrizione.
Do la parola ai colleghi che intendono intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

FRANCESCO TEMPESTINI.
Naturalmente nelle prossime occasioni dovremo organizzare meglio i
nostri lavori. Io ho aderito alla proposta del presidente di stabilire
un tempo di tre minuti, ma naturalmente bisognerà valutare la
proporzione tra gli interventi dei parlamentari e quelli del Governo,
altrimenti non riusciamo a garantire un minimo di equilibrio, in questa
sede, tra le due parti, come credo invece sia utile e necessario che
accada.


 

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Prendo atto dell’ordinato e composto argomentare dei due ministri, i
quali ci hanno fatto un po’ dimenticare le polemiche delle settimane
scorse, all’interno del Governo, sulle missioni, anche se naturalmente
qualche diplomatico assaggio di questi contrasti lo abbiamo potuto
cogliere tutti dal dialogo serrato tra il Ministro La Russa e il non
presente ma evocato Ministro Maroni sulla questione dell’utilità della
missione in Libia per ridurre il numero di possibili rifugiati da quel
Paese in Italia.
Al di là di ogni coloritura polemica, anche se tenuta sotto tono, penso
che questo argomentare comunque risponda anche a qualcosa di più, a una
positiva influenza – non scopriamo niente di particolare, perché è
pubblica, ed è un elemento che è utile sottolineare – che nel corso di
queste settimane e di questi mesi il Presidente della Repubblica ha
esercitato per rendere costruttivo, innanzitutto nella maggioranza, il
clima nel quale queste discussioni e questi approfondimenti si
svolgevano. Questo è un elemento di cui dobbiamo dare atto al Presidente
della Repubblica. Ci sarebbe tanto da dire sul merito, ma mi fermo
perché i tre minuti sono una tagliola per me come per tutti.
Quello che mi sembra mancare nella disamina dei due ministri – so che
potrei avere una risposta anche a questo, ma voglio dirlo senza polemica
– è il complesso delle novità che si sono determinate nei grandi
scacchieri internazionali, nei quali peraltro siamo impegnati. Penso che
un riferimento a ciò che è accaduto e sta accadendo nel Mediterraneo
vada fatto, perché non è senza influenza sulle missioni nelle quali
siamo impegnati in Libia e Libano lo sviluppo di ciò che accadrà nel
rapporto tra Israele e Palestina. Siamo in una fase diplomaticamente
assai importante e ci auguriamo che il negoziato possa fare un passo
avanti almeno su alcuni punti principali, sulla linea dei due Stati e
due popoli.


 

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Abbiamo una scadenza, quella di settembre alle Nazioni Unite, che non
potrà non essere guardata come un punto di snodo della situazione non
solo mediorientale, ma in generale in tutto il Mediterraneo.
Da questo punto di vista, il Governo risolve la questione libica dicendo
che entro settembre c’è una scadenza NATO e quindi entro settembre
questa missione deve giungere a conclusione. Sappiamo però che questa
scadenza NATO lascia un punto interrogativo aperto. Noi ci auguriamo
come tutti che in queste settimane, in questo tempo residuo la
trattativa vada avanti. Vorremmo sapere qualcosa di più dal ministro –
non c’è nulla di recondito o di polemico – perché sulla stampa c’è una
forte accentuazione dell’iniziativa francese, di una Francia che come
sappiamo ha giocato un ruolo tutto particolare che non ci appartiene.
La Francia oggi sarebbe la prima a intestarsi una trattativa avanzata
con Gheddafi e con il suo Governo, per cui vorremmo sapere qualcosa di
più e come questa iniziativa si collochi dentro il contesto, che
peraltro noi condividiamo, di un rapporto con il CNT per rafforzarlo
come elemento basilare per la decisiva fase di riconciliazione
nazionale, alla quale ci auguriamo di giungere al più presto.
Questo rafforzamento del ruolo del CNT porta con sé l’altro dato di
un’attiva iniziativa italiana per la successiva fase di transizione. Il
ministro ha detto alcune cose, ma vorremmo sapere qualcosa di più,
perché notizie di stampa hanno evidenziato la presenza di un gruppo
franco-libico, per riscrivere la Costituzione. Vorremmo sapere se siano
solo notizie giornalistiche.
Anche questo rientra nel modo con cui la presenza italiana, stando
dentro all’iniziativa NATO e rispettandone la filosofia, lavora per
accelerare l’avvio della fase di transizione.


 

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Mi limito a esprimere un’ultima considerazione: ben diverso è lo
scenario internazionale che riguarda l’Afghanistan. Siamo stretti dentro
le considerazioni sulle scadenze, ma il ministro ci ha fatto un accenno
troppo rapido e troppo sintetico su ciò che sta accadendo per esempio
nei rapporti americano-pakistani. La questione delle prospettive per la
stabilizzazione apre molte incognite, per cui vorremmo un dibattito più
approfondito, che non mette certo in discussione ciò che stiamo facendo
in Afghanistan. Del resto, anche il décalage ha un suo senso.
Tuttavia, il contesto politico nel quale tutto ciò accade solleva molte
perplessità e molti dubbi, per cui credo ci si debba richiamare a
un’iniziativa coerente.

ROBERTO ANTONIONE. Vorrei ringraziare i ministri che ci hanno presentato una relazione molto precisa e puntuale.
Devo dire che ho ascoltato con una certa perplessità alcune affermazioni
del collega Tempestini che, da una parte, accusa i ministri di aver
parlato troppo a lungo e, dall’altra, di non aver toccato o approfondito
alcuni argomenti. Ecco, è del tutto evidente che oggi ci occupiamo del
decreto legge. Questo è il punto all’ordine del giorno, all’interno del
quale la posizione del Governo emerge con chiarezza. Pertanto, anche le
polemiche – che, come sappiamo, qualche volta sono strumentalmente
spinte dai mezzi di informazione – lasciano il tempo che trovano.
Mi riconosco perfettamente nelle vostre relazioni. Certamente le
motivazioni generali che sostengono questo decreto sono quelle che da
sempre caratterizzano la politica estera del nostro Paese e quindi
ricalcano la nostra tradizionale posizione. Peraltro, lo sono ancora di
più in questi momenti in cui – com’è stato ricordato giustamente – dare
segnali in controtendenza


 

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comporterebbe certamente cadere nella trappola costruita ad arte
proprio per fare leva sull’emotività insita in certe situazioni.
Rispetto a questi temi, nel poco tempo a mia disposizione, vorrei
accennare una riflessione che funga da stimolo per il Ministro Frattini,
anche se non ne ha certamente bisogno. Credo, infatti, che sulla
questione dei Balcani dovremmo fare qualche ulteriore considerazione a
livello europeo, anche alla luce degli ultimi accadimenti. Per fortuna,
la situazione della Croazia sembra migliorata molto e la possibilità che
questo Paese entri nell’Unione europea, con una data certa, è un
elemento ulteriore di stabilizzazione. Peraltro, anche la Serbia ha
fatto dei passi avanti notevoli. Quindi, anche su questo versante – che
oggi, forse, è trascurato proprio perché i risultati che abbiamo
ottenuto sono molto positivi – sembra possibile potersi concentrare su
una soluzione che determini non solo il dimezzamento della nostra
presenza, ma in qualche modo la fuoriuscita complessiva dei nostri
militari. Ciò potrebbe aiutarci ad avere strumenti e uomini da
utilizzare in altri scenari.
È chiaro, però, che questo processo va intrapreso all’interno del
contesto internazionale, in particolare dell’Unione europea. In questo
senso, la nostra azione, che è sempre stata molto puntuale e precisa,
potrebbe aiutarci anche a dare un contributo maggiore.

FABIO EVANGELISTI. L’onorevole
Tempestini non ha certo bisogno di difese d’ufficio. Nondimeno,
onorevole Antonione, vorrei fare un’annotazione di metodo. Infatti, si
può parlare molto senza dire niente; non è necessario avere tanto tempo a
disposizione.


 

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Dalle relazioni proposte – per le quali ringrazio i ministri – emerge un
ruolo marginale della nostra politica estera. Insomma, siamo più
comparse che protagonisti.
Ecco, su questo aspetto vorrei citare alcuni riferimenti precisi. Il 6
maggio il Ministro Frattini sosteneva che in tre o quattro settimane, un
mese al massimo, la partita con Gheddafi sarebbe stata chiusa. Ebbene,
oggi siamo ancora qui e c’è qualcuno che dopo averci anticipato con le
bombe, ci anticipa con la politica. Infatti, mentre noi magnifichiamo le
progressive sorti della vicenda NATO, qualcuno – mi riferisco a Sarkozy
– sta prendendo l’iniziativa di interloquire direttamente con Gheddafi
per cercare una soluzione politica, in linea con il mandato dell’ONU che
prevedeva prima di tutto il cessate il fuoco e un’azione di protezione.
Vorrei sottolineare un altro aspetto. Come gruppo, come forza politica,
ma anche personalmente, sapete che non abbiamo votato gli ultimi
decreti, il rifinanziamento delle ultime missioni. Però, francamente, fa
un po’ specie sentire parlare oggi di una riduzione delle nostre
missioni per problemi di soldi, di budget. Se era vero che erano una missioni di pace, missioni per la democrazia, come affermava un fortunato slogan,
ci sono cose che non hanno prezzo. La democrazia e la pace non
dovrebbero avere prezzo e, invece, siamo a questo punto. Evidentemente
il calcolo costo-beneficio viene svolto con riferimento ad altri valori
di fondo che non siano la democrazia e la pace.
Capisco anche che siamo in una situazione politica del tutto
particolare. Ci sono accenti diversi dentro la stessa compagine di
Governo, siamo alle prese con una manovra molto impegnativa dal punto di
vista economico-finanziario e, quindi, neanche le missioni potevano
uscire indenni da questo tipo di riferimento. Tuttavia, è davvero un
ragionamento sui generis.


 

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Chiudo con il riferimento alla pirateria in mare. Nei giorni scorsi io
stesso ho presentato un’interrogazione in Commissione da cui è emersa
una situazione imbarazzante.
Noi abbiamo abdicato al nostro ruolo. Avevamo una nave della classe
Maestrale – gli esperti spiegheranno meglio di che cosa si tratta – per
cercare di salvaguardare la vita di alcuni nostri connazionali che sono
stati rapiti. Abbiamo appreso che l’armatore, attraverso la mediazione
di uno studio professionale inglese, portava avanti le trattative a
terra, come ha ricordato il Ministro Frattini.
Forse sarebbe il caso che tornassimo ad avere una nostra presenza, una
nostra azione e non abdicassimo al nostro compito. Il fatto che le
protezioni a bordo siano pagate dagli stessi armatori non è proprio il
migliore dei biglietti da visita per un’iniziativa politica e per la
stessa azione di difesa.

GIOVANNI TORRI. Saluto i ministri e ringrazio per le relazioni.
Vorrei partire dal discorso del decreto missioni. Io sono convinto che
sia stato compiuto un passo avanti e che quanto è stato deciso nel
Consiglio dei ministri venga assolutamente incontro alle esigenze che
anche il mio Gruppo politico ha posto, ma ciò non ci esime dallo
svolgere alcune riflessioni.
Sulla Somalia, ha ragione il Ministro La Russa, si è lavorato bene al
Senato, contribuendo a svolgere un ragionamento serio. Ciò, però, non ci
esime dal fatto, come abbiamo indicato anche noi, di chiedere alla
Farnesina di lavorare molto sul discorso del tribunale internazionale,
impresa difficile e ardua, ma secondo noi importante.
Sull’Afghanistan anch’io mi unisco al cordoglio per l’ennesima vittima.
Credo che dobbiamo svolgere un ragionamento serio. È vero che ci
dobbiamo assumere la responsabilità. Non è agevole stabilire che veniamo
via, dopo tutto quello che è


 

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stato fatto, però dobbiamo essere anche molto onesti. Dobbiamo fare
in modo che chi governa quella nazione, ossia Karzai, si assuma tutte le
responsabilità della transizione, lavorando anche lui alacremente. Lo
possiamo aiutare per un po’, ma non per un tempo infinito.
Credo che si debba svolgere un ragionamento di approfondimento serio
anche su un’altra questione. Quando sono stato a un recente seminario
dell’Assemblea parlamentare della NATO, ho ascoltato alcune persone,
nella fattispecie l’onorevole Boucheron, affermare che la Francia,
rimanendo in Afghanistan, avrebbe problemi a giustificare i morti. Io
credo che non sia propriamente così, che per la democrazia ci sia sempre
una giustificazione se succede un incidente. Credo che noi dobbiamo
essere estremamente chiari e che dobbiamo fare in modo di avere tempi
più certi.
La morte di Bin Laden non ha chiuso il problema. È morto un tiranno, un
matto, ma non abbiamo sconfitto definitivamente la logica di Al Qaeda.
Credo che in tale Paese non ci sia solo Al Qaeda, ma che ci sia anche il
problema dei talebani.
Credo, però, che vada svolto un ragionamento di tempistica. Se il
Governo non funziona, e Karzai è sempre stato molto criticato, io spero
che riesca a mettere una famosa marcia in più per andare meglio,
altrimenti si può verificare veramente che diverse nazioni, e non solo
l’Italia, si spazientiscano.
Sulla Libia noi siamo stati chiari. Ho letto su un giornale che il
Presidente del Consiglio sostiene che non ci voleva andare. Io ero il
senatore che è uscito dall’aula prima del voto sulla risoluzione
relativa alla risoluzione 1973 dell’ONU. Noi siamo stati chiari e già
all’inizio sostenevamo che forse c’era la logica della NATO. Poi siamo
andati avanti e siamo arrivati a oggi. Il problema qual è? Dobbiamo
essere onesti con noi stessi.


 

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Come l’onorevole Parisi, vengo anch’io da un seminario sul Mediterraneo
in cui un generale americano ci spiegato che probabilmente non tutti
hanno capito la situazione, anche a livello visivo. Molta gente è
convinta che noi siamo sul posto per far svolgere la transizione
governativa dal regime di Gheddafi agli altri, ma il mandato NATO non è
quello. Ci chiede di essere a tutela dei cittadini e della sovranità dei
cittadini, che è un’altra questione. Prendo atto del fatto che adesso
noi cerchiamo di svolgere una buona operazione e abbiamo diminuito le
spese, ma deve essere chiaro anche questo punto.
Credo purtroppo che la Libia, essendo un Paese tribale, non sia facile
da gestire, ma credo anche che dobbiamo svolgere un ragionamento molto
più ampio e molto diplomatico, più che di bombardamento.
Caro Ministro Frattini, forse la diplomazia deve portare a termine una
logica di transizione. Sono preoccupato quando lei riferisce che noi
dovremmo essere vicini a quelli che forse effettueranno la transizione.
Il «forse» mi lascia un po’ preoccupato. Speriamo che siano quelli che
effettuano la transizione, perché dopo questi mesi siamo ancora un po’
in blocco.
Passo all’ultima analisi. Poiché noi stiamo esaminando la manovra,
stamattina in Commissione ne abbiamo parlato anche noi. I tagli alla
difesa vengono purtroppo effettuati anche stavolta. Io credo che sia un
valore aggiunto quello delle missioni, però bisogna essere onesti. Se
noi siamo la settima potenza mondiale, non possiamo andare in giro per
il mondo a fare i primi della classe nelle missioni, quando qualcuno che
è più avanti di noi ha molti meno uomini e si impegna molto meno. Credo
che i francesi spesso e volentieri siano bravi solo a mettere il
cappello.


 

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Non mi è piaciuto l’atteggiamento, e non credo sia un parallelismo
giusto, caro Ministro La Russa, relativo al numero degli americani.
L’America è l’America e l’Italia è l’Italia. Non è facile compiere un
parallelismo. Credo, però, che con serietà, se noi abbiamo sottoscritto
accordi internazionali e la nostra nazione è nella NATO, dobbiamo tenere
fede ad alcune questioni, ma anche chiarire che alcune situazioni, per
un motivo economico, non sono sostenibili. È vero che la democrazia ha
dei costi ma non si può lasciar fallire uno Stato, come è accaduto alla
Grecia, perché vogliamo essere sempre i primi della classe, quando forse
non è il caso.

FRANCESCO BOSI. Mi associo alle
espressioni di cordoglio usate dal Ministro La Russa per il caporal
maggiore Marchini e all’encomio alle nostre Forze armate per ciò che
rappresentano, tanto nelle missioni, quanto nell’immagine positiva che
danno dell’Italia.
Magari su questo fronte ci sarà occasione di riparlarne. Mi ha un po’
preoccupato il calo progressivo in rapporto al PIL di quanto noi
impegniamo per la difesa, soprattutto andando a colpire spese di
esercizio che stressano notevolmente le nostre Forze armate e producono
spreco. Quando interi settori vengono tenuti fermi, si tratta di
sprechi, a fronte dei quali c’è una diminuzione della funzionalità delle
Forze armate.
È chiaro che il momento induce a esigenze di contenimento della spesa,
però si dovrebbe avviare una riorganizzazione anche da parte delle
Commissioni competenti della Camera e del Senato.
Ciò detto, credo che abbiamo avuto e abbiamo una presenza importante in
tutti i teatri, nei quali si manifestano le tensioni a livello
internazionale, e questo è importante. Sono


 

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d’accordo con il Ministro La Russa quando dice che le Forze armate
sono uno strumento indispensabile per la nostra politica estera.
A causa dello scarso tempo a disposizione mi limito a dire che gli
indirizzi e le impostazioni che sono state date nel Consiglio supremo di
difesa sono da me e dal Gruppo dell’UDC assolutamente condivisi, così
come concordo in larghissima parte con le informazioni forniteci dal
Ministro Frattini in merito alle linee sulle quali si muove la nostra
politica estera. L’unico appunto che, come ho già fatto in una simile
occasione, mi riservo di rivolgere al ministro riguarda la posizione
italiana sulla Libia.
Abbiamo avuto un ruolo abbastanza contraddittorio e a tratti
difficilmente comprensibile. Bisogna dare atto al Ministro Frattini di
aver sempre tenuto una linea, però purtroppo a volte non è sembrata
condivisa da tutto il Governo. Anche oggi il passaggio del ministro
sulla Libia è parso un po’ contraddittorio, laddove da una parte si
afferma la totale rappresentanza da parte del CNT e dall’altra si parla
di parti in causa. Chi conosce la Libia sa che una cosa è la Cirenaica,
altra la Tripolitania.
Dobbiamo tener conto di questo, perché la fusione è intervenuta per
opera dell’Italia, unendo nel periodo della colonizzazione la
Tripolitania con la Cirenaica, che oggi sono distinte. Dobbiamo
prenderne atto e procedere con questa valutazione…

ARTURO MARIO LUIGI
PARISI. Tre minuti sono tre minuti, presidente, ma l’oggetto che
dobbiamo discutere è un provvedimento. Lo dico esprimendo un
ringraziamento ai rappresentanti del Governo perché gli stimoli che ci
hanno offerto sono di gran lunga superiori a quello che richiederebbe
l’esame del testo, e aggiungo giustamente perché evidentemente


 

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il provvedimento è la conclusione di un ragionamento di cui oggi ci hanno dato conto.
Cercando di essere telegrafico, vorrei innanzitutto rinnovare la
condivisione di quelle che sono le linee di fondo illustrate dal
Ministro Frattini, le categorie fondamentali che, ricordando il
documento del Consiglio supremo di difesa, hanno ribadito la linea di
condotta del Paese per quanto riguarda le relazioni internazionali.
Anche se gli accenti fossero diversi, non sarebbe comunque questo il
luogo in cui discuterne: i contenuti sono formulati in modo tale che è
possibile riconoscersi in essi, e degli accenti parleremo altrove anche
perché i nostri sono discorsi pubblici, ascoltati dai nostri soldati,
dai nostri avversari, dai nostri alleati, e quindi abbiamo il dovere di
misurare le parole.
Detto questo in merito alla condivisione dei criteri ispiratori di
fondo, che ci chiamano a un massimo di convergenza possibile, lo stesso
non vale riguardo né al metodo né alla condotta (non certo quella
militare). Non posso che associarmi – anche per esperienza diretta –
alla testimonianza del Ministro La Russa circa l’assoluta competenza
efficienza, lealtà, generosità e passione delle nostre Forze armate,
delle nostre donne e dei nostri uomini coinvolti nelle varie missioni.
Viceversa, biasimo la condotta politica. E, prima ancora della condotta
politica, mi sia consentito di lasciare a verbale un dissenso sul
metodo, ovvero sulla tendenza del Governo – ho presenti alcune
dichiarazioni del Presidente del Consiglio – a rifugiarsi in una certa
deresponsabilizzazione.
A questo proposito, penso che non possiamo accettare, come Parlamento,
ma anche come cittadini, alcune proposizioni ricondotte al Presidente
del Consiglio – come mi è capitato di leggere e sentire – che, a
proposito della fase iniziale della Libia, ha sostenuto che, se fosse
stato per lui, non


 

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avremmo proceduto come stiamo facendo e, se fosse stato per lui, non
avrebbe che preso atto delle decisioni espresse dal Parlamento, alle
quali si è sentito impegnato a dare esecuzione. Questa è una
proposizione, onestamente, eccessiva sia quando parla al Parlamento, sia
quando parla al Paese, coprendosi – mi sia consentito – dietro i
deliberati e i documenti condivisi in sede di Consiglio supremo della
difesa, organo che si trova attribuite responsabilità che la
Costituzione non prevede.
Ecco, credo che questa linea debba essere interrotta. Noi dobbiamo
essere sicuri di avere di fronte un Governo che riconosce nelle proprie
decisioni e nella propria responsabilità il fondamento delle linee che
stiamo esaminando.
Non sono d’accordo sul metodo perché – peraltro, è stato detto anche a
me quando ero dall’altra parte – siamo costretti ad assistere a
divisioni di orientamento tra membri del Governo. Non li elenco, li cito
semplicemente per dire che è un punto che non possiamo affrontare solo
attraverso i media e le agenzie. Non posso, quindi, dichiararmi
d’accordo; meno che mai quando negli stessi membri del Governo vedo in
conflitto la funzione di governo e la funzione di rappresentanza
politica. È a tutti evidente, per esempio, che in occasione di ogni
morte dei nostri soldati assistiamo a una rappresentazione – lo dico
nella forma più neutra possibile – in cui i membri del Governo si
sentono caricati delle due funzioni, non riuscendo a portarle a sintesi.
Infatti, quello che si dice al momento della decisione non coincide con
quanto si esprime al momento della rappresentazione.
Ancor meno – ripeto – sono d’accordo sulla condotta politica. Da questo
punto di vista, molte indicazioni relative al decreto meriterebbero di
essere approfondite e riconsiderate puntualmente.


 

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Il campo dalla difesa e della sicurezza è un settore in cui la variabile
indipendente è la minaccia. I casi sono due, o la minaccia c’è, e
allora la risposta deve essere commisurata alla minaccia; o la minaccia
non c’è, e allora la risposta deve essere ridefinita radicalmente,
muovendo dal riconoscimento del ridursi della minaccia. Allora, in
ognuna di queste situazioni, avremmo bisogno di un’indicazione più
puntuale.
Nell’intervento del Ministro La Russa ho visto evocata, a proposito
dell’Afghanistan, una certificazione del ridursi della minaccia, quindi
di un miglioramento della situazione. Purtroppo, queste non sono le
cifre messe a nostra disposizione, la contabilità delle morti degli
undici anni nei quali la comunità internazionale è impegnata in
Afghanistan. Già a metà dell’anno abbiamo avuto, come comunità
internazionale, più morti che nei primi otto anni e, proiettando il dato
alla fine dell’anno, più morti che nel nono anno. Onestamente, se di
miglioramento dovessimo parlare, dovremmo farlo in riferimento al decimo
anno, neppure al nono.
Siamo in una situazione molto delicata, a partire dalla quale dobbiamo prendere le nostre decisioni.
Rispetto alla Libia non so cosa succederà e cosa il futuro ci riserva.
So certamente che le date che il Ministro Frattini ha nel tempo
riformulato sono state ridefinite con esiti inevitabilmente deprimenti.
Non voglio infierire perché, sebbene sia stato il Governo a doversi fare
carico di questa proiezione, sarebbe come infierire su tutti noi.
La sera guardiamo la televisione e le immagini che giungono a noi e ai
nostri rappresentati – parlo come membro del Parlamento – non
corrispondono agli obiettivi per i quali diciamo di essere in Libia. Il
collega Torri ha ricordato che abbiamo posto questo problema in sede di
Assemblea parlamentare NATO, ma ci è stato risposto che la forza dei media


 

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è nelle mani del colonnello. Meno male, ho detto a me stesso, se consideriamo che Al Jazeera e altri sono contro il colonnello; figuriamoci se li avesse a disposizione!
Noi sappiamo che se il tempo si allunga il consenso dei nostri
cittadini, che è abbondantemente minoritario, è difficile da rinnovare,
estendere e difendere, quindi anche le risorse che dal consenso
derivano. Vorrei che fosse chiaro al Governo che se per il perseguimento
dell’obiettivo dovessimo mettere il piede in terra, cioè dovessimo dar
seguito a formule che mi capita di leggere quale un intervento di terra
in difesa di un’iniziativa umanitaria, noi avremmo problemi serissimi.
Altro «telegramma» sulla Francia. Noi nella prima fase abbiamo scommesso
tutto su Gheddafi, nella seconda abbiamo scommesso troppo o direi tutto
sul Consiglio nazionale di transizione di Bengasi. Il Consiglio, come è
stato ricordato, è l’unico referente legittimo che noi riconosciamo. So
che al momento è stato riconosciuto da diciassette, anzi mi dicono
venti Paesi. Mi sentirei tranquillo se sapessi che almeno i Paesi che
condividono l’iniziativa militare con noi l’hanno riconosciuto, e vorrei
essere rassicurato al riguardo, a cominciare dagli Stati Uniti.
Noi abbiamo detto no all’unilateralismo e sì all’Europa. Ho qualche
difficoltà a riconoscere un comportamento non unilaterale nella Francia,
che conduce una guerra parallela, e a riconoscere in quel Paese quel
senso di corresponsabilità europea alla quale il ministro ci ha
richiamato.
Mi fermo qui, sebbene avrei altro da dire.

MARGHERITA BONIVER. Mi
concentrerò soltanto su un aspetto delle due relazioni dei ministri di
cui sono molto soddisfatta e anche grata, soprattutto con riferimento
alla premessa con la quale il Ministro Frattini ha voluto, in questa
riunione, ribadire il prestigio della presenza italiana, la serietà,


 

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la credibilità, la lealtà che il nostro Paese sta dimostrando,
confermandosi fra i primi Paesi contribuenti a queste missioni militari
di pace.
Mi concentro soltanto sulla questione dell’Afghanistan anche in seguito
alle notizie che abbiamo ricevuto oggi: non soltanto l’ennesima, atroce
perdita di un nostro militare, ma anche l’attentato a cui è recentemente
scampato il Governatore di Helmand, regione assolutamente cruciale per
la presenza militare internazionale, nonché l’assassinio ieri di Ahmad
Wali Karzai, che rappresentava il pilastro del potere del Governo
transitorio di Karzai. Dopo le contestatissime elezioni del Parlamento
afgano dello scorso anno, ancora non è stato possibile costituire un
Governo approvato da questo Parlamento.
Si constata quindi una situazione di crescente fragilità e drammaticità
dal punto di vista politico, e non è soltanto la campagna di primavera
scatenata come ogni anno dai talebani, che mettono a punto con successo
non soltanto l’uccisione dei soldati occidentali, ma anche
l’eliminazione di quegli elementi pashtun del clan Popalzai a loro non
graditi, né i ritardi con i quali per ovvi motivi ci troviamo a
fronteggiare la nascita di un esercito nazionale afgano in un Paese dove
non c’è mai stato.
Non voglio sottolineare troppo gli elementi assolutamente negativi, ma
semplicemente esortare noi stessi, il Governo e la comunità
internazionale ad adottare una disamina più onesta di quello che la
nostra presenza collettiva rappresenta in quel Paese, una presenza che
non sia necessariamente e soltanto cadenzata dalle elezioni politiche
negli Stati Uniti, perché anche questo abbiamo visto negli ultimi due
anni con la questione del surge voluto da Obama e in seguito anche il ridimensionamento.


 

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Ho ascoltato con molta attenzione le vostre relazioni, e credo che i
termini «ottimizzazione» e «ridimensionamento» per quanto riguarda le
nostre missioni debbano essere la nostra stella polare.
A questo aggiungerei anche un elemento non critico, ma sempre di onesta
disamina, che è il meccanismo di autoperpetuazione citato dall’onorevole
Antonione, che spesso si insedia all’interno di queste missioni
militari e che rappresenta un pericolo.
È quindi necessario utilizzare al meglio la nostra presenza in tutti i
teatri di guerra, ma anche essere molto attivi e cercare di prevenire il
rischio che Kabul possa diventare un’altra Saigon, come purtroppo credo
debba essere messo in conto.

ALESSANDRO MARAN. Mi concentro rapidamente, ponendo alcune domande, sullo scenario proposto dal Ministro degli esteri Frattini.
Ovviamente non sono mutate le condizioni critiche permanenti, cioè la
collocazione geopolitica del nostro Paese, la sua vulnerabilità, anzi
semmai sono accresciute dal mancato o debole assestamento dei due
versanti tradizionali, i Balcani e la sponda sud del Mediterraneo. Per
quanto ci riguarda non è in discussione neppure l’opzione multilaterale e
i suoi pilastri, la NATO e l’Unione europea, né la partecipazione
dell’Italia alle missioni internazionali, con gli oneri e i vantaggi che
questo ha comportato e comporterà.
Il punto è chiedersi – forse qui varrebbe la pena di porsi una serie di
domande – che cosa è cambiato. Lo scenario che noi abbiamo ereditato dal
dopoguerra tra qualche anno probabilmente sarà irriconoscibile: sta
mutando l’assetto complessivo,


 

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per cui ogni tanto dovremmo chiederci di cosa abbiamo bisogno anche in relazione alla riproposizione delle missioni.
Procedo in maniera molto schematica. A dieci anni dall’intervento
internazionale in Afghanistan, il Paese rimane fragile e insicuro,
nonostante i progressi. Il disimpegno militare internazionale apre una
fase fatalmente estremamente delicata. I problemi che il Paese dovrà
affrontare con l’avvio del ritiro delle forze saranno comunque la
capacità di gestire la sicurezza, la riconciliazione nazionale, la
società civile e il suo ruolo molto debole, la coltivazione dell’oppio e
il narcotraffico.
Il punto è: qual è la nostra posizione? Noi non dobbiamo chiedere e non
abbiamo bisogno soltanto di tempi certi, ma anche di obiettivi certi,
che non possono essere demandati unicamente alle Conferenze
internazionali e a ciò che deciderà di fare l’America.
La seconda questione, rapidissima, riguarda la Libia. I giornali di oggi
titolano «Tripoli tratta l’uscita di Gheddafi con la Francia», non con
l’Italia.
Ieri in Parlamento a Parigi è stato fatto il punto della situazione,
confermando l’avvicinarsi di una soluzione politica e oggi leggo che il
ministro della difesa francese afferma testualmente: «Se i negoziati
hanno successo, Gheddafi si trasferirà in un’altra ala del palazzo, con
un altro titolo». Si annuncia oggi un importante incarico africano per
Gheddafi. Qual è la nostra posizione? Siamo d’accordo o attendiamo anche
in questo caso la Conferenza?
Vengo a un’ultima questione telegrafica, che è forse la più importante.
Il debito e il deficit, che non riguardano soltanto l’Italia,
obbligheranno gli Stati Uniti a un’agenda internazionale


 

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più modesta, da cui la loro necessità di condividere la
responsabilità e i costi con gli alleati, a cominciare da quelli della
NATO.
Per l’Europa è l’occasione a lungo attesa per accelerare il decollo
della difesa comune, senza contare che oggi la sfida dell’Unione è
quella di impostare una politica di sicurezza e di cooperazione diretta
verso sud che, pur nella diversità degli strumenti, punti a essere
altrettanto efficace di quella condotta con lo strumento
dell’allargamento verso est. Su queste questioni, che sono di scenario,
abbiamo qualcosa da dire o aspettiamo che altri lo facciano per noi?

ANTONIO RUGGHIA. Anch’io apprezzo
l’informativa del Governo sulla situazione delle missioni
internazionali. Avremmo voluto, però, che questa informativa fosse
avvenuta prima dell’emanazione del decreto-legge di finanziamento delle
missioni, considerando il ruolo di indirizzo del Parlamento e la
possibilità che avremmo avuto di esprimere opinioni utili.
Come forza di opposizione noi abbiamo sempre dimostrato senso di
responsabilità per i militari impegnati nelle missioni internazionali e
abbiamo sempre lavorato nell’interesse comune del nostro Paese, quando
si è trattato di discutere di missioni internazionali. Avremmo dunque
voluto che questa informativa fosse stata resa prima.
Ciò non è stato possibile e il dibattito è stato soprattutto interno
alle forze di maggioranza. Non si è spenta del tutto l’eco delle –
chiamiamole con un eufemismo – polemiche fra i diversi ministri e fra i
rappresentanti della maggioranza. Ora che il decreto c’è, però, vorremmo
perlomeno svolgere un’altra funzione propria del Parlamento, ossia
quella di controllo.
Nel mio intervento vorrei capire meglio gli effetti di questo decreto, che è stato utilizzato come uno strumento di composizione


 

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fra le diverse opinioni della maggioranza. Alla fine, dopo tante
polemiche, tutti si sono dichiarati soddisfatti. La Lega si è dichiarata
soddisfatta dell’esito della approvazione del decreto e il Ministro La
Russa, che abbiamo sentito, conferma la qualità e la quantità del
risultato, raggiunto naturalmente in accordo con i nostri alleati.
La sintesi sarebbe rappresentata dalle famose dichiarazioni, che sono
state rese anche qui, riguardo alle minori spese e all’aumento del
numero di militari che torneranno a casa. Vorrei approfondire questi
punti, e lo faccio veramente con spirito positivo, per comprendere se le
cose stiano effettivamente così.
Viene detto che passiamo da 9.250 militari a circa 7.000 nel secondo
semestre del 2011, ma vorrei capire a cosa sia imputabile questa
diminuzione. Nei 9.250 militari sono compresi anche i militari presenti
nelle basi a sostegno delle missioni internazionali, ma nel nostro
Paese? Sembrerebbe di sì, sulla base dei dati forniti dagli uffici sulle
presenze medie e autorizzazioni di spesa indicate. Ne uscirebbe un dato
secondo cui per il 2010 – pare esagerato e poi spiego perché –
sarebbero impiegati 8.338 uomini, e non 9.250.
È un dato esagerato perché fa riferimento al dato medio in funzione
della spesa e non delle persone che effettivamente svolgono il servizio.
È un dato statistico che, se è esagerato nel 2010, lo è anche nel 2011.
Nel 2011, alla fine, avremo un impegno di 8.871 militari nelle missioni
internazionali e, quindi, non di 7.000 come affermato dalle
dichiarazioni del Ministro La Russa.
Su questo punto c’è bisogno di fare chiarezza. Secondo tali dati non
apparirebbe una riduzione di personale nelle missioni internazionali
perché, rispetto al 2010, il risultato sarebbe


 

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sostanzialmente lo stesso, anche con le riduzioni che sono state
rappresentate dal Ministro La Russa, su cui tornerò fra un minuto.
Riguardo alla spesa viene affermato che c’è un risparmio di 110 milioni.
Non utilizzerei tale dato come un argomento di propaganda per affermare
che abbiamo risparmiato in funzione della congiuntura economica e che,
quindi, abbiamo ottenuto un grande risultato. Si tratta di poca cosa
rispetto agli 1,5 miliardi che spendiamo per le missioni internazionali,
anche se ogni risparmio naturalmente è apprezzabile.
Se guardiamo la spesa autorizzata che tiene conto dei Ministeri degli
affari esteri e della difesa, complessivamente nel 2010 avevamo una
spesa di 1 miliardo e 521 milioni di euro. Nel 2011 – pur togliendo la
spesa della Libia, i citati 134 milioni – se sommiamo ai 736 del decreto
attuale i 750 milioni del decreto che finanziava il primo semestre
arriviamo a 1 miliardo e 590 milioni.
Non mi pare che sia giusto rappresentare come un grande risultato che ha
portato all’improvviso funzioni assopimento delle frizioni della
maggioranza queste cifre rappresentate nel decreto. Mi fido naturalmente
dell’intervento del Ministro La Russa, però ci sembra di dover
registrare i dati con quelli scritti in funzione dell’anno precedente.
Rispetto al 2010 spendiamo la stessa cifra, anzi un po’ di più, e
impegniamo gli stessi uomini. Io sono naturalmente a favore di qualsiasi
risparmio e intervengo per affermare che ho apprezzato molto la scelta
del Ministro La Russa di arrivare a una riduzione attraverso il ritorno
della Garibaldi dalle coste della Libia, una riduzione di uomini e mezzi, e di sostituire la Garibaldi con navi che da questo punto di vista sono probabilmente più funzionali.


 

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Mi domando, però, per quale motivo ciò non sia stato fatto prima. Si
poteva fare anche all’inizio della missione riducendo costi, che
evidentemente, sono stati eccessivi. Se quella è la funzione che ci è
stata demandata dalla comunità internazionale, potevamo arrivare prima a
tale scelta.
Concludo affermando che il tema è quello della credibilità della
politica. Le cifre rappresentano anche la credibilità della maggioranza e
abbiamo visto in questa situazione di congiuntura economica come la
credibilità di una classe dirigente e della politica siano anche la
credibilità del Paese e come questa costi anche nei rapporti
internazionali.

FIAMMA NIRENSTEIN. Anch’io
ringrazio sentitamente i due ministri per la chiarezza e la definizione
delle considerazioni che hanno svolto e che chiariscono molte idee.
Mi soffermerò soltanto su un punto per cercare di restare fedele alla
richiesta, a vantaggio di tutti, di mantenersi all’interno dei tempi
prestabiliti e, quindi, parlerò di un aspetto particolare che è stato
sollevato dal Ministro Frattini, non prima però di avere ringraziato il
ministro per aver sollevato con grande chiarezza il tema della Siria.
Questo aspetto è di grande importanza, anche perché oggi stesso in
Parlamento voteremo una mozione presentata proprio sulle stesse linee
concordate in maniera bipartisan e firmata da tutti i gruppi, eccetto l’Italia dei Valori, affinché cessi la strage e la prepotenza del regime di Bashar Assad.
Detto questo, a me sembra fondamentale che l’Italia mantenga il timone
di stabilità e di presenza, in un momento di estrema instabilità
internazionale, procurata soprattutto da quella che viene chiamata, in
maniera alquanto impropria, «primavera araba». Questo è un movimento
assai interessante perché potrebbe condurre nella direzione di grandi
miglioramenti sociali ed economici che a noi interessano per le


 

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popolazioni che ne sono investite, ma che, al contempo, comporta giganteschi sommovimenti di carattere geopolitico.
Mi voglio riferire soltanto a uno di questi, lasciando da parte gli
altri, ovvero allo spostamento dell’asse sciita e sunnita su
orientamenti diversi rispetto ai precedenti, che richiedono, quindi, da
parte nostra, una presa di posizione diversa, cosa che, fino a questo
momento, solo la Turchia ha compreso fino in fondo, abbandonando
l’alleanza contratta nei mesi scorsi con i siriani e quindi, per
interposta persona e poi anche in maniera diversa, con l’Iran.
In una parola, questo asse sciita tra Iran, Siria e Libano (per quello
che riguarda gli Hezbollah) è profondamente modificato e questo ci deve
spingere a una riflessione molto precisa sulla nostra presenza sul
confine fra Israele e Libano e indurci a un atteggiamento estremamente
cauto.
Nell’area soprattutto libanese – mentre in Siria la situazione già tocca
le fondamenta del regime – si va nella direzione di un turbamento
profondo della zona. Gli Hezbollah accusati dell’assassinio di Rafic
Hariri – proprio a questo proposito, il Ministro Frattini ha auspicato
una giusta conclusione della vicenda presso il tribunale internazionale –
sono in grande difficoltà. Infatti, questa mattina Saad Hariri – da
Parigi, dove ha dovuto riparare perché nelle settimane scorse nel Paese
si è formato un governo molto lontano dalle sue intenzioni e dagli
interessi sunniti – ha detto che il vero problema del Libano è che gli
Hezbollah sono armati fino ai denti. Questo è un vero problema, che
rischia di avviare una sedizione interna simile a quella del 2008, la
quale prossimamente si potrebbe anche trasformare in un conflitto di
area.


 

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Ciò significa che prima di muovere il nostro contingente, di ridurlo nel
numero o di chiedere all’ONU la modifica delle regole di ingaggio,
dobbiamo pensare molto bene a cosa ci conviene fare in uno scenario così
modificato.
Peraltro, anche tutta la parte sunnita è in grande ambascia e
trasformazione. Vediamo, per esempio, giorno dopo giorno, che in Egitto
la rivoluzione non è affatto conclusa, mentre l’Arabia Saudita si
arrangia per mantenere una certa stabilità, che, tuttavia, viene
minacciata.
Insomma, in una parola, guai all’Occidente se in questo momento desse
segni di restrizione della propria presenza internazionale, sul terreno
sia delle idee, sia militare. Siamo in un momento in cui, a fronte di
queste profonde modificazioni, la linea giusta da seguire è,
basilarmente, quella indicata in questa sede, ovvero perseguire la
stabilita tramite una presenza che non trema né dal punto di vista
ideologico, né dal punto di vista militare.

FEDERICA MOGHERINI
REBESANI. Condivido pienamente quanto affermato dall’onorevole Parisi
sulla condivisione dell’impostazione generale e anche sulla
preoccupazione per alcuni approcci di metodo e di comportamento, per cui
non mi soffermerò su quella parte.
Condivido anche le parole del Ministro La Russa, secondo cui non è
concepibile fare polemica sull’utilità delle missioni militari nel
momento in cui perde la vita un nostro militare, e spero che questo sia
anche fatto presente a ministri, ex ministri e Presidenti di Regione.
Sono contenta di avere questa rassicurazione, che spero produca qualche
effetto nelle prossime dichiarazioni di questi ministri ed ex ministri.
Nutro però qualche perplessità di dettaglio, di accento in alcuni casi.
Il Ministro Frattini ci ricordava giustamente che la NATO opera fuori
area. Noi, forse, stiamo scegliendo di


 

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operare troppo fuori area, disinvestendo nei teatri più vicini.
Disinvestiamo di più nei Balcani, in Libano e in Libia (devo dire che mi
sarei aspettata una diversa conclusione dopo aver ascoltato
l’intervento dell’onorevole Nirenstein), ovvero nel cortile di casa
nostra, nel Mediterraneo.
Capisco che questo possa essere dettato in alcuni casi da novità sul
terreno, ma in altri casi invece mi sembra di no. Sul Libano entrambi i
ministri hanno dichiarato che, nonostante il successo della missione –
condivido la valutazione -, nell’area la stabilità non è maggiore, basti
ricordare cosa succede in Siria. Forse questo dovrebbe portare a una
valutazione più attenta della riduzione del nostro contingente in
Libano.
Soprattutto mi preoccupa apprendere oggi dal Ministro La Russa che nel
decreto si opera una sua riduzione senza che ciò sia stato preceduto da
un accordo formale nelle sedi multilaterali. Questo forse spiega
l’atteggiamento che ho visto assumere…

IGNAZIO LA RUSSA, Ministro della difesa. La interrompo subito: il decreto parla di risorse. Noi decidiamo di mettere meno risorse, non …

FEDERICA MOGHERINI
REBESANI. Il decreto parla di riduzione di spesa massima, come lei mi ha
insegnato molte volte, il che significa che più di quello non possiamo
spendere, quindi comunque la riduzione c’è, a prescindere da quello che
ha fermamente stabilito l’ONU.
Questo significa che stiamo operando sul Libano una riduzione delle
nostre risorse senza che le Nazioni Unite abbiano ancora formalmente
concordato sulla cosa. Credo che ciò sia istituzionalmente complicata.


 

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Altro punto: credo che sulla Libia il Ministro La Russa ci abbia dato
una notizia importante e abbastanza grave dal mio punto di vista. Egli,
infatti, ha dichiarato che l’Italia ha avuto percezione in alcuni casi
di rischi troppo alti, legati a raid aerei, rispetto alla possibilità di
provocare vittime civili, e che in base a queste valutazioni ha forse
giustamente deciso di non partecipare ad alcune operazioni.
Forse il nostro ruolo potrebbe anche essere diverso da una semplice non
partecipazione, e, nel momento in cui abbiamo una percezione di
valutazioni dell’alleanza che possono portare ad «incidenti» di questo
genere, potrebbe spingersi ben oltre a un semplice passo indietro
rispetto alla partecipazione. Credo che questo sia un elemento da
valutare molto seriamente per la riuscita politica della missione.
Il Ministro Frattini ci ha ricordato che la cooperazione è «un
imperativo etico e un interesse strategico» (cito testualmente perché la
considero una definizione perfetta), ma non ho trovato quell’8 per
cento delle risorse nel decreto. Ho letto velocemente il testo che
abbiamo avuto solo da poco, ma vi ho trovato solo 12 milioni sulla
cooperazione in tutti i teatri, di cui 6,8 sull’Afghanistan, la cifra
più bassa nella serie storica di finanziamenti dal 2001 al 2011.
Se è un imperativo etico e un interesse strategico, forse in questo
decreto si dovrebbe investire di più sulla cooperazione e in generale vi
si dovrebbe investire qualcosa anche al di fuori di questo decreto.
Vorrei rivolgere infine una domanda al Ministro La Russa. Il Ministro
Frattini ha citato l’iniziativa italiana per spingere di più sulla
difesa in sede di Unione europea. Vorrei sapere se il Ministro della
difesa condivida questa iniziativa e questo investimento italiano sulla
difesa europea, che consideriamo strategica.


 

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Esprimo un’ultima perplessità, manifestata anche in parte dall’onorevole
Rugghia, sul fatto che un Governo che obiettivamente mostra difficoltà
politiche al suo interno e di credibilità all’esterno riesca nel settore
della difesa e della politica estera ad esercitare quell’autorevolezza e
quella credibilità nelle sedi internazionali proprie, per contribuire
attivamente alla definizione di alcune scelte strategiche.
I nostri alleati e i Paesi nei quali operiamo avrebbero un grande
vantaggio da una presenza più credibile, più autorevole e più solida di
quanto questo Governo oggi possa offrire.

PRESIDENTE. Do la parola ai Ministri Frattini e La Russa per la replica.

FRANCO FRATTINI, Ministro degli affari esteri
Mi scuso davvero con tutti i colleghi che, come l’onorevole Tempestini,
hanno giustamente rilevato che avrei dovuto dire molto di più
sull’Afghanistan e sui rapporti tra Stati Uniti, Pakistan e Afghanistan.
Mi auguro che ci sia un’audizione ad hoc in cui parlarvi solo di
questo per mezz’ora, ma non è serio parlare in tre minuti delle ragioni
che stanno portando a una determinata situazione in Pakistan, perciò ho
preferito non farlo e me ne scuso.
Lo scenario mediterraneo, onorevole Tempestini, richiede un’altra audizione ad hoc:
non può immaginare che in pochi minuti parli di questo. Non mi permetto
di dire al Parlamento quale sia il metodo giusto, ma forse sarebbe più
utile fare più frequentemente audizioni.

PRESIDENTE. Questo non è in effetti il metodo giusto.

FRANCO FRATTINI, Ministro degli affari esteri. Lo dice il presidente e mi permetto di condividere la sua valutazione.


 

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Mi concentro su punti specifici. Un punto che mi ha colpito nelle
osservazioni di alcuni parlamentari è il tema della Libia e la questione
evocata di una iniziativa francese. In particolare mi rivolgo
all’onorevole Maran, che si è rivolto al Governo dicendo «dobbiamo farci
raccontare dai francesi», ma forse è arrivato dopo il mio intervento,
perché ho dettagliato tutti e quattro i punti della proposta che
formulerò ad Istanbul, che non né generica, né francese: è una proposta
italiana, è chiara e c’è. Abbiamo soltanto un problema: che ci sono
stati contatti più o meno diretti – lo dico in termini generici – da
molte parti.
Non so se i francesi abbiano – lo hanno smentito – promosso contatti
diretti o indiretti, non sono stati i soli a promuovere contatti: solo
che gli altri non vanno sui giornali a farsi belli. Il problema è che è
sbagliato promuovere contatti segreti: quando il Gruppo di contatto
conferisce all’ONU il compito di coordinare la promozione dell’incontro
tra le due parti, mi meraviglio che vi siano parlamentari che plaudono
quasi rammaricandosi che non l’abbia fatto l’Italia.
L’Italia non lo fa, e io dirò questo a Istanbul: se ci fosse un contatto
francese, io sarei contrario a prescindere; se questa diventasse la
proposta di negoziato delle Nazioni Unite, io sarei comunque a favore,
contribuendo alla discussione. Francamente, su questo tema credo che
qualche rara volta la dignità nazionale ci debba soccorrere: i francesi
hanno detto di non averlo fatto, ma, se lo avessero fatto, non avrebbero
fatto una cosa inutile al negoziato internazionale.
Credo sinceramente che non lo abbiano fatto e che i contatti siano stati
non a livello di esponenti governativi, ma di persone della diaspora
libica che vivono in Francia. Forse è possibile, ma non lo so. Se vi
fosse stato – è stato smentito – un coinvolgimento da parte del Governo
francese sarebbe


 

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stato sbagliato, e l’Italia non segue una cosa sbagliata perché la fa
qualcun altro. Su questo punto mi permetto di essere chiarissimo.
Sembra che noi avremmo dovuto impegnarci, dopo essere stati prima coloro
che hanno sostenuto che la missione doveva essere NATO e non franco-
britannica. È anche grazie a noi, innanzitutto grazie all’Italia, se
essa è diventata missione NATO. Non è certamente franco-britannica, come
lo era all’inizio.
In secondo luogo, siamo stati promotori dell’investitura al
rappresentante dell’ONU dell’onere di trattare insieme all’Unione
africana e adesso dovremmo rivendicare l’idea di compiere una trattativa
segreta? Su questo mi permetto di essere particolarmente netto.

FRANCESCO TEMPESTINI. Mi può dare una spiegazione sulla questione della presenza di truppe francesi su territorio libico?

FRANCO FRATTINI, Ministro degli affari esteri.
Non ne ho conoscenza diretta, ma sarebbe contraria allo spirito della
risoluzione 1973. Se fosse vera, sarebbe contraria, ma non lo so.
L’altro aspetto riguarda il riconoscimento del CNT. Io credo che
effettivamente sia un tema molto serio quello posto dall’onorevole
Parisi. Io credo che su questo tema noi dobbiamo lavorare.
Ho parlato di venti Paesi, perché oggi sono arrivati Belgio, Olanda e
Lussemburgo, i tre Paesi del Benelux, ma credo che gli ultimi tre Paesi
che hanno dato un riconoscimento significativo al CNT siano Turchia e
Canada, da un lato, e Stati Uniti che, al di là della formula, hanno
affermato con chiarezza che riconoscono il CNT come interlocutore
legittimo, tanto è vero che hanno presentato al Congresso una legge


 

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speciale per scongelare parte dei fondi a favore del CNT. Che questo
riconoscimento comprenda oggi i principali Paesi – Regno Unito, Francia,
Danimarca, Norvegia, Turchia, Canada – che stanno lavorando con noi è
un fatto su cui dobbiamo lavorare.

ARTURO MARIO LUIGI PARISI. Al di là della formula che cosa significa?

FRANCO FRATTINI, Ministro degli affari esteri.
Significa che nelle prospettive per una soluzione politica noi
riteniamo che la promozione dello sviluppo democratico debba essere
guidata dal CNT in Libia e che non possa essere guidata dal Governo di
Gheddafi. Significa, però, anche, ed è un altro punto toccato da alcuni
interventi, che l’inclusività del processo politico libico implica che
si debbano trovare interlocutori a Tripoli. Il CNT sta già compiendo
tale operazione. A noi ha indicato con esattezza di essere in grado di
individuare interlocutori che gravitano nell’ambito del regime di
Tripoli, con i quali sarebbe possibile un dialogo. Se ci si siede
intorno al tavolo, qualcuno lo deve condurre.
Questi interlocutori non sono né il colonnello Gheddafi, né la sua
famiglia, ma persone che il CNT di Bengasi ritiene interlocutori
possibili per esplorare un Governo di unità nazionale per avviare
l’Assemblea costituzionale e il processo elettorale.
È un meccanismo in cui mi permetto di affermare che è bene che i Paesi
della coalizione non si sostituiscano ai libici. Se il CNT sostiene, per
esempio, che una frase del tipo «Gheddafi si sposta da una stanza
all’altra del palazzo» non è accettabile, io sostengo che non è
accettabile, perché sono i libici a stabilire quale debba essere la
prospettiva politica del loro Paese.


 

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Poiché noi riconosciamo il CNT, se esso suggerisce una prospettiva
politica, noi dobbiamo accompagnarla e non insegnare loro chi siano gli
interlocutori. Questo è il metodo su cui il gruppo di contatto dovrà,
come proporrò a Istanbul, investire il rappresentante speciale dell’ONU.
Avrà il compito di fare l’offerta alle due parti, sulla base però di
una richiesta dei libici, non di una richiesta nostra, altrimenti
entriamo in un approccio paternalistico che dovremmo cercare di evitare.
Non rispondo all’onorevole Evangelisti, perché se ne è andato, ma potrà
trovare nella risposta scritta all’interrogazione la replica alla sua
non vera affermazione che la nave Zefiro abbia abbandonato la
nave italiana sequestrata. È stata semplicemente sostituita con altre
navi della missione Atalanta che stavano in teatro.
Questa è la semplice ragione per cui la Zefiro se ne è andata. La
nave sequestrata non è stata abbandonata nelle mani di un strana
società di intermediazione, di cui non conosco l’esistenza, a meno che
l’onorevole Evangelisti non suggerisse al Governo di ingerirsi nella
trattativa, quando si parla di riscatto. Spero che non osi chiederlo al
Governo italiano, perché non lo farebbe in ogni caso.
Il tema Balcani è molto serio, onorevole Antonione e onorevole
Mogherini. I Balcani stanno andando verso la strada dell’Europa e questa
è la ragione per cui sostanzialmente noi effettuiamo un disinvestimento
a livello NATO, ma compiamo un investimento che, a mio avviso, oggi
vale di più in prospettiva, che è quello dell’Europa.
Quando, per esempio, in Bosnia asseriamo che, in luogo delle strutture
che l’accordo di Dayton ha delineato, occorre un rappresentante
dell’Europa investito di pieni poteri, ciò significa non sbarazzarsi di
un passato, ma stabilire che in questi teatri ormai europei più è
presente l’Europa, meno sono


 

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presenti strutture militari e meglio è. Questa è la ragione per questa linea, che non è dell’Italia, ma è di tutta la NATO.
Vengo al tema evocato della Somalia e del tribunale internazionale. Ho
menzionato un’iniziativa, che assumerò, di riunire un gruppo di contatto
internazionale, se riusciamo, a settembre, a margine dell’Assemblea
dell’ONU proprio per creare un accordo sul tribunale internazionale.
L’onorevole Boniver, come mio inviato speciale, ha visitato recentemente
la regione. È stata anche a Gibuti, in teatro, come si suol dire, e
l’idea di un tribunale, più che internazionale somalo, ma sotto la
vigilanza internazionale, dislocato magari in Puntland, potrebbe
riscuotere un certo consenso, perché i Paesi rivieraschi, come sapete,
tendono a evitare di farsi carico dei pirati arrestati, mentre un
tribunale somalo sotto vigilanza internazionale lo potrebbe fare.
L’ultima considerazione che volevo svolgere riguarda il tema dello
scenario mediterraneo, che però richiederebbe un discorso molto più
complesso. Forse meriterebbe un piccolo esame approfondito anche la
situazione del Pakistan, che a sua volta richiederebbe moltissimo tempo.
La situazione del Pakistan è una situazione di fragilità, proprio
perché, a seguito dell’uccisione di Osama Bin Laden, stanno emergendo
situazioni, sopite per molto tempo, di ebollizione sotterranea, in
particolare sul ruolo dei servizi segreti pakistani, che sono argomento
su cui la diplomazia internazionale dovrà inevitabilmente lavorare.
Se non sciogliamo il nodo del considerare o meno il Pakistan un partner,
come io credo ancora che si debba considerare, nella lotta
internazionale al terrorismo, se non sciogliamo questo nodo, che gli
americani ancora non hanno sciolto in queste ultime settimane, abbiamo
un quadro di stabilità regionale in cui c’è un’ombra, che noi dovremmo


 

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dissipare. Anche su questo sarebbe importantissimo avere l’occasione
di poterne parlare con il Parlamento in modo più approfondito.

IGNAZIO LA RUSSA, Ministro della difesa..
Anch’io proverò a sintetizzare al massimo, spero ancor di più
dell’ottimo intervento del Ministro Frattini, che ha dimostrato come
effettivamente – hanno ragione coloro che lo hanno sollecitato – se
volessimo approfondire tutto, come pure è giusto, avremmo bisogno di più
tempo.
Noi siamo assolutamente a disposizione. Io ritengo seriamente e
sinceramente molto importanti queste audizioni, perché sono un momento
di confronto importante. Grazie a Dio il Parlamento ha saputo dimostrare
in questa legislatura, pur con alcune sbavature, che generalmente su
questi temi abbiamo fatto tutti un ottimo lavoro. È uno dei motivi di
orgoglio vedere che su tanti temi connessi all’immagine delle nostre
missioni internazionali e al nostro ruolo anche di politica estera si è
trovata una condivisione più ampia di quella della normale maggioranza.
Parto invece dalle note che chiariscono bene che non ci possono essere
equivoci. Uno degli equivoci che voglio cortesemente chiarire
all’onorevole Mogherini riguarda il nostro eventuale ruolo sul
cartellino rosso che abbiamo inserito.
Quando siamo entrati nella fase di maggiore flessibilità dei nostri
velivoli abbiamo detto di voler operare in condizioni di ulteriore
sicurezza rispetto a quella che per Voi è considerata una situazione di
sicurezza ultra sufficiente. Pertanto, diverse volte non abbiamo
partecipato a operazioni, perché secondo la nostra valutazione andavano
oltre il mandato che avevamo avuto dal Parlamento. Non che fossero
sbagliate, ma abbiamo avuto l’indicazione di stare particolarmente
attenti.


 

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Nove volte su dieci, novantanove su cento – il numero delle percentuali
magari non è questo – hanno avuto ragione i nostri alleati, e in una
sola occasione si è verificato un incidente, ma quella sola occasione mi
fa dire che abbiamo fatto bene a sbagliare novantanove volte e a dire
che ci poteva essere un pericolo che poi non c’era. Questo però non ci
può far assumere il ruolo dei «maestrini» con la matita rossa. Si tratta
della necessità di assumere le scelte che altri paesi stanno facendo
con la consapevolezza che c’è sempre un minimo di rischio quando si
usano armi per quanto siano di precisione, ci sarà sempre una
percentuale di 0,0001 di rischio.
Abbiamo non eliminato, ma ridotto ulteriormente questa minima
probabilità di rischio, ma non possiamo ergerci a giudici del
comportamento altrui, anche perché uno dei motivi per cui in Libia la
situazione, procede con una certa lentezza , e considero giusta e
inevitabile tale situazione, è che da parte non solo nostra, ma di tutta
la NATO e di tutti i Paesi, si proceda con estrema cautela, per evitare
di far correre ai civili rischi che andrebbero contro la risoluzione
ONU.
Se si fosse più larghi nell’accettare i rischi, probabilmente i
risultati sarebbero maggiori. Certo senza bisogno di arrivare alla bomba
H della seconda guerra mondiale sganciata su una città inerme del
Giappone, perché questo era qualche anno fa il metro dei bombardamenti
americani in Italia. Noi non vogliamo assumerci questo rischio, ma non
lo sta assumendo neanche la NATO.
L’altro argomento era come imputare un minor costo per la missione in
Libano senza aver ancora avuto il via libera dell’ONU. Prima di tutto
abbiamo assunto dei contatti informali, la riduzione avviene dal mese di
dicembre, per cui il risparmio partirà solo dal mese di dicembre
proprio per consentire all’ONU di pronunciarsi, da ora a novembre.


 

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Se non fosse così, cosa che considero improbabile, avremmo tutto il
tempo di rimediare sottoponendo al Parlamento l’esigenza di un aumento
dei costi e il Parlamento deciderebbe, ma non credo che questo
succederà.

FEDERICA MOGHERINI REBESANI. Quindi fino a fine novembre restano i soldati che ci sono adesso.

IGNAZIO LA RUSSA, Ministro della difesa.
Certo. Questo dovrebbe evincersi dal decreto-legge e, comunque, glielo
dico io: fino a novembre restano esattamente gli stessi soldati. Il
risparmio è contabilizzato solo per il mese di dicembre, anche perché
nessuno può immaginare che operiamo riduzioni facendoli tornare in treno
dal Libano, il che è un po’ difficile.
Ringrazio l’onorevole Rugghia per la domanda. Ho letto su un giornale –
evidentemente lei deve avere attinto la sua curiosità da quella notizia –
che sarebbero state ritoccate le cifre dei militari in missione e che
nelle cifre relative ai rimpatri vi sarebbero compresi anche gli uomini
che stanno nelle basi. Neanche uno dei soldati che vengono ritirati è
nelle basi. Sono le fantasie di un giornale che a tutti i costi pensa
sempre di riuscire a fare sensazione.
I numeri sono semplici: 900 uomini vengono rimpatriati – li vado a
incontrare fra pochissimi giorni – perché sono l’equipaggio della nave. I
700, come abbiamo appena detto, sia pure nell’ultimo mese, sono quelli
del Libano. Non le so riferire il numero preciso nei Balcani. Sono 650.
Saranno circa 300 nei Balcani, 60 della missione EULEX. Poi ci sono
tutti quelli, in numero di 33, nelle missioni minori, Iraq, Georgia,
Congo, oltre all’equipaggio della Active Endeavour, l’altra nave che ritiriamo. Il totale è esattamente di 2.000 uomini.
Sono conteggiate nelle 9.250 unità persone che sono in Italia? La risposta è sì: esistono circa 550 uomini, che sono


 

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gli equipaggi degli aerei nelle basi che operano in Libia, coloro che
svolgono la manutenzione e coloro che vi lavorano, ma nessuno di essi
viene diminuito. Seguendo il suo ragionamento, noi dovremmo affermare
che all’estero ci sono 7.000 uomini, meno questi 550, ma io non seguo
questo ragionamento, perché per me, sia che operino nella base italiana,
sia che operino nella base della Georgia, sono sempre in missione e
soprattutto in termini di risorse computo sempre il costo commisurato
alle indennità. Credo che questo ragionamento abbia potuto chiarire la
sua curiosità, ma anche l’errore che un giornale in base a indagini
segrete aveva commesso, facendomi, per la verità, sorridere.
A questo punto, invece, per due minuti mi consentirete di ringraziare il
tenore generale degli interventi, sia della maggioranza, che ringrazio,
sia dei responsabili dell’opposizione, dall’ex Ministro Parisi a
Francesco Tempestini, nessuno escluso.
Compio una piccola eccezione per l’onorevole Evangelisti. Se avesse
almeno la bontà di rimanere, lo si potrebbe forse aiutare a comprendere
meglio. Il Ministro Frattini ha già risposto sulla pirateria. Mi è
sembrato strano che occorresse un intervento armato per liberare gli
ostaggi, un intervento che noi siamo in grado di effettuare, ma che
effettueremmo solo in caso di imminente pericolo di vita delle persone
sequestrate, non mettendo a rischio la loro vita con un’azione che ha
sempre un quid di imponderabilità.
Nonostante l’assenza di Evangelisti, ripeto anche a lui che noi abbiamo
cercato di trovare un punto di equilibrio tra le due esigenze. La prima
esigenza, perfettamente raggiunta e soddisfatta, era quella di non venir
meno al principio together in, together out né di venir a qualunque impegno assunto nei


 

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confronti delle organizzazioni internazionali. Nel secondo semestre
non veniamo meno di una sola virgola agli impegni internazionali.
Avevamo l’altra esigenza era quella di ridurre i costi. Con grande
capacità abbiamo studiato la possibilità di riduzione dei costi in modo
tale che non diminuisse di una sola frazione minima la capacità e
l’efficienza dei nostri militari che operano nelle diverse missioni.
Siamo riusciti in questo equilibrio e vi abbiamo illustrato come. Io
sono contento di aver potuto notare un generale, sia pur generico,
apprezzamento da parte di tutti per questa operazione.

PRESIDENTE. Ringrazio il Ministro La
Russa e il Ministro Frattini, nonché tutti i colleghi, e dichiaro
concluse le comunicazioni del Governo.

La seduta termina alle 14,40.

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